L’atmosfera sociale è quella di una città assediata…

e allo stesso tempo la consapevolezza di essere in guerra,

e perciò in pericolo,

fa sì che il trasferimento di tutto il potere a una piccola casta

sembri la naturale, inevitabile condizione di sopravvivenza.

 

Non importa che la guerra stia davvero avvenendo, e,

poiché nessuna vittoria decisiva è possibile,

non importa che la guerra stia andando male.

Tutto quel che serve è che uno stato di guerra esista.

 

George Orwell, 1984

 

 

Pino Cabras

Strategie per una guerra mondiale

Dall'11 settembre al delitto Bhutto

Scheda libro

 

 

29 agosto 2008

Il "momento unipolare" degli USA:
in Caucaso finisce la grande illusione

di Pino Cabras

 

Caucaso 2008: un punto di svolta

La grande stampa non se n'è accorta subito, ma la guerra caucasica dell'agosto 2008 è uno degli eventi più importanti degli ultimi vent'anni. Segna un passaggio molto delicato, per molti spiazzante.

Dopo l'11 settembre 2001 fu recitato il mantra del “nulla sarà come prima”. La formula andrà rispolverata, magari in modo più giudizioso.

[omissis]

 

L'egemonia culturale e il momento unipolare

La rimozione del Muro di Berlino e la fine dell'Unione Sovietica, a cavallo degli anni ottanta e novanta del secolo scorso, aveva scatenato negli Stati Uniti una nuova specie di politologi ambiziosi. Erano dei novelli fornitori di ideologia che architettavano una loro spaziosa nicchia nell'ecosistema imperiale nordatlantico, all'interno di un intreccio strettissimo fra fondazioni di pensiero politico, università, industrie editoriali e militari, ruoli di governo, lobby potentissime.

Per un po' di tempo l'interprete più alla moda fu Francis Fukuyama, l'ideologo della “fine della Storia”, secondo cui l'unica evoluzione possibile di società e di Stato non fa che adempiersi nel liberalismo in chiave americana. Ma una delle più durature influenze fu quella di Charles Krauthammer, che elaborò il concetto di “momento unipolare”: la congiuntura storica che chiudeva il XX secolo, con gli USA unica superpotenza ancora in campo – una chance definita precisamente come il «momento unipolare» – delimitava un’occasione eccezionalmente favorevole per instaurare un dominio globale che, si disse poi, è il manifest destiny dell’America.

Fukuyama e Krauthammer sono tra i tanti neoconservatori che hanno fatto parte del PNAC, il pensatoio che ha dettato i principi della rivoluzione neocon durante l'amministrazione Bush, l'apice del loro momento unipolare.

I neocon – così come altri animatori dell'ideologia americanista che pure hanno accenti diversi - sanno nella pratica cosa significa “egemonia culturale”. È un tema affrontato da un intellettuale italiano del secolo scorso, i cui testi ebbero pure una certa fortuna ma che poi furono fatti ingiallire e furono o dimenticati o citati con sterile e cristallizzata nostalgia: Antonio Gramsci. Fra le sue pagine si legge che l'egemonia culturale è un concetto atto a descrivere il dominio culturale di un gruppo o di una classe che «sia in grado di imporre ad altri gruppi, attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise, i propri punti di vista fino alla loro interiorizzazione, creando i presupposti per un complesso sistema di controllo». Una definizione perfetta, che spiega per quale motivo certe norme culturali prevalenti non debbano essere viste come "naturali" o "inevitabili", perché dietro di esse c'è il lavoro di apparati che le forgiano.

Ebbene, le instancabili officine delle idee della rivoluzione neoconservatrice e delle ideologie sorelle - ancorché apparentemente contrapposte - dei grandi elemosinieri “democratici” alla Soros hanno modellato un messaggio chiave, al centro di tutto un nuovo sistema di controllo.

Il messaggio egemonico è: il tempo per americanizzare il mondo fino in fondo è ora.

Questo proponimento ha avuto declinazioni diverse, con un arco di sfumature più democratiche o più militariste, ma ferreamente imperiali.

Zbigniew Brzezinski, noto politologo, esperto di strategia e analista internazionale, membro del Council on Foreign Relations (CFR) e della Commissione Trilaterale, capostipite della politica del nuovo espansionismo nordamericano, nonché consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza Carter e grande consigliere, oggi, di Barack Obama, aveva elaborato una grandiosa analisi geopolitica proiettata sul XXI secolo nel libro La Grande Scacchiera (Milano, Longanesi, 1998).

[omissis]

 

L'11/9 visto da Mosca. Altro che “complottismo”

L'11 settembre 2001 fu il tempo clou per dare adempimento al “momento unipolare”. Nemmeno la Russia, fresca di default e con un Putin agli esordi, poteva dire no al dispiegamento di nuove basi USA che la circondavano in Asia centrale, in luoghi influenzati per secoli da Mosca.

Molti osservatori – anche quelli che non sono venuti giù con l'ultima pioggia - sono colti di sorpresa dalla durezza con cui, diversamente da allora, si manifesta l’indipendenza russa. Eppure, senza aspettare che la copertina del settimanale «Time» consacrasse Putin Persona dell’Anno 2007, c’erano già i segnali che i russi avevano capito benissimo – e da subito – il significato dell’11 settembre, ed erano pronti a riorganizzarsi, come poi hanno fatto.

Il settimanale moscovita «Zavtra», ben addentro alle questioni dell'intelligence russa, ha pubblicato il 14 settembre 2002, appena un anno dopo i mega-attentati, la trascrizione di una tavola rotonda che analizzava la situazione mondiale generata da quel drammatico spartiacque della storia recente. Sebbene Vladimir Putin per alcuni anni abbia ripreso a suo modo la retorica statunitense della ‘guerra al terrorismo internazionale’ (in Cecenia fa comodo) e non abbia mai ufficialmente messo in dubbio le versioni ufficiali dei fatti, molti eminenti figure dei servizi segreti, cioè il suo ambiente di provenienza e la sua principale riserva di public servant, si sono mossi quasi all’unisono per esternare la loro visione della realtà effettuale, molto diversa da quella che si propala da Washington.

È interessante rivedere oggi quanto fu detto in quella occasione. Si possono capire molte consapevolezze della Russia di Putin e di Dmitrij Medvedev.

I partecipanti al panel di «Zavtra» erano il vice editore del periodico, Alexander Nagornij, l’analista strategico Generale Leonid Ivašov (che sino al 2001 era capo di Stato Maggiore), l’esperto finanziario Mikhail Khazin, il noto commentatore televisivo russo Mikhail Leont’ev e l’ex numero 2 del KGB Leonid Šebaršin.

La discussione ci racconta bene come questi osservatori russi - tutti collocati in un punto d’osservazione relativamente privilegiato – valutavano la nuova situazione. Non si dimentichi, era appena il 2002.
[omissis]

Di certo, per capire i veri retroscena dell'11 settembre e di quel che ne è seguito, la nostra opinione pubblica ha avuto armi spuntate, mentre a Mosca sono stati usati strumenti analitici fondamentalmente esatti, sebbene non disinteressati e non immuni da distorsioni nazionalistiche.

Da noi le classi dirigenti hanno creduto alle proprie bugie e danno segno di crederci fino ad accelerare la prossima guerra mondiale. In Russia, d'altro canto, si conta sulla durezza inaggirabile dei fatti.

Lo ricorda bene Giulietto Chiesa:

La crisi energetica, evidente a tutti salvo a chi non vuole vederla, incombe ormai sull'intera economia mondiale e determinerà contraccolpi drammatici in tutto il mondo, mentre la Russia si trova ad essere l'unica grande potenza che ha tutte le risorse al suo interno e non avrà alcun bisogno di andarsele a prendere, con la forza, fuori dai suoi confini. Il cambiamento climatico colpirà ogni area del pianeta, ma tra tutte la più avvantaggiata sarà proprio la Russia, mentre Europa e Stati Uniti dovranno difendersene in tempi relativamente rapidi.

 

Il nuovo realismo politico deve ridimensionare l'atlantismo

Nel frattempo, la corsa agli armamenti è in atto. Lo segnala l’ultimo rapporto del SIPRI di Stoccolma, uno degli istituti più quotati in materia. Le spese militari su scala planetaria sono ora arrivate all’enorme somma di 1.200 miliardi di dollari (a valori costanti del 2005), la più elevata di tutti i tempi, in costante incremento.

Gli Stati Uniti, orientati secondo le loro dottrine militari ufficiali a non concedere a nessuno la più lontana possibilità d’insidiare la loro supremazia militare, restano di gran lunga in testa per le spese militari, con un bilancio di 547 miliardi di dollari.

Le spese militari della Russia sono di circa 15 volte inferiori (34,7 miliardi di dollari), e sono indirizzate soprattutto a rendere più moderno un apparato militare sì imponente, ma trascurato per anni. La cosa fa riflettere, se si pensa che i media mainstream attaccano la ‘corsa agli armamenti’ del Cremlino, con allarmi gonfiati. Il bilancio del Regno Unito, per dire, è molto più voluminoso (59 miliardi di dollari), così come quello della Francia (53 miliardi), o perfino quello di un paese ben poco proiettato all’esterno dal punto di vista militare, come il Giappone (43,7 miliardi di dollari).

[omissis]

 

11 agosto 2008

La guerra nel Caucaso: le premesse che non ci raccontano

Di Pino Cabras

 

Non finisco mai di meravigliarmi dell'indecenza che ormai caratterizza l'informazione fornita da molti dei media più importanti.

Nei primi giorni della guerra fra Georgia e Russia, molte importanti testate, in Italia e altrove, non hanno nemmeno citato l'attacco perpetrato dalla Georgia in Ossezia, quando i bombardieri e i fanti di Saakashvili hanno colpito la popolazione civile osseta proprio a ridosso di una dichiarazione di tregua. Si è distinto nell'indecenza il Tg1 di Gianni Riotta.

L'altra cosa che continua a stupirmi è il modo in cui notizie importanti (e la guerra caucasica lo è) arrivano come un fulmine a ciel sereno nelle redazioni che contano, quando invece analisti con molti meno mezzi avevano già per tempo la percezione piena di quel che si stava apparecchiando. Possiamo vedere questo tipo di preveggenza analitica in un articolo di Maurizio Blondet del 21 luglio scorso, intitolato Provocazioni contro Mosca, apparso su «Effedieffe».

L'articolo di Blondet cita anche un passo del mio libro, laddove descrivo il dato di fondo della politica USA di questi anni, la pressione militare sulla Russia in costante aumento nel cuore dell’Asia, in combinazione con un aumento di pressione nei confronti della Cina, il tutto con un ruolo chiave dell'area del Caucaso.

Alla luce dei fatti legati all'inizio della guerra in Georgia, vale la pena riportare per intero l'articolo di Blondet [l'originale è qui].

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