Vittoria Buffa, archeologa e moglie di un ambasciatore, racconta i propri studi

La baronessa che scava in Yemen

 

 

TELVE – Giornalisticamente si potrebbe tentare di dire che questa signora trentina da anni è sulle tracce della regina di Saba. Ma non è così per varie ragioni e tra queste anche quella che non si sa nemmeno se quella regina sia esistita davvero. Comunque Vittoria Buffa, archeologa di Telve e baronessa, da una ventina di anni porta avanti ricerche ad altissimo livello nello Yemen, con risultati di rilievo nel campo.

 

Il palazzo della famiglia si trova dirimpetto alla chiesa. Suoniamo e ci viene incontro. Oggi la signora insegna all’Università  Federico II, di Napoli.

«Ero una freelance, ma da tre anni ho accettato di lavorare per l’università, con molto interesse. Insegnare vuol dire anche organizzare tutte le conoscenze che hai acquisito sul campo». Lei è baronessa. Sorride: «Mio padre Augusto, 94  anni, è barone. Quindi lo sono anch’io. Ma il titolo non conta niente. Anche se conta molto, per me, la storia della mia famiglia. Ogni anno, in agosto, io vengo qui qualche settimana, da quando sono nata. Sento molto il senso di appartenenza. Io vivo a Roma, mio marito è un diplomatico. Papà stava a Cles, suo padre era stato giudice dell’impero austro-ungarico. Con l’avvento dell’Italia si era dovuto dimettere perché non voleva iscriversi al Partito fascista. Sì, è una storia molto mia, importante per me. Come la storia di questa casa. Nella prima guerra mondiale i miei se ne andarono, per non dover combattere contro l’Italia. E questa fu l’unica casa che rimase in piedi, forse perché vicina alla chiesa. Si rifugiò qui tutto il paese ed ogni stanza avrebbe tante storie da raccontare».

 

Perché è diventata archeologa?

«Una professione come un’altra. L’archeologo agisce a due livelli: lo scavo e lo studio di ciò che ha scavato. La proporzione è un mese di scavo e un anno di studio».

 

Ma perché lei...?

«Lavorare con la terra per me è naturale. Io vengo qui a Telve ogni estate. Frequentai Archeologia a Trieste e mi accorsi che volevo fare ricerca sul campo. Ma mi sposai con un diplomatico e seguii mio marito: Ottawa, Basilea, Cuba. Tornando a Roma nel 1979 decisi di fare quello che avrei voluto fare e mi iscrissi alla scuola di perfezionamento in archeologia. Iniziai subito a scavare». La famiglia rimase 18 anni in Italia. «Ho scritto, pubblicato». E a metà degli anni ’80 ecco Vittoria Buffa che va a trovare un’amica nello Yemen. «Ho scoperto che c’era un’importante missione archeologica italiana, guidata dal prof. Alessandro de Maigret. Sue le più importanti scoperte negli ultimi vent’anni. Lo contattai e mi proposi». Così, dal 1986 ad oggi Vittoria si reca nello Yemen una o due volte l’anno e si ferma un mese e mezzo per gli scavi. Quindi, in Italia, lavora sui risultati. «Nel 1996 mio marito è stato nominato ambasciatore in Egitto e io ho cominciato a lavorare con continuità in Yemen, poi anche in Oman, con l’Università di Pisa». Ma Vittoria Buffa ha avuto occasione di lavorare anche con i tedeschi, una scuola archeologica al top nel mondo, come quella italiana. «Quando de Maigret lasciò, per quattro anni, mi misi a lavorare con la Missione tedesca dell’archeologo Wogt. Lavoro con due missioni quindi».

 

Forse è ora di capire, signora, cosa state indagando nelle sabbie dello Yemen.

«Yemen, Arabia Meridionale, periodo pre-islamico. Dalla preistoria al Paleolitico, Neolitico, età del bronzo. Nella seconda metà del secondo millennio avanti Cristo in quella terra sorsero dei regni (ad esempio quello sabeo, a cui sarebbe appartenuta la leggendaria regina di Saba, della cui esistenza peraltro non abbiamo ancora traccia certa), una civiltà molto evoluta. C’era ricchezza, basata sul commercio dell’incenso, richiesto da Egitto e Siria. Quella era una delle poche terre in cui cresce l’albero dell’incenso». Era usato come medicinale, per la cura della bellezza e anche nei cerimoniali religiosi, un prodotto molto caro all’epoca. In loco si sviluppò una scrittura, sistemi di irrigazione elaborati. Per questo si diceva Arabia felix».

 

Signora Vittoria, dobbiamo a lei qualche scoperta importante?

«Alle due missioni a cui partecipo, certamente. La missione tedesca in un villaggio dell’età del bronzo ha scoperto i canali di irrigazione più antichi dell’Arabia. Alessandro de Maigret, invece, ha portato alla luce i resti di una città molto antica, potendo retrodatare di cinque secoli quella civiltà». Sorride, donna Vittoria: «Ma io un tesoro non l’ho mai trovato sotto terra».

Ma in un futuro prossimo l’archeologa Vittoria Buffa di Telve si interesserà ad un’altra civiltà, diciamo così «esotica». «Lo stesso archeologo tedesco con cui lavoro ha una scavo in atto sull’Isola di Pasqua, nel Pacifico. Mi ha invitata e in febbraio ci andrò». Un trentino, pardon, una trentina anche a Rapa Nui, quindi.

 

Renzo M. Grosselli

l’Adige, 4 settembre 2008

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