Altra croce nel cimitero della fabbrica
Ciao «Bepi Sloi», vittima del piombo

 

 

E così anche Giuseppe Giovannini se ne è andato dalla casa di cura nella quale viveva con crescente fatica sotto quella maschera che gli procurava ossigeno. Se ne è andato «Bepi Sloi», un uomo che era stato un simbolo, un personaggio nella lunga stagione del sindacato trentino, a partire dalle grandi lotte cominciate il 15 novembre del 1968 quando studenti e operai erano scesi in piazza per chiedere pensioni più dignitose. Era l'epoca del Sessantotto trentino, del grande scontro con il potere democristiano, della rivolta studentesca, del mondo operaio alla ricerca di una vita migliore. Sulle piazze, davanti ai cancelli delle fabbriche dove il mondo sindacale viveva la sua stagione di lotte, ben diversa dall'attuale che lo vede con crescente frequenza solo attorno alle grandi tavolate delle trattative, mostrava a tutti i segni della sofferenza patita alla Sloi, l'immagine aspra delle malattie del lavoro cagionate dal piombo tetraetile, da ritmi di lavoro forsennati, da un impianto obsoleto tenuto assieme - così si diceva nel gergo spontaneo dell'epoca - dal «fil de fer».


Nonostante il litro di latte consegnato ogni giorno all'operaio Sloi, nonostante la tuta che doveva essere lavata con regolarità, lo stabilimento che produceva l'antidetonante della benzina restava - anche se la denuncia era già forte - la fabbrica della morte, in un Trentino dove le fabbriche pericolose erano moltissime: la Montecatini di Ala con i suoi fumi al fluoro che causavano le macchie blu alle genti di Chizzola, i pennacchi di polvere della Italcementi che imbrattavano Piedicastello e procuravano l'asma, le polveri sottili e micidiali di quella ferriera in via Brennero finalmente spenta dal pretore Paolo Cemmi, la naftalina e i catrami della Prada che scatenavano allergie, le polveri delle cave di porfido che causavano la silicosi, lo stabilimento che nella Piana Rotaliana, vocata al Teroldego, consumava tonnellate di carbone ricco di zolfo che giorno e notte, estate e inverno, venivano eruttati dai camini, sparsi fra i vigneti e respirati da una popolazione dove elevata era la morte per tumore.


Era l'epoca nella quale si costruiva senza un progetto la diga di Stava, dove la funivia del Cermis correva sempre più in fretta e che il sindacato cominciava a battersi per frenare le troppe tragedie del lavoro. Bepi Sloi, era lì con Giuseppe Mattei, Ugo Panza, Sandro Schmid e altri sindacalisti, ma anche con gli uomini della politica di allora, almeno quelli più sensibili alla questione operaia: Enrico Pruner, Marco Boato, Biagio Virgili. Era lì a denunciare la nocività di un'industria che inquinava, avvelenava e non si curava della sacralità dell'uomo. Era lì nei cortei, sulle piazze a ricordare a tutti che la Sloi era un inferno. Come scrisse il giudice Antonino Crea quando mandò a giudizio i responsabili della Sloi.


Non era riuscito, nei lunghi anni di dolorosa malattia, a farsi riconoscere una indennità pari alle sofferenze patite, farsi rivalutare la pensione, lui che l'aveva miseranda in un'epoca di pensioni d'oro. Ha dovuto sopravvivere nello stesso affanno nel quale vivono i supersiti della Sloi, ormai ridotti ad un'esigua pattuglia. Come Lino Floria che nella notte del 4 novembre 1966, quella della tragica alluvione, era nello stabilimento che bruciava ed esplodeva, con Venturini e Pedinelli per fronteggiare la catastrofe. Nel cimitero della Sloi si aggiunge un'altra croce. Nell'indifferenza di quanti guardano, in attesa dei grandi affari, ai terreni sui quali sorgono ancora i rottami dello stabilimento.

 

I funerali di «Bepi Sloi» si terranno questo pomeriggio alle 17 a Stedro di Civezzano.

 

Luigi Sardi

l’Adige, 23 settembre 2008

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