S. Martino, fortezza dei Goti

 

 

C'è finalmente una data e la collocazione in una strategia più vasta nel mistero della fortezza del monte San Martino, nel Lomaso: il complesso di edifici, chiesa e quasi un chilometro di mura di età barbarica che da quattro anni è al centro di una fra le più affascinanti campagne di scavo delle Alpi. Tre esami al radiocarbonio, condotti sui resti umani di sei tombe integre (ma le ossa recuperate sono di 14 individui diversi) collocano gli abitanti di quell'altura isolata fra il 530 e il 550 d.C., in piena guerra greco-gotica. L'edificio che ospitava le tombe (con il 68% di possibilità che la tecnica di datazione ci fornisce), dunque sicuramente antecedente, irrobustisce la tesi attuale che, nell'assenza di fonti e documenti, colloca l'insediamento nel periodo goto.


San Martino, a quasi 1000 metri di quota e lontano da dimore rurali e coltivi, appare dunque come un approdo nell'incertezza del tramonto del mondo antico, in un modello economico di età romana e nel paesaggio di piccoli nuclei sparsi ancora oggi riconoscibili. Ma chi abitava quegli edifici a due piani, a ridosso delle mura? Chi costruì quella possente cinta muraria che ora svela l'esistenza di almeno una torre quadrangolare? E perché? Le risposte possibili sono legate anzitutto alla collocazione della fortezza lungo la strada che attraverso Passo San Giovanni collegando il Garda al crocevia giudicariese verso la Val di Non, la Val d'Algone e Passo Duron. Strada antecedente a quella del Ballino (che diverrà poi percorribile e «obbligata» per ragioni di dazio) e situata in un reticolo di valli alpine permeabili.


Gli anni della fortezza di San Martino, insomma - fa osservare Enrico Cavada, che per la Soprintendenza archeologica provinciale è «titolare» dell'indagine - sono anni segnati «da insicurezza e predazioni prima del ritorno della tranquillità con la breve, ma comunque determinante, restaurazione imperiale di Carlo Magno». Anni in cui le autorità emanano decreti ed istituiscono controlli «verso chi e per quale motivo percorre strade e attraversa luoghi», e che giustificano quello che - nella definizione di Aldo Gorfer - fu non un «limes» ma un «cancello», un varco di controllo per i commercianti, i pellegrini, anche per le spie. «San Martino - spiega Cavada - aveva due ingressi: l'attuale accesso bordato da due massi e quello diretto dalla Pieve, che non a caso la toponomastica locale chiama "Le porte"». Venute meno l'organizzazione, l'autorità, le sicurezze dell'impero romano, il tempo di San Martino era il tempo di un cambiamento, di qualcosa di nuovo. Ma era anche l'esposizione alle razzie, alle incursioni di rapina. E l'accuratezza del sistema difensivo che gli scavi fanno riaffiorare («in opera muraria continua - annota Cavada - con torri e avancorpi bastionati dove hanno posto gli accessi controllati») non è frutto di una necessità locale. «Sono opere coordinate da un'autorità centrale, in un sistema basato su linee: città fortificate e, sulle Alpi, "cancelli" fatti di mura e torri». San Martino appare inserito in questo disegno più ampio, «probabilmente tardoromano occidentale - sostiene Cavada - che promuove una serie di punti strategici.

 

È un sistema messo in campo da Valentiniano III (530), che con un decreto ordina ai civili di provvedere da sé per la propria sicurezza». Solo con risorse ingenti, rese disponibili da un sistema fiscale, è stato possibile erigere un siffatto complesso fortificato: «Su un disegno di architetti e ingegneri - osserva l'archeologo - è stato costruito da gente di mestiere, probabilmente giunta da fuori, con manodopera che può anche essere stata locale».

E che San Martino sia frutto di una ingegneria «internazionale» lo fa supporre la straordinaria coincidenza, nella pianta della chiesa e nella tipologia edilizia, che accomuna quella del Lomaso ad una fortezza assai simile, al sommo di un dosso nella Serbia centrale, quella di Vrsenice. La chiesa di San Martino, prima di essere luogo di culto, fu abitazione di un personaggio importante, forse un membro dell'aristocrazia, forse un comandante. Ma le sepolture, che poi trasformarono l'edificio in tempio, rivelano altro. Ad esempio, che quei maschi adulti - di robusta costituzione fisica e morti per cause non traumatiche - non superarono i 45 anni di età, o che i bambini soffrivano di carie, come oggi, ma che non erano denutriti o malamente alimentati. Il resto lo dicono (e lo diranno) i reperti: armi, materiali (calici, lampade pensili, vetri policromi per finestre, bottiglie, reliquiari), ceramica di produzione locale e vasellame in pietra ollare. Uno strato notevole di granaglie bruciate (orzo, frumento, fave, piselli, frutta) che testimonia un incendio, ma anche una elevata qualità. Tutti elementi che, uniti alla struttura gerarchica del complesso, suggeriscono altre possibili funzioni di questa fortezza oggi un po' meno misteriosa, il commercio o l'assistenza cultuale, proprio come in un ospizio.


Fabrizio Torchio

 

 

Il contesto
Anni di guerra

 

 

Le guerre greco-gotiche vennero combattute dal 535 al 553 in Italia dai bizantini dell'imperatore Giustiniano contro gli ostrogoti, che avevano invaso il nord della penisola nel 488-489 giungendo dalla pianura della Pannonia. Il comandante, Teodorico, aveva scelto Ravenna come capitale ma possedeva altre residenze, come Milano e Verona. I bizantini, provenienti dal Nord Africa (che avevano sottratto al breve dominio dei vandali), sotto il comando dei generali Belisario e Narsete, conquistarono progressivamente buona parte della penisola, fino a raggiungere, nel 540, la capitale Ravenna dove catturarono il re Vitige, che era succeduto al precedente sovrano Teodato. Fu un nuovo re, Totila a riorganizzare la resistenza ostrogota e a protrarre ancora a lungo il conflitto fino a perdere la vita nel 552, nella battaglia di Tagina. Nel 553 si combatté la battaglia di Monte Lattaro, che provocò la breve riannessione dell'Italia all'impero romano d'Oriente. Giustiniano ripristinò così l'autorità imperiale anche a Trento, cancellando l'età gota con provvedimenti che riguardarono anche le tombe nella basilica. Nel 568 l'Italia cadde nuovamente sotto il dominio germanico con l'arrivo dei Longobardi guidati dal re Alboino. Il loro regno ebbe Pavia come capitale, ma anche Cividale (Friuli) ebbe un ruolo di rilievo.

 

 

Accordo. L’Accademia bavarese si allea con la Provincia di Trento

E la Germania finanzia gli scavi

 

 

Per la prima volta in Trentino, sul monte San Martino gli scavi archeologici saranno pagati anche con fondi del governo tedesco. È quanto prevede un protocollo d'intesa che unisce negli sforzi la Provincia, il Comune di Lomaso e l'Accademia bavarese delle scienze (Bayerischen Akademie der Wissenschaften) di Monaco di Baviera. Cinque giovani ricercatori stanno lavorando in questi giorni sul sito, e l'esito dei loro sondaggi ha convinto il professor Volker Bierbrauer, presidente della Commissione per l'archeologia dei territori romanizzati tra le Alpi ed il Danubio, a dirottare i fondi destinati ad uno scavo in Svizzera sulla «misteriosa» fortezza del Lomaso, dove hanno lavorato già 82 studenti dell'ateneo trentino e delle università di Milano e Padova. Con un obiettivo comune, ogni partner collabora in autonomia.

 

Nonostante l'assenza di documenti e fonti sulla fortezza emersa sulla sommità, la chiesa di San Martino - viceversa - è sempre stata particolarmente legata alla comunità pievana del Lomaso. Duecentesca (ma costruita sull'edificio preesistente), la chiesa è stata rifatta nel '500 e fino al 1945 è stata meta di pellegrinaggi. Rimasta priva delle tegole (un gruppo di partigiani se ne servì per costruire un riparo), rapidamente decadde fin quasi a scomparire, ma non scomparve dalla memoria collettiva tanto che nel 2004 l'indagine archeologica è partita proprio su iniziativa del Comune di Lomaso e quest'anno vi è stata celebrata nuovamente la messa. Come fa notare Enrico Cavada - «la chiesa per la comunità era un punto forte per ribadire i diritti di sfruttamento del territorio del monte». Gli scavi hanno messo in luce i primi piani di cantiere, restituendo monete del XII secolo e, sui sagrati esterni, del '500 e del '600. Anche San Martino del Lomaso, come l'altura del castello di Stenico e il sito sopra Passo Durone, è sinonimo di difesa isolata, con opere artificiali integrate da quelle naturali e luogo di culto che riporta all'Alto Medioevo.


F. T.

l’Adige, 24 settembre 2008

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