Accogliamo come si deve l’amico Antonio

 

 

Carissimi amici di Antonio Marchi, ricevo con voi gli aggiornamenti sul suo viaggio dopo la notizia del ritrovamento della bici che gli era stata rubata. Le peripezie di quest’uomo “speciale”, che viaggia nella memoria per costruire futuro, che ha percorso tutta l’Italia in bicicletta, dal Trentino alla Sicilia, per ricordare i 20 anni dell’assassinio di Mauro Rostagno, non possono non colpire, ad anche commuovere. Sono a voi per chiedere, se qualcuno ha già in mente, per il suo rientro, una particolare forma di accoglienza che possa gratificare il suo sforzo. Non occorrono grandi cose. Chiedo solo “fantasia” e calore per Antonio che rientra. Possiamo almeno metterci d’accordo per trovarci in tanti ad attenderlo? Sarebbe molto bello manifestargli così la nostra amicizia. In fondo amo credere che ci abbia rappresentati.

Rodolfo Carpigo

 

A questo invito molti altri se ne sono aggiunti, fra cui quello di Gianni Palma. Ieri sera Marchi ha lasciato Tempio Pausania, in Sardegna (la terra di De André) e si è imbarcato per Genova, dove oggi vedrà don Gallo. Arriverà a Trento sabato, con il treno delle 14, alla stazione. Marchi ha espresso il desiderio di “finire il viaggio da dove l’ho iniziato: al Bar Duomo, dall’amico Lorenzo”. I suoi amici sanno dove trovarlo.

 

Il ritorno di Marchi meriterebbe, però, un’accoglienza non solo personale, ma civica, comunitaria. Non per magnificarne l’impresa - che pur è una bella pedalata sportiva, da Trento a Bologna (Marzabotto) fino a Cerignola in Puglia, e poi attraverso le Calabrie, di là dello Stretto in Sicilia, ad Avila e a Comiso - luoghi emblematici per le resistenze umane contro la violenza - e Capaci della strage, e Trapani dove Mauro Rostagno è stato assassinato, a soli 46 anni, il 26 settembre 1988. Dalla Sicilia alla Sardegna delle libertà e della poesia (De André) e poi Genova, Val di Susa, per ritornare a Trento. Una bella pedalata, anche se a metà strada gli hanno rubato la bici, ma poi gliela hanno ritrovata - non si sa se i carabinieri, i compagni, o gli amici - comunque un bellissimo segno, capace di illuminare tutto il percorso, e dare fiducia. L’Italia resta il più bel paese per vivere, nonostante le sue difficoltà. Qui, fra tante contraddizioni, si sta preparando il futuro, per cui vale la pena impegnarsi. È anche un’Italia, quella di Antonio Marchi, che unisce Trento a Trapani, che forse non piace ai leghisti, ma sarebbe piaciuta ad Alcide Degasperi, quando si dichiarava “prestato all’Italia”, perché qualcuno potesse imparare dall’esperienza autonomista, ma anche perché l’autonomia evitasse le sue involuzioni. Perché tutto non iniziasse con un appalto e finisse con una tangente.

 

L’accoglienza merita di essere corale, perché Antonio Marchi ha saputo unire, con la sua pedalata, momenti di vita e di libertà. Mauro Ristagno (1942-1988) è stato un leader naturale del Sessantotto trentino e di Sociologia, ma non ha esaurito la sua presenza nella contestazione. C’era un disegno dietro e si è visto poi nella sua lotta alla mafia. C’è una testimonianza di libertà che lega la Resistenza, il Sessantotto (Praga!) alla lotta contro la mafia di cui Rostagno è finito vittima. Una lotta che non potrà vincere l’esercito, ma solo l’impegno delle coscienze. Ed è questa consapevolezza che ha mosso le ruote di Marchi, da Trento a Trapani e ritorno: o i problemi si risolvono insieme, o tutti ne veniamo travolti. (C’è un altro trentino che li affronta “insieme”, padre Alex Zanotelli, fra le discariche di Napoli).

 

Con questa visione Antonio Marchi è andato il 26 settembre scorso sulla tomba di Rostagno a Valderice “in una mattinata uggiosa, ma fresca, che odora di pini marittimi e di mediterraneo”. E di lì ha rievocato la generosità di Rostagno. La “contestazione” di Trento è stata il “master” per poter poi denunciare le terribili violenze mafiose siciliane. Lo stato nello stato. Lo stupro del territorio e delle coscienze.

 

Nel suo diario Antonio Marchi ha scritto: “Per questo è utile ricordare nomi e luoghi, perché nulla vada dimenticato, perché i figli che nasceranno sappiano restituire loro un respiro, diventando degni della loro profonda tristezza. Mille anni al mondo e mille ancora”. A questo servono le memorie. Per questo serve pedalare, fra i luoghi delle stragi, in ricordo di un amico ucciso per la sua voglia di libertà. Bentornato Antonio. C’è da pedalare anche qui, fra le montagne. Va detto che Antonio Marchi è nato nel 1951 in un piccolo paese trevigiano, secondo di otto fratelli, da genitori contadini. Voleva diventare campione di ciclismo, ma un incidente gli ha stroncato la carriera. Sposato nel 1981 con Alba, di San Lorenzo di Banale, ha lavorato dal 1984 fino al 2008 all’Università di Trento nel settore amministrativo. Per quattro anni è stato componente del CdA dell’ateneo.

 

Franco de Battaglia

Trentino, 3 ottobre 2008

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