Energia
La crisi della Tassara potrebbe portare
a ridistribuire una quota importante del capitale.
Il ruolo dei comuni di Milano e Brescia
A2A, l'azionista (concorrente) di Edison
Una complicata rete di partecipazioni collega le due utilities.
Che intanto si scontrano sul mercato

 

 

Di Edison in questi giorni si parla molto perché il 10% in mano alla Tassara è di fatto in vendita nell'ambito della liquidazione della holding di Romain Zaleski, ma ci vorrà tempo perché gli azionisti forti di Foro Bonaparte hanno già l'80% e non possono litigare tra loro usando la quota Zaleski come clava. Benché se ne parli meno, la vera notizia è un'altra: Edison ha cominciato a fare concorrenza al suo socio A2A nella vendita dell'energia ai cittadini, l'attività che più sta a cuore alle ex municipalizzate. È un effetto della liberalizzazione, buono per i consumatori, ma paradossale per un «padrone» che, per esser tale, al momento sta perdendo quattrini. La sistemazione della quota Zaleski, dunque, potrà avvenire tanto più facilmente se si supererà il paradosso che segna i rapporti tra i Comuni di Milano e Brescia ed Electricité de France sui fronti incrociati di A2A ed Edison.

 

Il gruppo di Foro Bonaparte è stato motivo di frizioni tra i soci fondatori di A2A. L'Asm di Brescia avrebbe voluto entrare nella cordata italiana che nel 2005 affiancò i francesi in Edison, ma l'Aem di Milano e la giunta di centro-destra di Gabriele Albertini non vollero l'azienda cugina, che faceva riferimento a un Comune allora di centro-sinistra.

 

In principio, i corsi azionari di Edison hanno premiato sul piano contabile l'investimento di Aem, nascondendo l'assenza di sinergie operative e il modesto tornaconto economico reale. In seguito, il peso del debito acceso per finanziare l'operazione e l'eccessiva diluizione della partecipazione del Comune di Milano in Aem determinata dalle vendite di Albertini, consigliarono alla nuova giunta di Letizia Moratti di arrivare addirittura alle nozze con Asm dando vita ad A2A: al di là delle guarentigie statutarie, Aem avrebbe potuto essere scalata; la nuova società no. Quando venne lanciata, A2A si presentò come la Rwe italiana, ma erano solo chiacchiere. In Germania, nel colosso energetico Rwe gli enti locali assicurano il controllo pubblico ma, singolarmente, non comandano. Sull'asse Milano-Brescia, i due comuni pretendono di controllare essi soli la società e i due gruppi manageriali intendono preservare sé stessi, magari in conflitto fra loro. Due vincoli che impediscono ogni ulteriore fusione di ampio respiro.

 

Evaporata dunque l'ipotesi Rwe per eccesso di illuminismo, resta sul tavolo dei Comuni azionisti la realtà Edison. Ma i conti dicono che questa partecipazione è, al momento, un problema. Un problema persino imbarazzante se è vero che il consiglio di sorveglianza di A2A non ha accesso agli impairment tests sugli avviamenti del sistema Edison. In sostanza, il consiglio di gestione di A2A, presieduto da Giuliano Zuccoli, sostiene di non poter consegnare al consiglio di sorveglianza, presieduto da Renzo Capra, le carte per accertare se questi avviamenti (3,7 miliardi) siano validi ancor oggi. E il consiglio di sorveglianza, per una delle tante bizzarrie della governance dualistica in salsa lombardo-municipale, non ha le persone e i fondi per fare da sé le verifiche pur dovendo approvare il bilancio. La cosa è surreale ove si consideri che Zuccoli è presidente di Delmi e di Edison per conto di A2A e, nell'apparenza statutaria, Capra dovrebbe risultare onniveggente, essendo presidente anche del Comitato per il controllo interno.

 

I conti dunque. A2A ha in carico per 935 milioni il 51% della società Delmi, la quale detiene il 50% della Transalpina di Energia che, a sua volta, possiede il 61% di Edison avendolo pagato 5 miliardi. Transalpina ha coperto il suo investimento per 1,4 miliardi a debito e per il resto con capitale di rischio fornito da Delmi ed Edf. Nel 2007, al netto degli interessi passivi, Transalpina dichiara un utile di 127 milioni, che dà un rendimento del 3,5%. Poiché dovrà rimborsare le banche nel 2012, Transalpina non potrebbe distribuire dividendi, ma i soci hanno bisogno e così ne dà comunque per 57 milioni. La metà va a Delmi, la quale gira quasi tutto ai suoi soci. Ad A2A, che sopporta oneri finanziari pari al 5,6% sul debito, l'investimento in Delmi costa 52,3 milioni e ne fa incassare 13,3 con un rendimento negativo del 4% senza contare il premio al rischio. Questo a dati 2007.

 

A dati 2008 il bilancio rischia di peggiorare perché i derivati sulle azioni Edison avevano già perso 20 milioni nei primi 9 mesi dell'anno. Con ciò dando il loro contributo alla flessione del risultato netto di A2A nei primi nove mesi da 333 a 238 milioni. A2A può continuare così, gestendo un lento declino. E non potrà rimontare con il nucleare perché, con il barile a 50 dollari, l'atomo farebbe perdere. Certo, se vendesse la quota Edison a Edf probabilmente guadagnerebbe bene e quella plusvalenza potrebbe compensare, forse anche ad abundantiam, gli attuali costi dell'investimento.

 

Ma si è sempre detto che Edison è strategica. E allora il problema, per A2A, è quello di trasformare un'operazione finanziaria discutibile in un'occasione di autoriforma sul piano industriale e societario. L'idea, sulla quale si sta riflettendo tra Parigi, Milano e Brescia, è la fusione di Edison in A2A e la conseguente attribuzione dell'infrastruttura di rete e del rapporto con la clientela a una società con i comuni in maggioranza e i francesi a supporto e con la concentrazione di produzione e approvvigionamenti in un'altra società dove Edf vorrebbe avere almeno il 50% per poterla consolidare proporzionalmente. Una simile operazione comporterebbe un certo esborso in denaro a carico dei francesi per due ragioni: a) nella super A2A, ai valori correnti i comuni avrebbero il 33-35% contro il 29 dei francesi; b) rete e attività commerciali valgono meno della produzione. Le basse quotazioni costituiscono un'opportunità perché l'Opa obbligatoria a carico dei soci in manovra andrebbe deserta o quasi. Ma possono anche diventare un pericolo: a questi prezzi le scalate sarebbero convenienti. Dice il sindaco Paroli: «Il rapporto di A2A con Edf è promettente, ma non vorremmo che, diluendo le posizioni degli enti locali, si rendesse scalabile, magari da parte di qualche fondo sovrano, ciò che oggi non lo è».

 

Oggi né Edison né A2A sono scalabili. Mettendole assieme senza una holding comune dove bloccare il controllo potrebbero diventarlo. Di qui il lavoro per banchieri e avvocati. Nel mentre, i Comuni stanno riconsiderando un regime dualistico che, nella versione distorta dai vincoli politici delle ex municipalizzate, funziona male. Il ritorno alla governance tradizionale di per sé non garantisce nulla. Ma nel nuovo quadro fondato sulle specializzazioni, potrebbe comportare la redistribuzione delle cariche, tema sensibile soprattutto a Brescia dove già si parla delle candidature di Graziano Tarantini (Compagnia delle Opere) e Giuseppe Camadini (Ubi Banca, Istituto centrale di Sostentamento del clero) a ruoli presidenziali.

 

Massimo Mucchetti

CorrierEconomia, 1 dicembre 2008

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