Nota di Nimby trentino

 

Ciò che avviene dentro e nei dintorni di una ex cava si può vedere, sentire e ostacolare, e assai difficilmente... filtrare.

Più difficili, complesse e ostacolate sono, invece, le verifiche e i controlli che si possono e si dovrebbero fare dentro, e nei vasti dintorni, di un inceneritore (che filtra - quasi - tutto).

Anche in questo caso, raramente sono le Agenzie preposte per legge alla tutela dell'ambiente a sollevare dubbi e proporre idonei "strumenti di lettura" (post sopralluoghi, laddove si fanno) su inadempienze e "scempi". Capita pressoché ovunque che "la denuncia parte dai residenti-detective".

 

 

Cronaca Corriere del Trentino: pag. 2 - pag. 3

 

 

Trentino, 11 dicembre 2008

 

L’accusa: a Roncegno idrocarburi e materiali cancerogeni
conferiti al posto degli inerti
Rifiuti pericolosi in cava, otto arresti
Falsi certificati chimici per favorire i trasporti.
La procura: scarsi controlli dalla Provincia
L’intero sito è ora sotto sequestro. Guadagni illeciti per oltre 1 milione

 

TRENTO. «Uno scempio ambientale». La definizione è del procuratore Stefano Dragone e ad essere sfregiato è stato il sito di ripristino ambientale dell’ex cava Monte Zaccon di Marter, comune di Roncegno. Sui terrazzamenti ci dovevano andare solo materiali inerti e invece - stando alle accuse - ci sono finiti 123 mila tonnellate di rifiuti pericolosi, alcuni anche cancerogeni. Tutto questo sarebbe avvenuto fuori da ogni controllo dell’ente pubblico, ma non della procura che ha arrestato otto persone.

 

Per indagare sui (presunti) misfatti commessi a Marter la procura ha deciso di affidarsi a forze dell’ordine estranee al Trentino, delegando il Corpo forestale dello Stato di Vicenza. Una scelta dettata da due ragioni: la prima è che in quella provincia, ad Enego per la precisione, era giunta la prima notizia di reato, un esposto verbale di alcuni cittadini di Roncegno. E la seconda, non scritta, è un’altra: la scarsa fiducia sulla terzietà della Forestale trentina (e anche dell’Appa) in relazione ai controlli sulla cava, una mancanza di fiducia esplicitata più volte da alcuni residenti della zona che, per l’appunto, hanno preferito rivolgersi oltre confine dopo mesi di proteste inascoltate.

 

I dettagli dell’operazione «Tridentum», coordinata dal pubblico ministero Alessandra Liverani, sono stati illustrati ieri mattina in una conferenza stampa a Palazzo di Giustizia. Presenti il procuratore Dragone e i vertici della Forestale vicentina che ha lavorato 11 mesi prima di far scattare le manette agli otto indagati e procedere ad oltre 40 perquisizioni di aziende di tutto il Nord Italia impiegando oltre 200 uomini. Tra questi (giunti da Veneto, Lombardia, Toscana e Roma) nemmeno un rappresentante della Forestale di Trento, tenuta in disparte sin dall’inizio dell’inchiesta.

 

Un’indagine partita undici mesi fa quando presso la stazione della Forestale di Enego si presentano alcuni cittadini di Roncegno lamentando una puzza insopportabile provenire dall’ex cava Zaccon. Gli inerti (che lì dovrebbero essere smaltiti) di solito non emanano odori tanto forti e così la procura decide di vederci chiaro e delegare accertamenti più approfonditi sul territorio. Ciò che ne è emerso è quello che il procuratore Dragone ha definito un insieme di «episodi criminali» che avrebbero come mente ed artefice il titolare della cava, Simone Gosetti, 44 anni di Levico, finito in cella insieme ai suoi collaboratori Luca Bonomi, 32 anni di Rovereto; Renzo Giacomin, 42 anni di Borgo e Floriano Tomio, 32 anni di Borgo (quest’ultimo ai domiciliari).

 

Gli inquirenti ipotizzano che la «Ripristini Valsugana» - l’azienda di Gosetti (titolare anche della discarica Sativa di Sardagna) autorizzata dalla Provincia al recupero dell’ex cava - abbia operato assicurandosi la compiacenza di un laboratorio di analisi in provincia di Brescia per ottenere falsi certificati di conformità dei rifiuti conferiti. Questo sarebbe avvenuto grazie alla predisposizione di referti analitici contenenti dati non veritieri sulla reale composizione chimica dei rifiuti destinati all’ex cava monte Zaccon. Anche l’amministratore del laboratorio chimico Giambattista De Giovanni, bresciano, è finito in carcere mentre ai domiciliari è stata posta Annamaria Zaccherini, chimico. Coinvolto nell’inchiesta (e arrestato) anche l’amministratore della società di intermediazione che si occupava di organizzare lo smaltimento per conto delle aziende, decine da ogni parte del Nord Italia, dal Friuli alla Lombardia, che avevano scelto il Trentino (e Marter, in particolare) per sbarazzarsi della propria spazzatura.

 

Ottenuti i falsi certificati, i camion arrivavano all’ex cava e qui scaricavano i rifiuti, anche pericolosi, provenienti da acciaierie, cartiere, cantieri di bonifica e stoccaggi di limi di marmo, contenenti una sostanza chiamata “stirene” e considerata altamente cancerogena. Anche alcune aziende trentine - oggetto di perquisizione ieri - scaricavano parte dei rifiuti a Marter e in particolare la cartiera di Arco e l’area ex Star Oil di via Brennero, oggetto di una bonifica dei terreni impregnati dagli idrocarburi.

 

Smaltire un rifiuto normale costa 10 euro a tonnellata, smaltirne uno pericoloso costa 40 euro, ecco perché - secondo l’accusa - si mentiva sulla reale origine del materiale conferito. Tutto questo avrebbe permesso alla «Ripristini Valsugana» di ottenere un profitto illecito stimato (per difetto) intorno al milione di euro.

 

Luca Petermaier

 

 

«Ciò che è avvenuto è uno scempio»
Duro il procuratore Dragone che ha parlato di «criminalità organizzata»

 

TRENTO. «La speculazione che tanto denunciavamo in altre zone d’Italia è arrivata anche in Trentino». Ha usato toni insolitamente duri e categorici il procuratore capo Stefano Dragone nel corso della conferenza stampa di ieri. Il capo dei pm trentini ha parlato di «scempio» in riferimento ai conferimenti di materiale pericoloso nella cava di Marter, additando come responsabili - tra gli altri - anche i soggetti «deputati alla prevenzione di certi fenomeni, una prevenzione che in questo caso è risultata palesemente inadeguata».

 

Dragone è sempre stato molto sensibile ai temi dell’ambiente e in questa circostanza ha manifestato in più di un’occasione un certo disappunto rispetto ai (presunti) mancati controlli da parte dell’ente pubblico: «Il territorio di cui parliamo, quello di Marter, non ha dimensioni dispersive. I camion che viaggiavano con rifiuti pericolosi a bordo erano sotto gli occhi di tutti e in più di una occasione sappiamo che i cittadini si sono lamentati per gli insoliti cattivi odori. In questo contesto - ha concluso il procuratore, limitandosi a fatica - non si può certo dire che l’Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente abbia manifestato una grande volontà di controllo e accertamento dei fatti».

 

Infine il procuratore si è detto «allarmato» per il diffondersi, anche al nord e anche in zone come il Trentino considerate immuni a certe pratiche, di episodi di criminalità ambientale così organizzata.

 

 

Nelle carte i rapporti sospetti con il dirigente

Le telefonate tra Gosetti e Giovanni Gardelli: «Non mandarmi su un talebano»

 

TRENTO. Il suo nome risulta molto spesso citato nell’ordinanza di custodia cautelare. Lui è Giovanni Gardelli, dirigente del servizio politiche di gestione rifiuti della Provincia, raggiunto ieri da una perquisizione degli agenti della Forestale. Il procuratore della Repubblica smentisce una sua iscrizione nel registro degli indagati, ma dagli atti dell’inchiesta risultano molte sue telefonate con il principale degli arrestati, quel Simone Gosetti considerato la mente dell’attività illecita di conferimento di materiali illegali nella discarica di Marter. Per far comprendere il ruolo di Gardelli in questa vicenda, negli ambienti investigativi si è usata questa espressione: «Il dirigente avrebbe spianato la strada alle iniziative imprenditoriali di Gosetti».

 

È lui - secondo quanto risulta dall’ordinanza di custodia cautelare - a ricevere le telefonate di Gosetti, a consigliarlo nelle strategie imprenditoriali, a preannunciare le sue telefonate agli altri interlocutori concordati. Un’attività che, allo stato, non ha prodotto gli estremi per un’inchiesta a suo carico tanto che - lo ribadiamo - il nome del dirigente non figura tra quelli oggetto di indagine. La perquisizione nei suoi uffici è stata giustificata solo dall’esigenza di raccogliere materiale utile alle indagini. Stando all’impostazione ipotizzata dalla pm Liverani e contenuta nella richiesta di custodia cautelare, Gardelli avrebbe intrattenuto rapporti poco chiari con Gosetti. I due si sentivano quasi tutti i giorni al telefono, sostiene l’accusa, e in qualche circostanza avrebbero anche concordato controlli «soft» per le attività dell’imprenditore di Levico. «Mandami su uno che non sia un talebano» - avrebbe chiesto in una circostanza Gosetti a Gardelli.

 

Dagli uffici della Provincia - è sempre la procura a sostenerlo - sarebbero partite anche telefonate di consiglio a Gosetti per la realizzazione della contestata discarica di rifiuti pericolosi a Lavis.

Che i rapporti non fossero solo professionali (ma dall’inchiesta non emerge traccia di regali o favori) tra Gardelli e Gosetti lo si desume anche da un altro episodio citato nell’ordinanza. Dopo un prelievo di materiale all’ex Star Oil di via Brennero, il Comune di Trento scrive a quello di Roncegno (dove è destinata una parte di quel materiale inquinato) per allertare il sindaco. Questi prima chiede spiegazioni a Gosetti e poi telefona a Gardelli che contro i colleghi di Trento, forse eccessivamente allarmistici, usa parole poco eleganti. Contro il dirigente si è espresso con parole dure anche il gip: «Insieme a due sindaci è venuto meno ai suoi doveri di controllo».

 

(lu.pe.)

 

 

La denuncia è partita dai residenti-detective

Il via vai di camion coperti ha fatto sorgere dubbi.
Il sindaco: «Comune corretto»

 

RONCEGNO TERME. Le voci allarmate di vari cittadini di Marter non erano infondate. Grande è la sorpresa della gente e anche di tanti consiglieri comunali per una notizia che nessuno si aspettava e per un qualcosa che nessuno voleva succedesse. Sono crollate in un attimo le speranze che l’ex cava, da una bruttura qual’era, potesse venire invece recuperata dal punto di vista ambientale e diventare una opportunità per nuova occupazione qualificata.

 

La ex cava doveva ospitare, su una superficie di 44.500 metri, circa tre milioni di metri cubi di materiali inerti e assolutamente non inquinati. In ottobre il Consiglio comunale di Marter aveva dibattuto fino ad ore piccole il fatto di dare tramite il sindaco Vincenzo Sglavo una sorta di via libera alla Provincia di Trento nel valutare il piano preliminare presentato dalla azienda. Erano però anche emerse forti preoccupazioni da parte di alcuni consiglieri che avevano raccolto alcune voci di abitanti di Marter allarmati dall’arrivo alla ex cava di molti camion coperti.

 

Al momento di esprimere un parere sul documento integrato dalle osservazioni dei vari consiglieri, così come richiesto dal sindaco, Daniela Lovato e Paola Slomp del gruppo «Un paese un impegno» avevano abbandonato l’aula.

Alla luce di quanto avvenuto ieri hanno inviato un intervento: «Le nostre preoccupazioni - si legge nella nota - non erano quindi sciocchezze. In Consiglio avevamo dato voce ai timori della popolazione circa la possibilità che venissero scaricati presso la ex cava materiali inquinanti. Non avendo avuto risposte soddisfacenti abbiamo chiesto all’amministrazione comunale di incaricare un ente esterno specializzato per un controllo serio e continuativo dell’attività della futura discarica. Ritenevamo, infatti che - prosegue ancora il documento dei consiglieri comunali - se era legittima la richiesta di una ditta operante sul territorio di ampliare la propria attività e il proprio profitto, altrettanto doveroso fosse, da parte di un’amministrazione comunale, tutelare il proprio territorio e la salute di chi vi abita. Per questo avevamo avanzato la richiesta di analisi obiettive, e non di parte, sui conferimenti. Ci è stato risposto che qualsiasi consigliere può richiederle, ma che certamente c’è un bilancio da salvaguardare. A quel punto - conclude la nota - allora abbiamo preferito abbandonare l’aula».

 

Pietro Slomp, consigliere del gruppo «Unione e trasparenza» si limite ad un breve commento: «Sono allibito. Non ho elementi per capire chi ha sollecitato l’indagine, certo che le dicerie in paese erano molte...».

Il sindaco Sglavo è molto preoccupato ma respinge con forza le accuse di «lassismo da parte delle amministrazioni» e di mancata sorveglianza. «Fare controlli su questo tipo di impianti è compito di altri enti in particolare dell’Appa. Per le autorizzazioni se ne occupano ben dodici Servizi della Provincia. Se io non dovessi fidarmi di ogni certificazione che viene inviata al Comune allora dovrei fare controlli su ogni cosa. Un’amministrazione comunale - prosegue il sindaco - ha dei limiti ma prima che l’iter possa partire per la progettazione definitiva il consiglio conunale potrà e dovrà fare nuove e attente valutazioni. La magistratura e la giunta provinciale intanto - conclude Sglavo - trarranno le loro conclusioni sul caso».

 

Antonio DeCarli

 

 

Violati i sigilli per salvare la reputazione

 

TRENTO. Rischiavano di vedersi rovinata la festa, quell’Open day che - aprendo le porte dell’ex cava - doveva «ammorbidire» le contrarietà dei cittadini e convincere l’Appa e la Provincia a sostenere Gosetti nelle sue avventure imprenditoriali. C’era un problema, però. Pochi giorni prima dell’evento, su una parte della cava di Marter erano stati messi dei sigilli da parte della Forestale e questo rischiava di danneggiare l’immagine di Gosetti come imprenditore onesto e rispettoso delle regole. E così fu lo stesso Gosetti a dare l’ordine: «Tirate via i sigilli e nascondete tutto». E dunque i suoi due collaboratori Renzo Giacomin e Floriano Tomio obbedirono all’ordine e violarono i sigilli, tagliando i nastri apposti dalla polizia giudiziaria e liberando così la cava da quegli «ingombranti» segni del passaggio della Forestale. Peccato che la stessa Forestale fosse piazzata a poche centinaia di metri e abbia ripreso tutto con la telecamera.

 

 

«Nella nuova discarica ci andrà di tutto»

 

TRENTO. Gosetti era inarrestabile. Non gli bastava l’ex cava di Marter, da riempire ogni anno con centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti. Voleva di più. E infatti progettava di costruire sopra il sito di ripristino ambientale una nuova discarica. Nell’ex cava Monte Zaccon, ogni anno, l’imprenditore di Levico poteva raccogliere fino a 650 mila tonnellate di rifiuti, a fronte di una capacità complessiva della cava di 3 milioni di metri cubi. Tuttavia, il limite era vicino alla saturazione e dunque bisognava pensare a qualcos’altro, qualcosa di nuovo. Ecco, allora, il progetto della discarica sopra la ex cava. L’imprenditore di Levico ne parla al telefono con varie persone. In una chiamata intercettata dalla Forestale spiega che «ora ci dobbiamo limitare, ma poi lì dentro (nella nuova discarica, ndr) ci andrà tutto». Frase ambigua che, secondo gli inquirenti, può indicare la volontà di Gosetti di aumentare l’attività di stoccaggio illegale.

 

 

La difesa

L’anno scorso 46 denunce

L’attività dell’Appa: controlli su acqua, aria e rifiuti

 

TRENTO. Sulle accuse di scarso controllo piovute addosso all’Appa e sul coinvolgimento (benché non indagato) di un dirigente provinciale nello scandalo rifiuti dalla Provincia non arrivano commenti. Ieri il presidente Lorenzo Dellai è stato troppo impegnato a fronteggiare l’allarme maltempo per soffermarsi sulla questione rifiuti e dunque, per comprendere se l’Agenzia per l’ambiente abbia lavorato bene o meno non resta che affidarsi ai dati relativi alla sua attività negli ultimi anni.

Nel corso del 2007 l’Appa ha aperto 294 pratiche, svolto 476 sopralluoghi e prodotto 38 segnalazioni amministrative. Le denunce penali sono state 46, cinque i sequestri e 9 le indagini delegate. Ma di cosa si occupa esattamente l’Appa?

 

L’attività è quella di verifica in relazione a situazioni critiche riguardanti i corsi d’acqua superficiali, gli scarichi, la non corretta gestione dei rifiuti, il loro abbandono, la presenza di discariche abusive, il trasporto dei rifiuti inquinanti, la verifica della corretta gestione degli impianti di depurazione all’interno delle aziende, la verifica del corretto riciclaggio dei consorzi incaricati e molto altro.

 

Molti interventi sono stati effettuati su incarico dell’Autorità Giudiziaria o su richiesta ed in collaborazione con altre forze di polizia dello Stato e delle amministrazioni locali, con attività di accertamento tecnico e amministrativo. Sono stati controllati numerosi scarichi idrici di tipo industriale, agricolo ed urbano, con verifiche qualitative e quantitative delle acque superficiali; attenzione particolare è stata posta alle rogge a rischio, con il controllo delle attività industriali ed agricole.

Si è pure esperita attività di verifica, a campione, su centri che effettuano operazioni di recupero rifiuti in regime semplificato, accertando anche l’ottemperanza di diffide assunte dall’Unità Operativa Tutela del suolo.

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