Diario, risponde FdB

Povera Valsugana, maltrattata da tutti

 

 

In questi giorni la vicenda di Marter-Roncegno mi ha riportata ad una esperienza dell’infanzia. Ho rivisto mio padre appoggiato, a capo chino, alla parete della vecchia cucina di casa, a due passi dalla radio posta sopra una mensola smaltata di azzurro. Un contadino era morto incidentalmente in Val Calamento e papà sperava che ne dessero notizia alla stazione trasmittente. Ricordo le sue parole mentre chiudeva la radio un po’ deluso: “Come sempre di noi non parla mai nessuno”. Gli chiesi: “Ma noi, papà, siamo o no trentini”? “Si - rispose - ma la nostra è sempre stata una valle abbandonata a se stessa”.


Poi negli anni di studio a Milano scoprii che essere trentina rappresentava un ottimo biglietto da visita per un futuro lavoro, perché ci consideravano seri e rigorosi, sostituito ora da un laconico: “Siete solo fortunati di avere molti soldi”. Più avanti ancora, un amministratore provinciale, sapendomi valsuganotta, mi chiamò ironicamente “figlia della val delle strope”. Anche in questa occasione chiesi spiegazioni: “È per via della sua gente che non vuole il progresso”, disse, aggiungendo un aggettivo poco lodevole. Erano gli anni in cui stava esplodendo la cementificazione in Val di Fassa e il destino della Val di Non come “melificio d’Europa” era già segnato. In Valsugana infatti la mia cittadinanza non aveva voluto cedere alle lusinghe di un devastante piano edilizio in Cagnòn di Sopra, annullando con una azione firmataria senza uguali i propositi di una classe politica locale che era già una sorta di pericoloso anticipo di ciò che ora è diventata la norma.


Alla metà degli anni Settanta la costruzione delle immonde fonderie di proprietà bresciana, avvenne senza una democratica consultazione della cittadinanza: il tutto fu sbrigativamente portato a conoscenza al Caffè Roma di Borgo tra un qualche operatore economico di valle, peraltro perplesso, qualche rappresentante sindacale e gli addetti politici alla faccenda. Poi in modo giacobino tutto fu calato dall’alto tra la rabbia di molti concittadini valsuganotti che protestarono vivacemente davanti al cantiere. Il tempo ha fatto il resto. In Valsugana sono venuti a mancare via via gli stimoli che permettessero di percepire le qualità ambientali e il suo esatto contrario. Soprattutto è mancata una cultura che aiutasse la cittadinanza a vedere la natura non come idea-oggetto, ma come esperienza-soggetto che potesse riqualificare la valle con economie salubri e necessariamente aderenti ad un possibile e interessante futuro turistico del territorio. Ora l’esperienza di Marter e Roncegno, il coraggio di chi ha saputo rompere un gioco ormai perverso potrebbe essere l’occasione perché tutti insieme possiamo riprendere in mano le redini di un territorio espropriato da troppo tempo, un prendersi attivamente cura dell’ambiente come richiamo alla solidarietà per le generazioni future.

 

Laura Zanetti, Telve Valsugana

 

La Valsugana è stata sicuramente la valle più maltrattata del Trentino, e non per colpa della sua popolazione, ma per gli inganni che ha dovuto subire. Le è stato fatto credere alla bontà di un modello industriale e “veneto”, ai vantaggi dell’essere via di transito superstradale. La superstrada è stata invece la morte della Valsugana, non per la quantità di traffico che l’attraversa, ma perché è servita alle discariche ed ha segato in due il territorio. Quanto alla ferrovia, ad ogni edizione dell’orario dei treni viene sempre più penalizzata. È intollerabile, ma nessun consigliere provinciale protesta. Altro che “fòra, fòra per la Valsugana”.


Il declino di Levico è iniziato quando la sua piana è diventata uno svincolo, una barriera, Marter è stata tagliata in due proprio sotto la torre romana, Borgo ha salvato il centro storico, ma ha perso le bellissime colline verso Olle. Di fronte alla chiesetta di San Desiderio, il confine del principato vescovile, lì dove mille anni fa sono stati emanati gli editti dell’autonomia (un’area che ogni paese avrebbe trasformato in un sacrario-museo) sorge una squallida area di depositi. Disperante.


Sotto il longobardo Castello di Ivano, che il professor Staudacher era riuscito a trasformare in un centro di cultura internazionale, sono stati affastellati i peggiori capannoni del Trentino. Si è mostrato disprezzo per questa valle salvata - e va rimarcato - dai suoi abitanti, tenaci e laboriosi. La Valsugana resiste perché tengono le frazioni, i piccoli paesi, l’agricoltura, le valli laterali che non si sono piegate al turismo di rapina. In questa direzione molto può essere fatto se i protagonisti locali non cederanno tardivamente a lottizzazioni perdenti, a patti territoriali truffaldini.


Occorre rimetter in moto la vita in Valsugana, e i collegamenti non stradali. Chi parla di “quattro corsie” non fa che gettare fumo negli occhi. Occorre uno scatto d’orgoglio. Collegarsi con Bassano, riprendere un discorso “non pendolare” con Trento (in Valsugana si nasce anche da pendolari), ricostruire l’asse Levico-Borgo spezzato. Occasioni ve ne sono. Gli abitanti di Marter che hanno capito cosa si nascondeva sotto i teloni dei camion e sono andati a Enego hanno detto che il mondo è cambiato ed è ora di muoversi. È un buon segno.


Franco de Battaglia

Trentino, 19 dicembre 2008

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