“Il bagaglio di una borsa vuota” – “Me ne vado ai tropici”

 

 

Il canto delle ruote
Sette anni di bicicletta intorno al mondo
Di Claude Marthaler
2008 Ediciclo Editore s.r.l. – www.ediciclo.it

 

Dallo specchietto retrovisore

Pagg. 273, 274, 275

 

Velocità

 

Nella società occidentale, in cui la velocità elevata nasconde la paura della morte, la più grande ricchezza non sono più i soldi, ma il tempo. “La velocità è la vecchiaia del mondo” scrisse il filosofo Paul Virilio. Al momento della partenza il viaggiatore rivendica a volte uno statuto di marginale o di eroe, perché volta le spalle a questo ritmo imposto. Ma diventa presto de facto un aristocratico, durante il viaggio: le responsabilità dimezzate, armato di una moneta forte e di una scorta di soldi, si muove “al di sopra” delle contingenze socio-economiche locali. “Per il viaggiatore, il bagaglio più pesante è una borsa vuota” dice un proverbio tedesco…

La lentezza della bicicletta consente di superare l’ostacolo dell’esotismo e ogni sorta di frontiera personale, politica o geografica. La bici richiede in modo assoluto un impegno fisico e mentale, ma anche una certa leggerezza per mantenere umiltà e buon umore ai piedi di un’alta cima… In sella siamo tutti uguali.

 

Le due ruote sono una formidabile macchina del tempo, conducono l’uomo alle sue diverse origini: personali, sognate, nomadi e sportive (la lotta contro se stessi). L’impiego di un motore così anacronistico per la sua lentezza, e così moderno per il suo imbattibile rendimento energetico e il suo rispetto dell’ambiente, fa sì che il suo uso in viaggio diventi un atto di ribellione, quello di un “antieroe” contro lo sviluppo sconsiderato del turismo. Hero: la marca indiana del più grande produttore mondiale di biciclette.

 

Sette anni, il tempo di un ciclo

 

Questo lungo viaggio, che si è alla fine trasformato in epopea, è stato la realizzazione di un sogno di bambino e un omaggio a mio fratello. Per il pubblico, è diventato la mia firma. Per i miei parenti e amici, un bel periplo e soprattutto una lunga assenza. Ci ripenso a volte con nostalgia e sempre con gioia. Non ho bambini, né ho seguito una carriera o costruito una casa. Il mio viaggio è forse semplicemente un parto folle, felice e simbolico. A quarantotto anni, sono rimasto un ragazzino, perché se una bicicletta consente a un ragazzo di crescere, permette a un adulto di sognare e di restare un po’ bambino… Il mio tesoro è composto da storie e da immagini senza prezzo: è vento! Ho vissuto la mia leggenda personale e rivisitato antichi miti come quello di Prometeo o di Ulisse ricollegandomi con la “radice nomade” dell’uomo. Non si trova d’altronde sempre un nomade sotto la scorza di un sedentario?

 

Questo viaggio è stato un respiro esistenziale, una trascendenza; la bici un mezzo di impressione e di espressione che mi ha permesso di restare fedele a me stesso e di crescere. Un’urgenza che nient’altro avrebbe potuto rimpiazzare. Al ritorno, le tasche vuote ma il cuore pieno, ho vissuto il grande banchetto di Asterix e Obelix che rientrano al paese natale e celebrano le avventure trascorse con la propria gente. Da passione, la mia deriva si è trasformata così in tappa essenziale della mia vita e mi è servita anche come forma di mantenimento. Per la prima volta, sono diventato il capo di me stesso – come in viaggio. Dopo una “disintegrazione planetaria” in cui il viaggiatore si tuffa nello sconosciuto e nel temporaneo, ho dovuto reintegrarmi in un mondo sedentario che aspira alla regolarità e alla permanenza. In un solo colpo, il movimento dei pedali si è fermato bruscamente e la mia evoluzione personale ha preso una strada diversa.

 

Dovevo chiudere le ali e cercare le mie origini per ritrovare il mio posto nella città natale. La pubblicazione dei libri e la presentazione live del diaporama mi hanno consentito di rivivere e di far rivivere il mio viaggio, di esorcizzare il sovraccarico di emozioni per condividerlo. Come un cantastorie, ho percorso questa volta il mio paese in minibus (non a piedi, né a cavallo né in bicicletta) riscoprendo così la Svizzera da un altro punto di vista, ritessendo i legami che il viaggio aveva interrotto. Il giro è doppiato, un “sogno-evoluzione” planetario, il più grande tour che un bambino possa sognare. Una metamorfosi che, ripetuta, può finire per farci girare in tondo. Ma un adulto sa che, per la maggior parte degli uomini, la vita continua anche e soprattutto quando si scende dalla propria bicicletta… Da una libertà nata da una passione poi conquistata a colpi di esilio volontari o di gocce di sudore, un viaggio che si eternizza (cosa meglio delle strada per simbolizzare l’eternità) può anche trasformarsi in fardello, in prigione, in samsara. Il poeta ha sempre ragione?

 

Sette anni più tardi (nel 2008) mi ritrovo a Lhasa, che mi aveva tanto segnato nella prima visita del 1995, chiedendomi chi tra noi due è più cambiato. Ho soddisfatto gran parte della mia sete di scoperta e rivisitato dei luoghi cambiati, come dei vecchi amici. Il mio modo di vedere non è più lo stesso. Forse ho perso un po’ della mia ingenuità e guadagnato un po’ di spirito critico, di relativismo, di ironia e anche qualche capello bianco…

 

Lhasa, Tibet, 29 marzo 2008

 

 

“Trento addio, me ne vado ai Tropici”

Il sogno di tutti realizzato da Michele Sala

Vende il negozio e si trasferisce in Costa Rica

 

Prima o dopo nella vita ci hanno pensato tutti: mollare il lavoro, dare un taglio allo stress, rinnovare le amicizie, dire addio per sempre al freddo e alla pioggia e trasferirsi dall'altra parte del mondo. Ma per tutti, o quasi, l'evasione resta un sogno. Non è facile reinventarsi una vita altrove a 40 o 50 anni. Michele Sala è uno di quelli che il sogno lo ha realizzato: dopo qualche anno di duro lavoro alla tabaccheria e rivendita di giornali di piazza General Cantore, quella a fianco del Bar Zinzorla, a 51 anni ha capito che quella dietro al banco non era vita per lui. Così ha venduto tutto e si è messo alla ricerca di un luogo all'altro capo del pianeta dove ricominciare da zero. Detto, fatto: ora Sala è proprietario di quasi un ettaro di lussureggianti giardini e palme, due case in legno in stile tradizionale affacciate sul mar dei Caraibi più un bungalow alla Robinson Crusoe appollaiato su un albero.

 

Dove ha trovato il coraggio di tagliare le radici per davvero, vendere tutto e andarsene in Centro America? «Io - dice Michele - sono tra i tanti che nella vita ci hanno pensato spesso, ma mai seriamente. Sono idee che vengono quando sei stufo e un po' giù e poi se ne vanno da sole. Nel 2003 avevo acquistato la rivendita di giornali e tabaccheria di piazza Cantore: iniziavo alle 6 e tornavo a casa alle 8, per sei giorni alla settimana più una domenica mattina ogni due. Il lavoro, anche duro, non mi ha mai spaventato, ma quella non era la vita che volevo. Mi sono trovato demotivato e, per vari motivi, senza particolari legami affettivi che mi tenessero a Trento. E poi non sopportavo più questo Paese, quello che è diventato: il degrado della vita pubblica e delle istituzioni, ma anche la gente sempre nervosa e quell'aggressività latente che stava contagiando anche me e io non volevo che ciò accadesse. Così ho deciso: mollo tutto e me ne vado».

 

Il passo non è facile per chi ha comunque radici profonde in città. Per anni Michele Sala ha avuto anche una casetta al mercatino natalizio di Piazza Fiera dove vendeva le ceramiche artistiche prodotte insieme al padre. Poi c'era la passione per la montagna, testimoniata anche da un libro di racconti «La spiegazione all'interno». C'erano gli amici e tanti anni di ricordi.

 

Emigrare, anche se non più con le valige di cartone ma con un container con tutti gli oggetti cari, è comunque difficile. «Quando sono andato a prendere i biglietti aerei mi è venuto il magone, in fondo stavo lasciando mezzo secolo di vita e il Trentino dove conservo tanti ricordi belli». Ma Michele non sarà solo. Con lui parte anche la madre. Qualcuno dirà: un bamboccione cinquantenne emigrato... «No - ribatte divertito - mia madre viene perché ci crede veramente, non per seguire suo figlio. È una donna di grande animo ed energia e quando gli ho proposto questa avventura ha accettato subito».

 

Quando Michele Sala ha deciso di mollare tutto, ha assaporato l'emozione di prendere un atlante, come fosse un libro dei desideri, e decidere dove andare: per un attimo tutto il mondo è stato suo. «Non avevo idee precise, avrei potuto andare ovunque. L'Africa però un po' mi inquietava per la sua instabilità. L'estremo oriente non lo conosco, ma tendevo a scartarlo per problemi di lingua e cultura: la mia idea è infatti di integrarmi nel paese dove vado, non di creare l'ennesima enclave per turisti occidentali. Guardare al Centro America è stato naturale anche perché in America Latina avevo già viaggiato e mi ero trovato molto bene. Poi ho conosciuto una coppia di trentini che da una quindicina d'anni vivono in Costarica dove hanno aperto un albergo. Loro mi hanno parlato benissimo del paese e così ho iniziato da lì. Le premesse erano buone: il Costarica non possiede un esercito dal 1949; dispone di servizi sociosanitari discreti; è una democrazia e poi è un paese con grandissima biodiversità e molte aree protette».

 

E così Michele Sala è partito per il Costarica con l'obiettivo di trovare una casa e avviare un'attività. «Prima di scegliere un posto ho girato in lungo e in largo per il Paese. La costa pacifica e quella caraibica sono piuttosto diverse. La prima è forse più spettacolare ma anche più contaminata da un turismo yankee fatto di grosse strutture. La seconda ha subito meno questo fenomeno. Tra le due aree c'è una rivalità un po' ridicola, come quella di una volta tra alpinisti occidentalisti e orientalisti. Io sono stato sul punto di comperare sul Pacifico, ma poi sono stato da amici italiani a Porto Viejo. Così alla fine ho scelto per la costa caraibica: una proprietà a Cahuita di quasi un ettaro con due case da sistemare più una casetta su un albero. Davanti inizia una spiaggia incontaminata lunga 15 chilometri. Realizzerò appartamenti da affittare e forse un bed and breakfast».

 

A questo punto è doverosa un'avvertenza a chi volesse seguire le tracce di Michele: il Costarica è anche un pese di bidoni colossali: «Si dice che il territorio nazionale sia già stato venduto tutto tre volte. Di certo le fregature sono in agguato e in questo campo primeggiano i nostri connazionali». Ma grazie all'aiuto di avvocati, di un'agenzia immobiliare e degli amici trentini, Sala è riuscito a non farsi fregare: ora è proprietario di un piccolo angolo di paradiso. Da buon imprenditore cifre non ne fa, ma spiega che con il valore di un miniappartamento a Trento, in Costarica si può cambiare vita e aprire un bar.

Lui l'ha fatto. E quando si alzerà al mattino, guardando le brume dell'oceano dissolversi sotto il primo sole di certo non rimpiangerà le giornate trascorse a vendere Marlboro, Gratta e vinci e giornali in piazza Cantore.

 

Sergio Damiani

l’Adige, 28 dicembre 2008

Cerca

Aggiornamenti

Aggiornati

Inserisci il tuo indirizzo e-mail.  Sarai avvisato ad  ogni aggiornamento  di Ecce Terra.

Inserisci