Marmolada a cinque stelle

L’ultimo ghiacciaio integro sfregiato dal cemento

Di Sebastiano Canetta, Ernesto Milanesi

 

 

54 edifici alti in media 12 metri. Costo: 50 milioni di euro. È il mega resort che sorgerà a Rocca Pietore. Tra i soci i fratelli Vascellari. Uno di loro, processato per abuso edilizio, disse: «Lavoriamo così da trent’anni. Nessuno si è mai lamentato».

 

BELLUNO. Il mega-resort del benessere a cinque stelle proprio sotto la Marmolada. Appartamenti di lusso e chalet turistici opportunamente «travestiti» da fienili. Piscine, palestre, saune e sale massaggi a dieci minuti dalle piste da sci dell’Alto agordino.

Il sogno da 50 milioni di euro di un sindaco di montagna e la ricetta «per fare uscire il turismo dall’età della pietra» del presidente degli industriali di Belluno. Insieme pianificano la «stagione» unica e perenne, alimentata dalla vacanza a ciclo continuo dei Vip d’alta quota che non soffrono la crisi.

Peccato che nella realtà d’inverno che non finisce mai si traduce in una valanga di cemento armato sull’ultimo spicchio di natura incontaminata del Veneto candidato a entrare nel patrimonio mondiale dell’Unesco. E che tutto sia nelle mani del «re delle funivie» bellunesi che ha già «fresato» le Dolomiti nel 2005.

 

A sentire Maurizio De Cassan, 53 anni, albergatore a Malga Ciapela e sindaco a Rocca Pietore, il Grand Hotel Marmolada Welness è semplicemente un’idea meravigliosa: «Un volano in grado di far nascere una “massa critica” e un’opera capace di innescare l’”effetto paese” che farà nascere pub, negozi e botteghe».

Gli attivisti dell’associazione «Mountain Wilderness» hanno tradotto in cifre l’attività non solo onirica del primo albergatore di Rocca Pietore: il risultato è un incubo da 90 mila metri cubi «spalmati» su 54 edifici alti in media 12 metri. «È lo scempio ambientale dell’ultimo ghiacciaio integro delle Dolomiti», riassume per i non addetti ai lavori il portavoce Fausto De Stefani.

Ma è una «eresia” anche per il meno ambientalista e omonimo Walter De Cassan, presidente di Federalberghi Belluno: «Un’autentica svendita del territorio, e soprattutto una “follia” di cui davvero non si sente il bisogno, visto che i letti negli alberghi del bellunese sono occupati solo per il 40%», puntualizza. «Un affare da 50 milioni di euro con ricadute sull’intero comune perché gli alberghi pagano l’Ici», insistono in municipio.

 

Dietro al Marmolada Welness ci sono Valentino e Mario Vascellari: rispettivamente presidente di Assoindustria e di Funivia Tofana e Marmolada Spa, società che gestisce gli impianti di risalita delle Dolomiti bellunesi. «I fratelli Vascellari sono anche i soci principali della società che vuole costruire il Grand Hotel – aggiunge il sindaco -. Del resto, la variante urbanistica l’hanno preparata e pagata loro. Così ho risparmiato i soldi della comunità».

Non stupisce quindi che all’ufficio tecnico del Comune la variante che apre le porte al sogno si chiami proprio «Vascellari». Decisamente meno scontato il rapidissimo iter di approvazione della controversa variante: approvata «al volo» dal consiglio comunale nel 2005, poche ore prima che la Regione congelasse i piani regolatori veneti.

 

D’altra parte la famiglia Vascellari fa rima con Dolomiti dal 1963, quando hanno costruito la funivia di Malga Ciapela: un impianto all’avanguardia che calamitò l’attenzione di Giovanni Paolo II, papa sciatore che venne a vederla di persona nel 1981.

Il 4 febbraio 2008 il «sistema Vascellari» è arrivato in tribunale. Il re delle funivie è stato candannato a 8 mesi di reclusione, insieme a Luciano Soraru responsabile degli impianti e Mario De Cesaro, delegato alla sicurezza. Tre anni prima avevano costruito una strada «di servizio» larga otto metri nel ventre del ghiacciaio della Marmolada. Sulla carta avrebbe dovuto facilitare il riatto del terzo tronco della funivia che parte da Malga Ciapela; in realtà il nastro abusivo ha segnato per sempre il volto della cima.

 

Ci sono voluti decine di scatti dei volontari di Mountain Wilderness e una «scalata» fino a quota 3325 per svelare l’altra faccia della ristrutturazione dell’impianto di risalita che parte da Malga Ciapela. Nell’agosto 2005 gli ambientalisti hanno allegato le foto dello scempio alla dettagliata denuncia depositata in magistratura: bidoni d’olio, lamiere e cavi d’acciaio stipati nei crepacci. E polistirolo usato come stucco per lisciare speroni che disturbavano lo sci estivo.

Al processo Mario Vascellari se l’è cavata grazie all’indulto e a una multa contenuta: 100 mila euro di risarcimento dei danni ambientali da versare alla provincia di Belluno.Denaro che non ripagherà dell’abusivismo edilizio in un’area dichiarata sito di importanza comunitaria e zona di protezione speciale dall’Unione europea.

 

Ma le udienze con Mario Vascellari alla sbarra hanno fatto venire i brividi a più di qualcuno tra Veneto e Trentino. «Sono 35 anni che lavoriamo in questo modo e nessuno ha mai detto niente», hanno ammesso candidamente gli impiantisti. Nessun pentimento, anzi l’indice puntato sulla propaganda degli ecologisti che ha innescato il blocco preventivo alla Provincia di Trento con il fermo lavori nella parte di ghiacciaio di sua competenza.

Eppure tra i «nessuno» in silenzio, secondo gli ambientalisti, ci sarebbe proprio Lorenzo Dellai, presidente della vicina giunta autonoma: «Con gli imputati c’è anche un accusato rimasto nell’ombra: la Provincia di Trento. Dalle arringhe degli avvocati è apparsa come un ente che per anni ha omesso qualunque controllo sulle alte quote. Anche dopo la nostra denuncia ha agito con ordinanze discutibili, costruendo un quadro giuridico che si è facilmente prestato a considerazioni per lo meno contraddittorie», ricordano gli attivisti di Mountain Wilderness. Ma lo scandalo rimbalza inevitabilmente anche sull’altro versante della Marmolada, nel comune trentino di Canazei. «Avrebbe dovuto costituirsi parte civile, proprio come Mountain Widlerness  – precisa De Stefani –, avrebbe cioè dovuto avere il compito prioritario di sostenere l’interesse generale dei cittadini davanti ad una evidente sopraffazione di interessi privati che in nome del profitto non hanno rispettato né le leggi dello Stato, né della natura».

 

Non si salva del tutto nemmeno la Regione: a Venezia avrebbero dovuto vigilare sulla ristrutturazione della funivia, cofinanziata con 6 milioni (su 15,5) di euro pubblici.

A Rocca Pietore il sindaco De Cassan tranquillizza ogni giorno i paesani: promette che l’impatto ambientale sarà ridottissimo: «Perché il Grand Hotel verrà costruito dove c’è già il grande parcheggio per la funivia». E assicura: «Gli chalet saranno poco più lontano, sulla strada che porta alla centrale elettrica, ma saranno fatti bene: sembreranno i fienili di una volta”. Senza contare che «piscine e centro benessere saranno aperti anche ai clienti degli altri hotel che faranno le convenzioni».

 

In paese però c’è chi prevede la desertificazione sociale dei rocchesani: «Artigiani e piccoli imprenditori di questa conca avranno purtroppo un solo futuro: andare a fare i camerieri al Grand Hotel», prevede De Stefani. E c’è chi mette in guardia sul rischio di scempio anche culturale: «Il grande complesso alberghiero è invadente: cancella l’identità della popolazione locale e frantuma in mille pezzi le filiere corte dell’economia che ancora oggi resistono – sostiene Luigi Casanova, vicepresidente della Commissione internazionale delle Alpi -. In parole povere cancella l’artigianato, i piccoli albergatori e gli affittacamere».

 

il manifesto, 6 marzo 2009

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