Zootecnia trentina distrutta da una politica assurda

 

Un vecchio adagio ben conosciuto nel mondo della zootecnia ci ricorda come «è inutile chiudere la stalla quando i buoi sono scappati».

Nell'intervista pubblicata dall'Adige il 12 marzo [leggi sotto], pagina dell'economia, il consigliere Michele Dallapiccola lancia un j'accuse verso la gestione del Polo Bianco (latte Trento - Caseificio di Fiavé) e dell'intero comparto zootecnico del Trentino.

Noi della Libera Associazione Pastori e Malghesi del Lagorai che abbiamo sollevato da anni la questione esprimendo più o meno gli stessi concetti, vogliamo sperare che queste considerazioni non siano troppo tardive e che si imbocchi finalmente con decisione la strada giusta.

Ci rendiamo conto che di fatto piangere sul latte versato (tanto per restare in tema) è inutile né è pensabile che riaprano le stalle chiuse.

Sono passati vent'anni e questo tempo non è stata solo una interminabile e vergognosa agonia di un settore portante della storia e dell'economia del Trentino, ma un percorso lastricato di vittime più o meno illustri: dalle tante diffuse piccole stalle dismesse all'ostracismo di quanti hanno sollevato dubbi e perplessità in merito alle scelte operate.

 

Un «non disturbare il manovratore» che ha azzerato i cori di protesta e soffocato l'aiuto delle tante realtà messe volutamente in ginocchio a inseguire il mito della zootecnia padana (il grana trentino).

Non c'era bisogno di grandi menti per comprendere come fosse improponibile simile modello eppure quante consulenze, quanti studi e ricerche sono state spese. Quanti ne hanno beneficiato e fatto carriera.

 

Fu solo scarsa lungimiranza? Oggi non è più accettabile che a giorni alterni politici e amministratori, funzionari e manager diano lezione di Trentino bel suol d'amore dopo averne fatto scempio favorendo la chiusura di caseifici con produzioni specifiche e apprezzate come quello di Folgaria e promettendo guadagni migliori con la produzione di scala.

Oggi riflettere sui danni nel settore zootecnico non è fare del facile populismo, ma la triste realtà quotidiana, che l'ennesimo ri-finanziamento - senza un cambio netto di politica - non potrà frenare.

 

Giuseppe Pallante, Roberto Cappelletti

l'Adige – Lettere, 15 marzo 2009

 

 

"Il grande polo bianco non basta"
Dallapiccola: "Bene solo per l'emergenza.
Se muta il prezzo, rischiamo una Parmalat"

 

TRENTO - Dal 1993 è veterinario, libero professionista tra le stalle della Valsugana dove, con un collega, segue tremila capi. È anche presidente del Macello dell'Alta Valsugana (3080 Ugb - Unità Grosso Bovino - macellate nel 2008): carica che deve lasciare per incompatibilità con la carica di consigliere provinciale. Con uno sguardo insieme tecnico e politico, Michele Dallapiccola dice: «Per la zootecnia il quadro è preoccupante. In due decenni, la situazione è precipitata: prezzo fermo e costi di gestione crescenti... Bisogna cambiare modello e strategie». In questo scenario, i guai del Caseificio di Fiavè Pinzolo Rovereto (sommatoria di strategie, investimenti e finanziamenti pubblici, errori e uomini che non hanno funzionato) trovano una risposta adeguata con il piano industriale del «grande polo bianco»?

Dallapiccola ne dubita e spiega: «Nell'emergenza, solo nell'emergenza, cioè in una fase transitoria ha senso pensare di sfruttare al massimo i macchinari e ridurre i costi, per sopravvivere con margini risicatissimi ma sicuri. Ma è un'operazione ad altissimo rischio: quando si insegue il modello padano, basta un'oscillazione minima dei prezzi sul mercato europeo e rischi di trovati con una seconda Parmalat, versione trentina».

 

Perché dice che va ripensato il modello?

«Perché ci sono tre fattori di crisi. Il primo si chiama Europa e quote latte. È il fattore strutturale più pesante: il latte di montagna, le aziende zootecniche alpine mai potranno competere con quelle della pianura, tedesca o padana che sia, dove produrre latte costa molto meno».

 

E il secondo fattore?

«È culturale e insieme materiale: quello dell'allevatore che conduce la stalla 24 ore su 24, 365 giorni su 365, è un modello di vita che non attira più i giovani. Quale altra professione richiede questo impegno? È il problema della continuità aziendale, in Trentino più evidente che altrove...».

 

E il terzo fattore di crisi qual è?

«La politica, le scelte contributive sbagliate della Provincia. Per anni la logica è stata: più sei grande, più ti finanzio».

 

La conseguenza qual è stata?

«Lo dicono i numeri: la chiusura delle piccole stalle. Solo dal 2004, si è passati da 1613 a 1450 stalle a fronte di un numero stabile di capi: 45 mila. A metà anni Novanta, in Trentino c'erano circa 30 mila capi, in Alto Adige 60 mila. Oggi, in Trentino sono 45 mila, in Alto Adige sfiorano i 100 mila».

 

Quello altoatesino è il modello da seguire?

«Lì c'è da imparare. In Alto Adige ci sono tredici caseifici, praticamente uno per vallata. E ciascuno ha un prodotto che lo caratterizza, dal casolet della Pusteria alla formaggetta di capra della Passiria. Certo, hanno la tradizione culturale del Maso Chiuso. Ma hanno investito di più in formazione ed integrazione con il territorio ed il turismo. Da noi, invece, si è puntato sull'Asiago (prodotto veneto) ed il Grana (emiliano-padano). Vorrà pur dire qualcosa che laddove si è puntato su prodotti locali, le soddisfazioni sono maggiori...».

 

Ad esempio?

«Fassa che punta sul Puzzone, Lavarone sul Vezzena, Primiero sul Nostrano. Ecco, il Primiero: stalle più piccole, caseificio locale, prodotto tipico e turismo. Risultato: all'allevatore viene riconosciuto dal 20 al 30% in più al litro. La svolta è in atto, perché con il nuovo Psr (Piano di sviluppo rurale, ndr) arriveranno contributi pubblici (acquisto macchine, premi per insediamento, sfalcio, alpeggio e indennità compensative) alle stalle con non più di 40 capi».

 

Sufficiente?

«No, servono due altri interventi: primo, favorire l'introduzione di prodotti locali nelle mense di scuole, asili, ospedali (il Patt ha depositato un disegno di legge in proposito); secondo, investire di più sulla formazione dell'allevatore e nello sviluppo di un mercato legato alle tradizioni del territorio».

 

Domenico Sartori

l'Adige, 12 marzo 2009

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