Economia

Il Festival delle vanità

 

 

Ha senso oggi un Festival dell’economia? Quale tipo di credibilità gli si può dare, dopo che, nelle edizioni precedenti, non si è detta una parola su ciò che non si pensava potesse accadere ed invece è puntualmente accaduto? Merita una kermesse come questa così tanta (e così costosa) visibilità? Domande spontanee, ma soprattutto inevitabili, che mettono sotto una luce diversa la manifestazione, nata e cresciuta sotto i migliori auspici. Poco importa se foraggiata da una - talvolta inconsapevole - mistificazione della realtà.

 

La realtà, appunto. Nella realtà “reale” (che è cosa assai diversa da quella del “reality”) l’uomo ha manifestato interesse per la teoria economica dal momento in cui ha soddisfatto gli interessi primari: in altre parole da quando è diventato ricco. Ancorché appaia paradossale, questo è un dato assiomatico della storia dell’umanità. L’economia, infatti, è essenzialmente la disciplina che insegna ad adottare delle scelte in ragione dell’obiettivo di massimizzarne le utilità. È evidente che quando le alternative non ci sono, o sono limitate a pochi privilegiati, assume maggior rilievo il meccanismo dell’“accettazione” piuttosto che quello della “scelta”: nelle società povere il “benessere” è più strettamente legato ad “accettare” che a “scegliere”. Può essere antipatico ricordarlo, ma la catastrofe finanziaria in atto è frutto di comportamenti perfettamente coerenti sotto il profilo economico. Da qui si dovrebbe partire. Invece, al Festival, l’economia viene vissuta appunto come una sorta di reality, con folle radunate attorno ai grandi protagonisti, più come guardoni piuttosto che osservatori.

 

Nella quarta edizione, che si aprirà il prossimo 29 maggio, si discuterà di “Identità e competizione globale”. Se non verrà modificato in corsa, si assisterà quindi ad una nuova rappresentazione artificiosa, dal nostro punto di vista utile come le altre (quindi inutile) alla comprensione dei fatti. Del resto, quando tre anni fa, nel salutare la prima edizione del Festival dell’economia, ci permettemmo di evidenziare la lacerante divergenza tra le dichiarazioni di principio degli organizzatori ed i comportamenti dei loro patrocinanti politici, portando ad esempio la straordinaria incoerenza del sostegno (finanziariamente) incondizionato a Boer & C. con l’episodio della difesa ad oltranza dei farmacisti dalla “minaccia” della vendita da parte dei supermercati dei farmaci cosiddetti “da banco”, fummo violentemente redarguiti da uno stizzito Dellai che prese carta e penna per scrivere che la «liberalizzazione delle aspirine non c’entra nulla con il Festival». Giusto, ma allora c’entra qualcosa il Festival con l’economia?

 

Bene. Sono passati tre anni, e le cose sono cambiate. Decisamente cambiate, e non solo per colpa della grande bolla dei subprime o delle gigantesche truffe alla Madoff. Oggi la scienza economica ha (per fortuna) perso molto dell’appeal accumulato negli anni ’80 e ’90, ed a parlare di economia in pubblico si rischia di essere coperti dalle uova marce (come accaduto per altro all’amministratore delegato della Continental in Francia). Ma non è cambiato molto, almeno qui da noi, l’approccio. Per uscire dalla crisi si suggerisce di “consumare trentino” e si allarga la manica delle risorse pubbliche: si fa piovere sul bagnato. Che facciamo, continuiamo a coltivare l’isolazionismo, anche in chiave economica colore preferito del Dellai III, o apriamo gli occhi su ciò che accade anche sotto Ala e sopra Salorno?

 

Albino Leonardi

Trentino, 16 marzo 2009

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