Nota di Nimby trentino

Segnali di fumo per Ischia Podetti?

 

 

«Class action» a Malagrotta, i residenti chiedono i danni
Sono un centinaio, per adesso, ad aver firmato la causa
Intorno all’area della discarica abitano trentamila persone

 

Da Massimina a Spallette preferiscono chiamarla «causa collettiva», per danni ricevuti dalla discarica di Malagrotta intorno alla quale vivono. Sta per scattare una «class action», a sostenerla finora un centinaio di residenti, ma il numero dei ricorrenti è in crescita

Li chiamano «malagrottini». Vivono lì intorno, alla più grande discarica d’Europa. Con ville e villette, molte nate quando la discarica destinata a ingoiare 60 milioni di tonnellate di rifiuti era ancora agli inizi. Vivono tutti sotto vento, quelli di Massimina colpiti dal maestrale di mare, Ponte Galeria preoccupata dalla tramontana. Il gran mucchio di rifiuti puzzolenti è lì che rumina, giorno e notte, proroga dopo proroga. Ma ora i malagrottini dicono basta. O almeno chiedono i danni. Sta per essere avviata una class action: da una parte i proprietari di ville e villini disseminati intorno al «bubbone Malagrotta», dall’altra i responsabili della discarica. In mezzo alcune sentenze, l’ultima in autunno che riconosce il danno ambientale prodotto.

 

«In quanti siamo pronti a chiedere danni per Malagrotta? Un centinaio di residenti, al momento, ma sono numeri destinati a crescere...». Sergio Apollonio, pensionato con la passione per le lingue (ne parla parecchie) e l’Africa (in cui ha lavorato a lungo con l’Undp delle Nazioni Unite), motore del Comitato Malagrotta, sta preparando il manifesto di convocazione dell’incontro per la «causa collettiva». Quartier generale, la parrocchia di Madonna di Fatima a Massimina, grazie all’accoglienza dei due padri, don Cristoforo e don Piotr. Class action contro Malagrotta? «Chiamiamola più semplicemente causa collettiva - spiega Apollonio -. Anche se la nostra iniziativa s’incrocerà con il varo della nuova legge sulle class action...». Punto di riferimento generale, la perizia fatta fare dalla famiglia Scorsoni che ha fatto quantificare il deprezzamento subito dalla loro abitazione, un buon 30% in meno.

 

Il tam tam corre da tempo per le collinette saliscendi che circondano Malagrotta, tra la borgata di Massimina e la distesa di villette dislocate tra Santa Cecilia, Piana del Sole, Ponte Galeria, Spallette, Casale Lumbroso. Sono trentamila i residenti di questa cintura intorno al bubbone Malagrotta, cinquantamila tracciando un diametro più largo. In cento hanno già aderito all’appello, per primi quelli che abitano di fronte a Testa di Cane, la propaggine più recente del bubbone verso Massimina. Con richieste tra i 50 mila euro e i 100 mila euro il ricorso si preannuncia «pesante».

«Ci conforta anche il recente processo di Firenze per danni ambientali causati dai lavori per l'alta velocità tra Firenze e Bologna - spiega Apollonio. La sentenza riporta 27 condanne e un risarcimento danni di oltre 150 milioni di euro. Il giudice ha riconosciuto 50 milioni di risarcimento rispettivamente a ministero dell'ambiente, regione Toscana e provincia di Firenze. E per cifre da 5 a 25 mila euro per altre 5 parti civili costituite da comuni e province interessate ai lavori».

«Nel nostro caso è importante la sentenza di primo grado dello scorso novembre su Malagrotta - prosegue Apollonio -. Il gestore della discarica è stato condannato per danno ambientale». L’avvocato Francesca Romana Fragale aggiunge: «I principi generali del danno sono disciplinati dal codice civile: chi compie un danno doloso o colposo è obbligato al risarcimento, le emissioni fuorilegge moleste per le persone obbligano a risarcire».

 

Paolo Brogi

Corriere della Sera – Cronaca di Roma, 31 marzo 2009

 

 

I consulenti hanno stimato un danno di 240 milioni
«Perso un terzo del valore, lo dice la perizia sulla casa»

 

Via Casale Lumbroso, 205, quadrante nord ovest di Roma oltre il Raccordo. Sulla strada passano i camion pieni di rifiuti. Vanno a Ma­­lagrotta, front-line brullo e puzzolente che si erge sopra valle Galeria. La casa ideata dal for­naio Orlando Scorsoni, una villa quadrifami­liare come i suoi quattro figli, è lì circondata da margheritine. Ma i figli sono quasi tutti scappati altrove, due a Pineta Sacchetti e uno al Torrino.

Resiste Carla Scorsoni, di 53 anni, col mari­to e due figli di 21 e 18 anni. È lei il primo tassello dell’imminente class action contro i «danneggiatori» di Malagrotta. Ha un pila­stro: la mamma Gina, che vedova si occupa ancora del forno a Pineta Sacchetti. Anche lei vuole vedere finire nel nulla questo sogno del fornaio Orlando.

Carla Scorsoni, commerciante a Monteverde Vecchio in elettronica, è perfino scappata per cinque anni da questo posto costruito dal babbo nel 1968, quando la discarica era ancora agli inizi. Col marito, egiziano, Carla Scorso­ni si era spostata al Cairo. Da due anni è tornata. «Anche là c’era un grande inquinamento», dice sconsolata. Tornata ha ripreso la battaglia che era iniziata nel duemila, quando gli Scorsoni unici nel circondario si sono costituiti parte civile nel processo penale contro i gestori di Malagrotta.

 

In primo grado i gestori furono condannati a due mesi di reclusione e a 20 milioni di multa. In appello la condanna fu confermata. In Cassazione tutto finì prescritto. Ma era solo il primo anello di una lunga storia, che nel novembre scorso ha registrato non solo la condanna del gestore ingegnere Francesco Rando ma anche una motivazione secca di «danno ambientale».

Gli Scorsoni avevano fatto già un passo ulteriore in avanti: nel 2000 hanno provato a quantificare il danno. La perizia è dell’ingegnere Stefano Cerea: «Dica il consulente quale sia la diminuzione del valore dell’immobile, con annesso terreno, per effetto della vicinanza con la discarica di Malagrotta». E Cerea, fatti conti e conteggi, ricavati i 276 metri quadri di superficie commerciabile e un valore teorico dell’immobile di 801 milioni di lire, ha stimato un danno di 240 milioni. Risultato? Quella casa vale solo 560 milioni «per effetto della vicinanza della discarica».

«Vede - spiega Carla Scorsoni, affiancata dalla mamma Gina e da una sorella - il danno è quantificabile. E poi io qui ne ho subite di tutte. Smisi di allattare la mia secondogenita, era il ’91, perché avevo preso il tifo e il paratifo. Era contaminata l’acqua che usavamo per lavare le verdure o fare il caffè. Batteri coliformi. Da dove pensate che uscissero?». La mamma Gina spiega: «Sei mesi fa è morto di tumore ai polmoni il fondatore del Comitato, Alberto Lilli. Due mesi fa la stessa sorte è toccata a Gerardo Ferrante, promotore del comitato Pisana 64. Certo, chi fa causa dovrà sborsare 300 euro più Iva e poi altri 800 per le perizie sugli immobili. Ma che alternative ci sono per chi vive in questa parte della città?».

 

P. Br.

Corriere della Sera – Cronaca di Roma, 31 marzo 2009

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