Nota della redazione di Ecce Terra

 

Per la lettura e la (quasi) comprensione di altri paradossi proponiamo anche il contributo di Dante Mazzi di Modena sulle altrui e concorrenti (il)logicità (in calce all’articolo di Albino Leonardi).

 

 

Trentino, 24 aprile 2009
Multiutility
L’energia punta a Piazza Affari
Albino Leonardi

 

Si è concluso lo scorso 7 aprile, con la nomina del nuovo consiglio di amministrazione, il varo della “sesta mutiutility italiana” (la Trentino Servizi che ha incorporato la Dolomiti Energia, assumendone la denominazione). Così, mentre l’attenzione era puntata su aspetti del tutto marginali (quali la nomina nel CdA di un ex consigliere provinciale), ha trovato compimento un disegno che sin dal suo inizio ha destato più d’una perplessità. L’ultima in ordine di tempo, riguarda le sorti del progetto che dovrebbe portare, non appena l’andamento dei mercati lo consentirà, alla quotazione in Borsa. L’idea, ed incidentalmente quella di dar vita ad una “quasi” public company (l’avverbio è necessario, visto che all’azionista pubblico sarà comunque garantito il 51% del capitale), è incompatibile alle dimensioni, alla natura ed alle finalità che, secondo i suoi stessi amministratori, caratterizzano la nuova Dolomiti Energia. I più illuminati tra questi, peraltro, non fanno mistero di non apprezzare particolarmente la cosa, ed i recenti casi di Brescia (A2A) o di Roma (Acea) non sembrano dar loro torto: la reazione molto negativa dei mercati alle scorribande della politica confermano infatti che il listino è più sensibile all’Ebitda che non ai temi politicamente più sensibili (ad esempio, una gestione meno orientata al profitto ad ogni costo). È tuttavia improbabile che i soci privati di DE sopiscano l’istintiva ricerca del vantaggioso way-out cui traguardare la quotazione.

 

Si avverte un paradosso: o si impoveriscono i cittadini in quanto utenti con tariffe elevate (che fanno gola ad una quotazione performante), o li si impoveriscono in quanto azionisti puntando ad un servizio migliore (che, a parità di condizioni, deprime la quotazione). Qualcuno ci guadagnerà certamente, ma c’è da dubitare sul fatto che siano Provincia, Comuni, Bim o singoli contribuenti. Su un piano più generale, sarebbe utile avviare una riflessione sulla natura dell’intervento pubblico ed in particolare sull’opportunità che esso mantenga significative quote di partecipazione nelle ex municipalizzate. In primo luogo perché il mercato dell’energia è libero ed ogni cittadino di fatto può scegliere un fornitore od un altro: non si capisce perché un soggetto pubblico debba mantenere interessi in operatori che la legge pone sul piano di altri.

Se il pubblico vuol davvero essere al servizio dei cittadini, vale la pena favorire piuttosto una più chiara disciplina del mercato, in funzione della sua assoluta trasparenza (che, come attestato in questi giorni dalle associazioni dei consumatori, è di là da venire). In secondo luogo perché gli investimenti in capitale di rischio possono generare guadagni ma anche perdite, come in molti hanno capito solo di recente.

 

In fase di ristrettezza e di politiche necessariamente improntate al rilancio, non è semplice trovare una ragione per cui si debba gestire il denaro pubblico come un banchiere d’affari o un gestore di fondi (nel contempo vessando i propri cittadini con le forme di prelievo più disparate). Sul piano dimensionale, infine, il mercato delle multiutility rimane ricco perché fondamentalmente imbalsamato in strutture di medio/piccola dimensione, a fortissima caratterizzazione locale, tendenzialmente refrattarie alla concorrenza. Secondo l’Ufficio Studi di Mediobanca, l’aggregazione complessiva di tutte le realtà operanti nel settore su scala nazionale (47 holding, 243 società operative, ed un numero incalcolabile di “poltrone”) darebbe vita al sesto gruppo industriale per fatturato (18,6 miliardi di euro), quarto per numero di dipendenti (77.300). L’attuale struttura, quella in cui si affaccia la nuova DE, è burro per il coltello dei gruppi stranieri, che dopo aver incetta della grande distribuzione e della finanza, si apprestano a fare altrettanto nell’ambito energetico. Essere la “sesta mutiutility italiana” può soddisfare il palato di chi l’amministra, difficilmente sarà essere d’ostacolo alle mire espansive d’oltralpe.

 

 

Hera: (il)logica di una partecipazione
I veri numeri e le poche ragioni di una partecipazione finanziaria
al servizio della politica
Dante Mazzi
consigliere del gruppo Forza Italia-PdL
in Comune di Modena e Provincia di Modena

 

Nel settembre 2005 il comune di Modena acquisì una importante partecipazione in HERA, la multiutility formata da ex aziende municipalizzate emiliano – romagnole e partecipata in maggioranza da enti locali del territorio.

Tecnicamente, il comune conferì le azioni META che già deteneva in cambio di azioni HERA in ragione di 1,286 azioni HERA per ogni azione META consegnata. Le azioni HERA così acquisite furono quindi girate ad HSST, una “società veicolo” appositamente costituita dal comune di Modena ed altri enti locali del modenese già azionisti di META della quale l'amministrazione del sindaco Pighi ad oggi detiene poco più del 73,1%. A queste vanno aggiunte 11,8 milioni di azioni HERA direttamente possedute dal comune ed ottenute in cambio dell'8,5% di HSST, ceduto lo scorso febbraio dal comune di Modena ai comuni di Sassuolo, Formigine, Fiorano, Maranello e Serramazzoni, per far posto a questi ultimi nella stessa società veicolo, alla quale conferirono la loro partecipazione in SAT, la ex municipalizzata sassolese anch'essa incorporata in HERA. In sostanza, quindi, considerando la partecipazione del comune nella società veicolo HSST e la quota di HERA da questa posseduta, il comune di Modena è indirettamente socio della ex municipalizzata bolognese per una quota di poco superiore al 10%. A questa va aggiunta un ulteriore quota del 1,15%, circa (corrispondente alle azioni HERA detenute direttamente) che porta la partecipazione totale in HERA, diretta e indiretta, all'11,2% circa.

Per capire quante risorse siano state investite nell'operazione, basta considerare il numero di azioni META conferite al veicolo HSST ed il valore delle stesse all’epoca dell’operazione: si tratta di oltre 283 milioni di Euro (ovvero quasi 550 miliardi delle vecchie lire), chiaramente rilevabili anche dal valore della partecipazione HERA iscritta nel bilancio HSST, rapportato alla quota iniziale del comune a nella società veicolo (81,65%): in pratica circa 1.570,00 Euro per ogni cittadino modenese, bambini compresi. Ne deriva inoltre che il valore di carico della partecipazione HERA per il comune di Modena è pari a 2,48 Euro circa (ovvero 283 milioni rapportate al numero di azioni HERA conferite), come chiaramente indicato anche nel bilancio HSST.

 

Considerata l'entità delle cifre in ballo, al di là di tutti i proclami sulla valenza strategica della dimensione "europea" e del contemporaneo "legame con i territori" che quasi quotidianamente vengono rilasciate da sindaci e assessori (che dovrebbero sapere che, trattandosi di una società quotata, le esternazioni pubbliche dovrebbero essere il più possibile limitate per non creare turbative di mercato) in merito alla possibile aggregazione a tre, è opportuno innanzitutto chiedersi a cosa serva questo investimento, ovvero quali sono le finalità di interesse pubblico effettive e tangibili per i cittadini che il comune di Modena persegue con la partecipazione in HERA.

Per rispondere a questa domanda basta entrare nel sito del comune di Modena, dal quale si legge che la Holding Strategie e Sviluppo dei Territori Modenesi (il nome esteso di HSST) può svolgere solo attività di gestione partecipazioni in società di servizi pubblici e serve agli enti locali per disporre di "un veicolo stabile di detenzione delle partecipazioni in HERA", per "creare uno strumento di concerto e di condivisione delle strategie da adottare", per "incrementare il potere negoziale dei soci modenesi in HERA" (vista la plateale disillusione del sindaco Pighi, antesignano sostenitore della fusione con IRIDE e ENIA, ci sarebbe da riflettere su quest'ultimo punto) e per "agevolare la razionalizzazione della compagine azionaria della stessa HERA". In parole povere, HSST è un patto di sindacato "vestito" da società, attività questa perfettamente legittima ma che nulla ha a che vedere con le finalità di interesse pubblico legate alla valorizzazione del territorio che sembrerebbero invece trasparire dalla denominazione sociale.

Per inciso, HSST è una società del tutto particolare, le cui azioni non possono essere possedute da soci privati: in sostanza, un club dei sindaci del modenese, con il sig. Pighi in testa.

 

Per adempiere le proprie finalità istituzionali HSST si è dotata di una governance molto ben strutturata, che prevede un consiglio di amministrazione di sette membri di cui quattro nominati direttamente dal comune di Modena: in pratica dei meri portavoce degli enti locali soci di HSST impegnati fra loro in un sindacato di voto e di blocco (in parole povere, votano tutti nello stesso modo e in caso di vendita di quote gli altri hanno la prelazione).

Dal bilancio al 30 giugno 2007 (che è anche l'ultimo ad oggi disponibile), risulta che questa scatola costa ai soci aderenti (e quindi ai cittadini degli stessi comuni) 69 mila Euro l'anno, quasi totalmente dovuti a consulenze fiscali e amministrative (28 mila) e compensi ai sindaci (37 mila): sarebbe interessante capire i criteri di attribuzione di tali incarichi e l'eventuale svolgimento di procedure di pubblica evidenza visto che HSST, al di là della forma, è in tutto e per tutto una società pubblica, emanazione di enti locali.

 

Analogamente, e di conseguenza, il valore aggiunto di HSST è negativo e pari, appunto, a meno 69 mila Euro circa, essendo la società una mera scatola vuota che non svolge nessuna attività autonoma se non incassare i dividendi ricevuti da HERA e distribuirli ai soci azionisti (ciò che farebbero direttamente gli stessi enti se fossero intestatari delle stesse azioni). Si tratta peraltro di concetti ben chiariti anche dal sindaco Pighi che in un intervento in Consiglio dello scorso maggio ha chiarito che HSST "non fa strategie, ma mette insieme le azioni dei vari Comuni in modo coordinato": una scatola (piuttosto costosa) insomma.

Già alla luce di queste evidenze, certamente non farà piacere ai cittadini sapere che questa cifra - pagata con ICI, Tariffa Igiene Ambientale, contravvenzioni ed altre gabelle - venga spesa in consulenze per mantenere in vita un "poltronificio". Questo comunque è un aspetto secondario se si considera la resa effettiva dell'investimento in HERA, ovvero la quantità di soldi pubblici guadagnati o persi nell'operazione, che è il vero nocciolo della questione, forse ad oggi non ancora del tutto chiaro ai più.

Il calcolo è molto semplice: basta considerare i soldi investiti nella società, i guadagni percepiti dall'investimento (ovvero i dividendi incassati direttamente o tramite il veicolo HSST) e il valore corrente dello stesso.

 

In ordine al primo punto, come spiegato in precedenza, il comune ha investito in HERA 283 milioni di Euro circa, pari al valore delle azioni META conferite all'epoca della fusione. Per inciso, l'importo di 154 milioni circa che il comune continua ad esporre come "valore di acquisto" della partecipazione in HSST nel proprio bilancio è palesemente fuorviante e scarsamente indicativo delle risorse investite nella partecipazione, poiché corrisponde al costo storico delle azioni META conferite all'epoca della fusione con HERA e non al relativo valore di mercato. Tutto ciò è facilmente verificabile dai documenti CONSOB pubblicati all’epoca dell’OPA.

In relazione al secondo punto, si tratta di 9,5 e 9,6 milioni di Euro di dividendi iscritti nel bilancio del Comune rispettivamente negli esercizi 2006 e 2007 e derivanti in gran parte dall'investimento in HERA (per la verità queste cifre comprendono anche i dividendi da altre partecipazioni come Farmacie Comunali e Banca Popolare dell'Emilia, ma si tratta di importi trascurabili ai fini dell'analisi). La cifra per il 2008 è analoga considerata l'invarianza del dividendo corrisposto dalla multiutility negli ultimi due esercizi (8 centesimi per azione). Qui francamente vale la pena di fare un inciso sulle dichiarazioni dell'assessore al bilancio Frieri secondo il quale "gli utili HERA non vanno al comune ma ad HSST" (risposta a interrogazione consiliare del 6 maggio 2008): e HSST, caro assessore, di chi è? O se preferisce, a chi paga i propri dividendi? Un formalismo degno di una foglia di fico.

 

Sul terzo punto è sufficiente moltiplicare il numero di azioni HERA direttamente o indirettamente detenute dal comune per il valore di borsa corrente della stessa società: 139,6 milioni (azioni HERA di HSST) x 73,14% (partecipazione comune di Modena in HSST) + 11,8 milioni (azioni HERA direttamente detenute dal comune) = 113,9 milioni di azioni x 1,52 Euro per azione = 173 milioni di Euro circa di valore corrente della partecipazione. Se si preferisce si può moltiplicare la partecipazione totale (diretta e indiretta) del comune in HERA per la relativa capitalizzazione borsistica, ma il risultato non cambia: 1,55 miliardi di Euro x 11,19% = 173 milioni di Euro circa. Questo è il valore reale della partecipazione in HERA, ovvero i soldi che il comune incasserebbe cedendo la stessa al mercato.

Quindi, il "conto della serva" ci dice che 9,5 + 9,6 + 9,6 + 173 - 283 = - 81,3 milioni di Euro sono i soldi pubblici bruciati (ad oggi) nell'operazione, una cifra corrispondente a un rendimento negativo del 11,3% su base annua corrispondente a una minusvalenza del 29% in termini assoluti. A questi andrebbero ovviamente aggiunti i costi di gestione del "veicolo" HSST più sopra evidenziati.

Una voragine che, soprattutto per le dimensioni del bilancio di una città medio/piccola come Modena, stimola più di un interrogativo.

 

Prima però sarebbe utile capire se nell'esercizio corrente il comune ha effettuato operazioni di copertura sulla partecipazione in HERA, delle quali non si trova traccia nei bilanci degli esercizi fino al 2007 (ultimo bilancio pubblicato). Si tratta nello specifico di operazioni di swap o contratti di opzione negoziabili con banche o direttamente sui mercati di borsa che permettono di coprirsi dal rischio di oscillazione del prezzo di un'attività finanziaria. Semplificando, queste operazioni (che il comune ben conosce avendole già effettuate in passato sugli interessi passivi), consentono di "sterilizzare" il valore di una partecipazione senza spossessarsi delle azioni, per le quali si continua ad esercitare i propri diritti di voto e ad incassare i dividendi. Come detto, leggendo i bilanci risulta che a tutto il 2007 di operazioni di questo tipo sulle partecipazioni non ne sono state effettuate. Considerato l'andamento del titolo HERA nel corso di quest'anno, quasi costantemente negativo (dai 3 Euro di gennaio agli 1,52 Euro attuali), una copertura eventualmente effettuata a inizio anno avrebbe consentito non solo di evitare la perdita, ma addirittura di realizzare un utile, considerando che la quotazione di HERA a gennaio era attorno ai 3 Euro, un valore significativamente superiore rispetto al valore di carico (pari, come visto in precedenza, a 2,48 Euro per azione), che avrebbe permesso di garantirsi un utile in conto capitale di (3 – 2,48) x 113,9 milioni = 58,7 milioni di Euro rispetto all'investimento iniziale.

In sostanza, si tratta di capire se da inizio anno ad oggi la giunta Pighi, indaffarata a progettare piazze con l’erba e percorsi di mobilità dolce, o a organizzare iniziative di ascolto e percorsi partecipati, abbia trovato il tempo per attuare una iniziativa di sana e prudente gestione che avrebbe addirittura consentito alla città di realizzare un cospicuo utile, o quantomeno evitare una rilevante perdita a fronte del successivo inesorabile sgretolamento del valore della partecipazione, ad oggi svalutatasi di circa (3 – 1,52) x 113,9 milioni = 168,7 milioni di Euro in soli dieci mesi.

Se invece queste coperture non sono state effettuate (e nei comunicati del comune non ve n’è traccia), si tratta senza dubbio di una bella eredità per la prossima amministrazione, non c’è che dire.

 

Alla luce di questi numeri, ben si comprende quindi l'evidente imbarazzo e l'iperattivismo mediatico del sindaco Pighi che, ormai palesemente scaricata HERA dal negoziato a tre con Iride- ENIA (si vedano al proposito le dichiarazioni del sindaco di Genova, "lieta" di prendere atto che il negoziato a tre si sia arenato), con un Cofferati in procinto di lasciare definitivamente Bologna, rischia di trovarsi in minoranza (sempre ammesso che sia rieletto) a gestire la patata bollente di HERA e delle sue minusvalenze, magari in compagnia di una giunta bolognese di centro-destra che certamente non gli farà sconti.

 

Va notato, peraltro, che HERA è una public company solo sulla carta: pur essendo quotata in borsa infatti, la maggioranza assoluta delle azioni (58%) è in mano ai comuni emiliano–romagnoli, uniti da sindacati di voto e di blocco e per giunta tutti o quasi della stessa colorazione politica. Si tratta di circostanze che rendono il titolo poco appetibile per eventuali acquirenti e quindi, in definitiva, ne deprimono le potenzialità borsistiche. C’è quindi da chiedersi quali siano le strategie che il comune (o meglio HSST di cui il comune è il ras assoluto) intenda adottare per valorizzare il proprio investimento, specialmente ora alla luce della fallita prospettiva di integrazione con il duo Iride–ENIA. E sempre ammesso che l’agognato matrimonio a tre, saltato per una bieca vicenda di poltrone, avesse una logica industriale e non fosse solo un mezzo per mischiare le carte di una situazione oggettivamente difficile e poco giustificabile sul piano patrimoniale.

Su un piano più generale, sarebbe poi utile avviare una riflessione sull’opportunità che i comuni continuino a mantenere significative quote di partecipazione nelle ex municipalizzate, almeno sotto due profili.

Primo: il mercato dell’energia è libero ed ogni cittadino può scegliere senza costi o penali un fornitore o un altro per il gas o l’energia elettrica esattamente come fa per il telefono. Non si capisce quindi perché un comune debba mantenere ingenti interessenze economiche in un operatore che la legge pone sullo stesso piano di tutti gli altri così da favorire i cittadini attraverso una maggiore concorrenza che stimoli un abbassamento dei prezzi e un miglioramento del servizio. Visto che anche il comune è – o dovrebbe essere – al servizio dei cittadini, lo stesso ente dovrebbe semmai favorire una maggiore conoscenza delle regole che governano il mercato anziché, com’è il caso di Modena, discutere dell’ubicazione degli sportelli HERA o della forma della bolletta, in ciò palesando un evidente conflitto d’interesse. È un fatto che queste società, operanti in regime di monopolio nella gestione dei rifiuti, rappresentino un formidabile braccio operativo nella gestione delle entrate comunali e quindi possano privilegiare la gestione tariffaria a scapito della qualità del servizio.

 

Secondo, gli investimenti in capitale di rischio possono generare guadagni ma anche perdite, come molti hanno capito solo di recente. In un’epoca di ristrettezze economiche e di politiche economiche nazionali forzatamente improntate al risparmio e all’utilizzo produttivo delle risorse pubbliche, non si riesce a trovare una sola ragione per cui un amministratore comunale debba gestire le risorse pubbliche come un banchiere d’affari o un gestore di fondi e magari al contempo vessare i propri cittadini con le forme di prelievo più disparate, dall’ICI alle addizionali varie alle tariffe sui rifiuti, per non parlare delle contravvenzioni che ormai rappresentano una vera e propria voce di budget, come il fatturato per le aziende.

 

Si tratta di considerazioni sulle quali anche il ministro Tremonti potrà effettuare qualche utile riflessione prima di cedere ai piagnistei quotidiani di certe amministrazioni che paventano chissà quali disastri finanziari a seguito dell’abolizione totale dell’ICI prima casa. Forse anche per le giunte rosse è ora di capire che l’unico valido criterio di gestione delle risorse pubbliche è l’efficacia della spesa, e quindi dell’utilizzo delle stesse risorse in rapporto ai servizi resi. In questo caso i nostri amministratori non sembrano certo brillare, e di ciò dovrebbero prendere atto anche i fedelissimi elettori modenesi, così pesantemente colpiti nelle loro tasche.

A meno che il comune di Modena non riesca a spiegare quali sono i vantaggi ricevuti dai cittadini a fronte dei soldi persi in HERA, se ce ne sono.

 

Modena, 27 ottobre 2008

 

 

28 ottobre 2008

Oltre al danno la beffa

 

(Teleborsa) - Roma, 28 ott - Ottima giornata per Iride ed Enia che brillano nel paniere delle mid-cap, con guadagni rispettivamente del 3,93% e del 3,5%, dopo aver annunciato che i rispettivi CdA hanno approvato i dettagli della aggregazione. Il progetto di fusione prende la forma di una fusione per incorporazione di Enìa in Iride, che assumerà una nuova denominazione. Il rapporto di cambio è pari a 4,2 azioni Iride ogni 1 azione Enìa. Quanto alla Corporate Governance, si prevede un sistema di amministrazione e controllo tradizionale con un Consiglio di Amministrazione composto da 13 membri di cui 2 rappresentanti della minoranza e la costituzione di un Comitato Esecutivo composto dal Presidente del Consiglio di Amministrazione, dal Vice Presidente del Consiglio di Amministrazione, dall'Amministratore Delegato e dal Direttore Generale.

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