Nota di Nimby trentino

 

Meno male che Laura Zanetti, a proposito di “patrimoni”, accenna all’assurdo degli sprechi dell’incenerimento di rifiuti. Su cui l’ambientalismo doc, “economisti, sociologi, antropologi e urbanisti” tacciono, un po’ rassegnati, un po’ di più insufficienti o assenti.

Pubblichiamo le lettere di Laura Zanetti, Giorgio Daidola, Carlo Guardini e Enrico Borghi, con commento di Michele Corti a un’iniziativa di Uncem ed il suo intervento: "Proclamazione delle Dolomiti quali "Patrimonio dell'Unesco". È rissa tra le provincie interessate. Quale idea di montagna c'è dietro tutto questo?".

Sul contributo di un altro esperto, il padovano Franco Viola membro del gruppo di lavoro sulla candidatura Dolomiti Patrimonio dell’Umanità, rinviamo alle generiche ambiguità di quella sua intervista a l’Adige del 22 settembre 2005: «Parco e inceneritore possono convivere». 

In conclusione, la lettera di Enrico Borghi che, a proposito della magnificenza di spreco di patrimoni, quella verso irresistibile alta velocità/capacità, sfiora sommessamente certo “protagonismo” con quel “dove le Alpi sono lo scenario dell'attraversamento delle reti lunghe infrastrutturali che si chiamano Tav”.

Se anche questa neutralità o accondiscendenza fosse parte fondante o integrante di quel “Manifesto per lo sviluppo della montagna” ce n’è abbastanza per comprendere quali “sviluppi” si vorrebbero continuare a inventare. Sono gli stessi, se non di peggio, ai quali ci si vorrebbe assenti o altrettanto complici, con o senza il marchio Unesco.

Saranno davvero questi i “territori” della “nuova frontiera” democratica? Di quale umanità?

 

 

l’Adige, 4 luglio 2009

No al marketing della montagna

Di Laura Zanetti *

 

Concordo pienamente con quanto espresso dal professor Giorgio Daidola quando, nell'intervista riportata sull'Adige del 28 giugno, definisce le Dolomiti marchiate Unesco, «un perfetto alibi per giustificare altre marachelle». Già l'altra sera, ascoltando i telegiornali regionali, appariva chiaro che non di una vittoria si tratti, ma dell'inizio di una dura battaglia tra le province dolomitiche per la leadership del prestigioso marchio. Solo qualche anno fa, chi aveva a cuore il futuro dolomitico e le secolari culture prealpine, guardava ad alleanze esterne, fino alla tutela internazionale Unesco, per contrastare la Jumela, la Pinzolo-Campiglio, Colbricon e Lastebasse, nuove trincee del consumismo, l'agricoltura intensiva, i riarmi edilizi in quota nel Tesino e via discorrendo, perché «se il Trentino - come scriveva Franco de Battaglia già nel 2004 - fino a pochi anni fa poteva rivendicare a sé il merito di essere d'esempio al mondo nella capacità di tutelare la libertà della natura e di farne un elemento di sviluppo, oggi una nuova guerra è in atto sulle sue montagne, destinata a sconvolgere il territorio».

 

Il dubbio che il marchio Unesco possa diventare una ulteriore strategia di marketing per teatralizzare paesaggi e folklore alpino a beneficio di nuove forme di turismo di massa e a danno dell'autenticità, nasce da un riscontro oggettivo: Verona, mia città di adozione, è Città Unesco - Patrimonio dell'Umanità dal 2000. Eppure, dopo il riconoscimento, non ci sono stati concreti cambiamenti in positivo.

Qualche esempio: il ritrovamento della strada romana, ancora perfettamente integra che duemila anni fa congiungeva la zona rurale con il centro città, oggi corso Cavour, è stata ricoperta da sabbia, ghiaione e sanpietrini. Peggior sorte ha subito in questi mesi quella ricchezza di reperti archeologici rinvenuti in piazza delle Poste, occultati sotto un spesso manto di asfalto. Le mura poi di Piazza della Ragione, classificata dagli storici come piazza rinascimentale tra le più prestigiose d'Europa, sono state forate e finestrate in materiale plastico per creare il plateatico di un bar, mentre solo 500 metri di distanza separano la Brà, che ospita l'Arena, dalle Acciaierie Ilva, una sorta di vulcano in continua eruzione per la - ingodibilità - dei turisti e l'insalubrità dei cittadini.

Per non parlare del sociale, del suo turpe inquinamento a sfondo politico, poco degno di un luogo definito Patrimonio dell'Umanità.

Insomma il marchio Unesco fisicamente è ovunque ma non si capisce chi ne detenga il controllo, né si comprendono i benefici.

 

Mi sento pertanto partecipe, più che al sogno messianico di Messner e ai facili entusiasmi dei politici, al preoccupante scetticismo di Daidola, che da anni va proponendo instancabilmente, al pari di Pietro Nervi e Duccio Canestrini, pareri interessanti per reimparare la sostenibilità non solo dolomitica, partendo dal basso. Modalità da sempre poco amata da chi gestisce il potere.

L'augurio quindi che nella cura delle complesse procedure Unesco che andranno a inserire le Dolomiti tra le aree di valore mondiale riconosciute dalle Nazioni Unite, entrino a pieno titolo le intelligenze vere, gli ambientalisti capaci, i comitati cittadini di resistenza sociale, che da anni lavorano per ridisegnare il futuro di Dolomiti e Prealpi non solo sopra i 2000 metri, ma anche sotto i 2000, proponendo di privilegiare il traffico su rotaia, di trovare alternative agli inceneritori, di ridare vita alle piccole economie identitarie, affatto obsolete e alla bioagricoltura, strada obbligata dentro un ottica dove le aree marginali non siano più segno di sottosviluppo, ma valore ove poter riscrivere la salute anche economica della montagna, del suo abitante, del suo fruitore.

Se persisterà invece la cultura della delega a quegli amministratori la cui vita politica è indissolubilmente legata alle lobby alpine, al monetizzare piuttosto che all'agire scientifico, sia chiaro, e non prendiamoci in giro: il marchio Unesco, oltretutto costoso per il contribuente europeo, giustificherà nuove e ghiotte speculazioni, mantenendo e aumentando lo stato di - insolvenza fraudolenta - nei confronti della terra alpina.

 

* È presidente Libera Associazione Malghesi e Pastori del Lagorai

 

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l’Adige, 28 giugno 2009
Buffonata fatta per motivi turistici
Molto critico il prof. Giorgio Daidola
«Penso che sarà un alibi per le marachelle»

 

Le Dolomiti sono entrate a fare parte del patrimonio dell'umanità: un riconoscimento che non per tutti sarà sinonimo di sviluppo sostenibile e tutela dell'ambiente. Anzi. Questo passaggio - mette in guardia una voce fuori dal coro - diventerà facile «alibi» per giustificare altre «marachelle». La voce è quella di Giorgio Daidola, docente di scienze economiche e statistiche all'Università di Trento, alpinista esperto ed appassionato di montagna, che guarda con sospetto alla decisione dell'Unesco di accogliere la candidatura presentata dalle cinque province. «Io credo - disse un paio di mesi fa - che per fare delle Dolomiti un'area di turismo sostenibile, quindi non legato alla tecnologia, allo sci di massa - che in parte ha ucciso il fascino di quelle montagne - sia necessario investire sulla sostenibilità. Altrimenti diventa semplicemente una trovata commerciale per attrarre più turisti».

 

Professor Daidola, le Dolomiti sono state riconosciute all'unanimità dai ventuno membri della commissione Unesco patrimonio del mondo. Già nei mesi scorsi lei aveva messo in luce il rischio che si trattasse solo di un marchio economico.

«Ah, è stata accolta. Rimango della medesima opinione, comunque mi sembra che tutto proceda su due piani in Trentino. Si dicono delle cose e poi se ne fanno altre. Come è ammissibile una cosa del genere, quando si è dato il via a fare un collegamento come quello di San Martino, che attraversa un parco naturale. Se non è una contraddizione questa. Mi pare proprio che questa sia una buffonata».

 

Non crede, dunque, che potranno esserci ricadute positive in termini di sviluppo sostenibile.

«Tutto questo è stato fatto solo per motivi turistici e commerciali e lascia stupiti che una organizzazione come l'Unesco conceda questo riconoscimento senza porre paletti precisi. Non mi pare certo un marchio che sia garanzia di comportamenti sostenibili. Posso capire che si parli di patrimonio dell'umanità perché le montagne, per fortuna, sono bellissime, sono uniche e sono di tutti. Ma il modo in cui è gestito l'ambiente non è certo quello che si dovrebbe adottare».

 

Lei dice che ci saranno ricadute solo sul piano economico: chi ci guadagna, dunque?

«Ci guadagna l'establishment, questo sistema economico drogato che si nutre di queste cose. E poi diranno anche che sono molto bravi, perché sono sensibili ai problemi ecologici, ma quando è il momento di adottare le decisioni fanno il contrario. Anzi, questo riconoscimento servirà loro per giustificare ancora di più le "marachelle"».

 

Si sarebbero creati un alibi?

«Sì, esattamente. Questo mi pare alquanto possibile».

 

Furono gli ambientalisti, però, i primi a proporre questa candidatura: non ritiene che possa portare ad un turismo sostenibile?

«Tutto dipende dal controllo che saprà fare l'Unesco: se pone dei limiti a questo sfruttamento della montagna, soprattutto di quella invernale. Certamente questo riconoscimento avrà dei riflessi positivi in termini di immagine, sarà un argomento in più dal punto di vista pubblicitario e promozionale. Ma il fatto che l'Unesco abbia concesso questo riconoscimento senza porre vincoli precisi mi pare indice di poca serietà».

 

Flavia Pedrini

 

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l’Adige, 30 giugno 2009
La montagna ridotta a spettacolo di massa
Di Carlo Guardini

 

Anche se, prevedibilmente, si assiste ora alla consueta quanto desueta gara dei meriti, l'imprimatur Unesco alle Dolomiti riveste una valenza «universale», che non può - nel suo spirito - appartenere ad alcuno, prescindendo dagli attori che se ne sono fatti sostenitori. Può confortare chi voglia - nonostante tutto - continuare a credere nel primato e nella forza dell'intelligenza umana l'oggettiva eventualità che quest'occasione di prim'ordine abbia a stimolare e provocare un trasversale «nuovo ragionamento». Degnamente rispondente all'essenza del riconoscimento stesso, coerente ed all'altezza del valore stesso delle nostre Dolomiti.

E da questo assunto sgorgano gli interrogativi: che si moltiplicano vertiginosamente, a cascata, valutando esperienze maturate, le prese di posizione che sorgono a più voci in questi giorni, le promesse e le enunciazioni della politica dell'oggi che appare pericolosamente ringalluzzita da questo oggettivo ed ulteriore accredito di immagine.

 

L'amico Giorgio Daidola è stato «tranchant» nel suo giudizio (è una buffonata con finalità turistiche), sollevando manco a dirlo irritate prese di posizione. Ma sono sostanzialmente concorde con la sua rude e tuttavia efficace analisi, semplicemente per aver vissuto nel mio percorso professionale pluridecennale una nutrita e serie di enunciazioni programmatiche tutte ugualmente e mirabilmente dirette al «governo» del turismo in chiave moderna e sostenibile, rispettoso della natura, un turismo veicolo di trasmissione di valori di identità dei luoghi, della storia locale, delle persone. Grossomodo, sappiamo tutti cosa e come fare, quali percorsi di dovrebbero scegliere, conosciamo quelli scelti a mezzo dell'esercizio del compromesso, essenza della politica e strumento irrinunciabile del governare.

 

Introduco a questo punto, sommessamente, un ricordo carico di nostalgia e del tutto personale, ma credo attualissimo: fine Anni Ottanta del secolo scorso, ebbi il privilegio di discutere con l'allora assessore provinciale all'ambiente Walter Micheli un pomeriggio intero su un «progetto turistico per il Trentino». Che mutuando e declinando le positive esperienze messe a segno nella gestione dei parchi e del territorio, avesse come obiettivo finale la rivoluzionaria (per allora, ma non meno per oggi) idea di trasformazione (complessa, senza dubbio) delle nostre vallate in un grande e diffuso «parco turistico del Trentino», nel quale l'oggetto/soggetto tutelato fosse l'ospite turista.

Un traguardo ambizioso e difficile, per molti verso scomodo e sicuramente poco visibile perché avrebbe inciso profondamente nella carne della sostanza e non sulla facciata del nostro sistema d'ospitalità. Ma sappiamo tutti quant'acqua è passata sotto i ponti da allora, quanti accadimenti si sono succeduti.

Vista la realtà dell'oggi, pensando a quali oneri (al di là degli onori già ampiamente incassati) possa comportare la gestione di una realtà siffatta, non possono che crescere un'esistente preoccupazione e allarme dettati da uscite del genere «andremo a creare al cabina di regia delle Dolomiti» oppure «non daremo luogo ad altri carrozzoni (testuali parole del governatore Dellai)».

 

Enunciazioni foriere di apprensione visti i precedenti specifici in fatto di cabine di regia: mentre ad otto anni dall'entrata in vigore d'una riforma del turismo che non ha funzionato - e che la politica non ha saputo né voluto correggere, ma che dovrà gioco forza rimediare - sentiamo ancora periodicamente lamentare l'assenza proprio di cabine di regia (locali) nel settore che con la «nuova dimensione» delle Dolomiti avrà maggiormente a interagire. In un contesto di non assimilazione e coscienza, si suppone, dal punto di vita di programmazione (esiste un Progetto Dolomiti? Un sito web ed enunciazioni programmatiche interregionali certo non bastano!). Ritorniamo a Giorgio Daidola: forse, non è che abbia - pur non lesinando energie nei toni - voluto sottolineare proprio questo aspetto con il suo provocatorio allarme-denuncia?

Questa nostra politica e amministrazione tesissime sugli aspetti dell'immagine e dell'apparire, saranno davvero in grado di sfoderare inedite arti di composizione delle pretese e delle diatribe (interregionali) esprimendo finalità ed operatività rispondenti alle esigenze di difesa delle Dolomiti?

 

Anche se sarebbe disonesto negare l'esistenza istituzionale trentina, peraltro derivata da solidi precedenti, d'una attenzione e tensione alla cultura dell'ambiente e della natura (non esente da scivoloni e contraddizioni), non può non preoccupare alla luce delle ricadute turistiche innescate dall'imprimatur Unesco la sostanziale mancanza d'un «progetto turistico montagna» del quale le Dolomiti costituirebbero la punta di diamante.

Della montagna, la nostra organizzazione turistica trentina (Trentino Spa ed Apt locali) sfrutta esclusivamente gli effetti spettacolari e teatrali, ben guardandosi secondo una gestione ampiamente autoreferenziale dell'offerta, dal trasmettere reali contenuti e valori sottesi alla frequentazione della stessa montagna. E ben guardandosi dall'incidere, ottemperando ad una funzione di «destination management» peraltro ascrivibile a chi governa il turismo, attraverso formazione e programmazione sul tessuto connettivo dell'ospitalità (i soggetti classificati come «privati»), costituito da quanti in montagna operano e lavorano.

 

Ammassare migliaia di persone sulle Dolomiti di Fassa o nella conca di Fuchiade (tempio dei grandi spazi e silenzi, a mio avviso letteralmente violentato) per esibizioni musicali-happening perfino amplificate è mera e totale contraddizione: peggio ancora quando ciò accade addirittura all'interno di parchi naturali oppure nelle verdi oasi delle malghe ridotte a set per cori e cantanti con gli inevitabili stress ambientali connessi a carichi antropici devastanti nell'arco di poche ore. Cercando di scordare, con buona pace generale, gli abissi di buon gusto rappresentati dai trascorsi circensi concertini sulle seggiovie in movimento. Così come i Suoni delle Dolomiti, indubbia operazione d'immagine che nella loro quindicinale riproposizione hanno ormai perso il loro valore e carica originari a beneficio d'una scelta sempre più giocata alla ricerca dei numeri e della visibilità, altre proposte consumistiche inquinano fattori oggettivamente eccelsi come il sorgere di un'alba col richiamo dell'avventura facile «mordi e fuggi» da ricercare (in modo non banale) salendo di notte sentieri, bivaccando magari in tenda a duemila metri anche se non si è abituati a farlo, magari trascinando morose ed amici per una sorta di festa in allegria come si fosse sul prato dietro casa.

 

In montagna esiste una soglia di rispetto delle cose, dei limiti, dei luoghi, delle situazioni della quale pare si sia persa cognizione spacciando - in una perdurante ubriacatura da marketing turistico - per intimistiche e profonde esperienze in realtà propinate null'altro che in termini di effetto, attrattiva, appariscenza. Spettacolo ed effetti speciali ad uso corrente in luogo e presunta sostituzione dei valori particolari della montagna e delle esperienze che essa regala. Avvilente.

Ecco, è tutto questo che a mio avviso offre adito a preoccupazioni guardando al nostro Trentino ma anche alle zone limitrofe «dolomiticamente sorelle». «Lentius, profundius, savius» (più lento, più profondo, più saggio) invocava l'indimenticato Alexander Langer disquisendo nei suoi scritti sugli stili di vita che fu sua verde utopia anche nella dimensione Dolomiti. Guardando alla nostra realtà politico amministrativa sempre amando i Monti Pallidi ora proclamati patrimonio dell'umanità, mi permetterei di integrare la profondità del motto di Langer con altri superlativi: «peritius, humilius, honestius» (più pratico, più semplice, più decoroso).

Con ben poche speranze. Ma tanta gioia nel cuore, perché - nonostante tutto - tanti altri avranno modo di conoscere quest'incredibile dono della natura.

 

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l’Adige, 3 luglio 2009
Montagne protagoniste dello sviluppo
Di Enrico Borghi *

 

Mentre la comunità internazionale celebra le Dolomiti, da qualche giorno patrimonio dell'umanità, il nostro Paese, che per il 54% è montano, continua a ignorare la necessità di una politica organica ed efficace per la montagna e liquida la questione con lo smantellamento delle Comunità montane. E così la miopia dei nostri apparati centralisti, che parlano di federalismo senza conoscerne evidentemente il significato, non consente di cogliere opportunità strategiche per il sistema Paese, come quelle offerte dalla green economy, che possono davvero trasformare questi territori da Cenerentola in punta di diamante della nostra economia.

 

Senza indulgere nella retorica: i territori, con le loro comunità locali, non sono la nuova terra promessa, ma presentano una caratteristica essenziale per il nostro modello di società inclusiva e un'alternativa all'individualismo solipsista: producono, per loro stessa natura, coesione. Coesione sociale e coesione istituzionale. E quindi rappresentano la premessa essenziale sulla quale innestare nuove politiche di solidarietà, di pari opportunità, di diritti e garanzie.

 

Senza interfacciarsi con i territori, senza comprendere cosa davvero essi siano e come si articolano, senza interrogarsi su come potranno essere protagonisti della democrazia italiana di domani, ogni discorso sulla riforma del welfare, sulle liberalizzazioni come spazio di opportunità, sullo sviluppo economico è destinato a rimanere materia per convegni e seminari e a non tradursi in realtà concreta. Sono i territori la «nuova frontiera» democratica. Pensiamo alle Alpi. Solo su quell'area si stanno aprendo cinque tipologie di flussi sui quali si gioca la sfida della modernizzazione e della democrazia del Paese: il flusso della logistica, dove le Alpi sono lo scenario dell'attraversamento delle reti lunghe infrastrutturali che si chiamano Tav, Brennero; il flusso dell'outsourcing, con la risalita del capitalismo molecolare che mette fine al classico fordismo delle vallate alpine; i flussi della finanza, con il riconfigurarsi dei distretti bancari del risparmio alpino, peraltro uno dei più elevati d'Europa, che si muovono sulla scena internazionale; i flussi del turismo, attraverso i «distretti dell'intrattenimento» con tutte le conseguenze del caso in termini di sostenibilità e di identità sulle economie locali; i flussi dell'acqua e della green economy, con i «padroni delle acque» che nel postfordismo si riposizionano a valle con un evidente rischio di neo-colonialismo delle risorse naturali montane.

 

Basterebbero questi cinque «canali» a dimostrare con chiarezza il fatto che le Alpi (ma ciò vale anche per gli Appennini e più in generale per il «territorio rurale» italiano) non rappresentano più il luogo della periferia e della marginalità, ma si collocano al centro, in una zona nevralgica del rapporto tra locale e globale. Produzione di energia da fonti rinnovabili, riduzione di emissioni di CO2, sistemi di trasporto sostenibile, bioedilizia: la montagna rappresenta un territorio ancora inesplorato che può svolgere davvero un ruolo centrale in un modello di sviluppo economico e industriale sempre più «green» ma che non può accontentarsi di petizioni di principio e di facili proclami. C'è bisogno di politica. E di una politica che non si limiti al contenimento della spesa, ma che sappia elaborare soluzioni mirate alla morfologia dei territori, alla loro identità, alle loro specificità e che sappia indicare con chiarezza quali strumenti intende applicare e attraverso quali organismi.

 

Il Manifesto per lo sviluppo della montagna, che abbiamo redatto insieme a un gruppo di economisti, sociologi, antropologi e urbanisti, e che sta raccogliendo numerose sottoscrizioni, è la carta sulla quale l'Uncem punta per innescare questa rivoluzione dello spazio rurale: da area marginale a località centrale di un nuovo modello di sviluppo, da luogo di abbandono a nuovo spazio di opportunità economica e sociale. Solo in questa nuova ottica il riconoscimento delle Dolomiti da parte dell'Unesco non è solo un'operazione di immagine a fini turistici, ma diventa un pezzo, importante, della rinnovata capacità di guardare a questi territori come volano dello sviluppo e della ripresa economica.

 

* È presidente dell'Uncem (Unione Nazionale Comuni, comunità ed Enti Montani)

 

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Dal sito Ruralpini il commento di Michele Corti
su un convegno organizzato dall’Uncem

 

Convegno a Chiavenna, 7 marzo 2009
Le "teste d'uovo" dell'Uncem e dintorni
prospettano per la montagna una economia da green economy

Sono credibili?

 

Al convegno "Tra stato e mercato c'è la montagna" tenutosi a Chiavenna lo scorso 20 febbraio organizzato dall'Uncem, Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani l'assessore al bilancio della Regione Lombardia, Romano Colozzi, ha dichiarato che la Lombardia sarà un baluardo a difesa delle Comunità Montane che - dopo essere state ridimensionate ma confermate dalla finanziaria 2008 - rischiano di essere svuotate dalla diminuzione delle risorse che in prospettiva saranno quasi azzerate. Morte per inedia pianificata si direbbe (holodomor?). Da qui la necessità di reagire recuperando un ruolo attivo di agenzie per lo sviluppo territoriale. In realtà la deriva burocratica-amministrativa che hanno subito questi enti rischia di far dimenticare che le Comunità Montane erano nate nel lontano 1971 proprio per porsi come "nuovi" soggetti dinamici della programmazione socio-economica.

 

In realtà con parole nuove ("governance", "agenzie di sviluppo", "realizzare dal basso concrete e misurabili attività di investimento e sviluppo sul territorio") non si fa che ribadire quello che avrebbe dovuto essere il ruolo di questi enti. Fin qui, pertanto, parole nuove, ma nulla di nuovo nella sostanza se non l'ammissione di un fallimento.  Di nuovo c'è la proclamazione che "lo sfruttamento della “risorsa montagna” non sarà più sinonimo di cementificazione selvaggia e impianti sciistici". Bello sentirlo dire, ma intanto i programmi di cementificazione sulle Alpi non si arrestano, anzi, basta vedere cosa sta succedendo alla Marmolada per capire che la "svolta" non è certo nell'aria. In alternativa, però, si prospetta una green economy dai contorni tutt'altro che chiari e rassicuranti. Si parla infatti di "cicli integrati dei rifiuti", "gestione di biomasse", impianti idroelettrici, "trading di crediti di carbonio".

 

Si tratta di chiarire bene cosa significhino questi slogan perché in materia di gestione rifiuti e biomasse sappiamo bene quale sia il rischio di trasformare la montagna in una pattumiera (vedasi le vicende della Valsugana anche con riferimento all'impianto di compostaggio o i progetti di maxi impianti di produzione di biogas delle Giudicarie). Quanto allo sfruttamento idroelettrico che presuppone, falsamente, che l'acqua sia risorsa "rinnovabile"  la speculazione sui crediti verdi ha scatenato la corsa alle captazioni dell'ultima goccia d'acqua. Caso eclatante è la provincia di Sondrio in quanto il suo territorio è il più sfruttato a livello idroelettrico di tutta Italia. Il 90% dei torrenti della provincia di Sondrio ha subito captazioni per lo sfruttamento idroelettrico causando preoccupanti segnali di scarsità idrica in alcune zone del territorio. È green economy. Prima di proporre di lanciarsi verso le nuove frontiere di una ambigua green economy di cui si vedono già molti aspetti deteriori e speculativi bisognerebbe far valere di più i diritti dei territori di montagna sullo sfruttamento idroelettrico in essere.

 

 

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