Gli inceneritori uccidono

Marco Niro – Questotrentino, n. 6, giugno 2009

 

Ormai le evidenze abbondano e i principi di precauzione e prevenzione dovrebbero suggerire la messa al bando degli inceneritori. Di quelli vecchi come di quelli nuovi. Parla il dott. Celestino Panizza, medico per l’ambiente di Brescia, dove opera l’inceneritore più grande d’Europa.

 

La ricerca di un medico capace di esprimersi in modo autorevole e deciso sul danno sanitario degli inceneritori mi porta fuori provincia, a Brescia, essenzialmente per due motivi. Da una parte, perché in Trentino, a parte qualche eccezione rappresentata da medici-amministratori (il sindaco di Centa San Nicolò dottor Roberto Cappelletti e l’assessore all’ambiente di Lavis dottor Lorenzo Lorenzoni), i medici trentini finora non hanno trovato di meglio che prendere atto della volontà di costruire l’inceneritore (è accaduto nell’estate 2008, vedi QT 16/2008). Dall’altra parte, perché dire Brescia, parlando d’inceneritori, significa riferirsi all’ambito di osservazione più importante, perché a Brescia opera dal 1996 l’inceneritore più grande d’Europa, un mostro che brucia 800.000 tonnellate l’anno di rifiuti.

A Brescia, quindi, vado a incontrare il dottor Celestino Panizza. Medico specializzato in Medicina del lavoro presso l’Università di Pavia e Statistica medica ed epidemiologia presso l’Università di Pavia, il dottor Panizza lavora come medico del lavoro all’Asl di Brescia. Membro dell’Associazione Medici per l’Ambiente, da tempo mette a disposizione le proprie competenze professionali per fornire sostegno alle organizzazioni impegnate nella lotta all’inquinamento e nella difesa della salute.

 

Dottor Panizza, dell’impatto sanitario degli inceneritori si parla poco e male, e il pubblico è impossibilitato ad orientarsi, tra un Veronesi che dice in prima serata televisiva che l’impatto sanitario degli inceneritori è pari a zero ed evidenze che dimostrano ben altro...

Il caso di Veronesi è emblematico. La propaganda inceneritorista ha utilizzato un medico di fama, che ha competenze relative alla cura dei tumori, e non alla loro prevenzione, per far passare il concetto che l’inceneritore non è rischioso. Il meccanismo usato da chi con gli inceneritori fa i soldi è sempre quello: comprare le università e i centri di ricerca, finanziandoli, affinché essi, al termine dei vari studi epidemiologici, pronuncino la frase magica: ‘il dato non è conclusivo’. Ovvero, non si nega che gli impatti sanitari possano esserci, ma si enfatizza l’incertezza epidemiologica, affermando che le evidenze non permettono di legare con certezza quegli impatti all’incenerimento. È stato fatto per anni anche dagli studi, prezzolati dall’industria del tabacco, sui danni da fumo di sigaretta: ‘non c’è evidenza che provochi il cancro’, si continuava a ripetere...

 

Non esistono quindi studi epidemiologici che permettano con certezza di rilevare gli impatti sanitari degli inceneritori?

Non ho detto questo. Decine e decine di studi, condotti per indagare le ricadute delle emissioni inquinanti degli inceneritori sulla salute delle popolazioni residenti intorno ad essi, hanno evidenziato numerosi effetti avversi alla salute dell’uomo, sia tumorali che non.

 

Ce ne può indicare qualcuno?

Certamente. Tra i più recenti, possiamo ricordarne quattro. Lo studio effettuato nel 2007 in provincia di Venezia dal Registro Tumori dell’Istituto Oncologico Veneto è la più convincente dimostrazione esistente in letteratura di un aumento di rischio di cancro associato alla residenza vicino a inceneritori: esso evidenzia come il rischio aumenti di 3,3 volte fra i soggetti con più lungo periodo e più alto livello di esposizione. Sempre nel 2007, lo studio “Enhance Health Report”, finanziato dalla Comunità Europea e condotto per l’Italia nel comune di Forlì, dove operano due inceneritori, ha portato a evidenze significative rispetto al sesso femminile: in particolare si è registrato un aumento della mortalità tra il +17% e il +54% per tutti i tumori, proporzionale all’aumento dell’esposizione; e questa stima appare particolarmente drammatica perché si basa su un ampio numero di casi - 358 decessi per cancro tra le donne esposte e 166 tra le non esposte - osservati solo nel periodo 1990-2003 e solo tra le donne residenti per almeno 5 anni nell’area inquinata. Nel 2008, poi, uno studio francese condotto dall’Institut de Veille Sanitarie ha rilevato un aumento di tumori di tutte le sedi nelle donne e, in entrambi i sessi, dei linfomi maligni, dei tumori del fegato e dei sarcomi dei tessuti molli. Da ricordare infine il 4° Rapporto della società Britannica di Medicina Ecologica, anch’esso del 2008, che nelle molte e documentate considerazioni ricorda come nei pressi degli inceneritori si riscontrino tassi più elevati di difetti alla nascita e di tumori negli adulti e nei bambini.

 

Una situazione allarmante. E a Brescia avete evidenze dell’impatto sanitario dell’inceneritore più grande d’Europa?

Il Registro Tumori segnala in provincia di Brescia un tasso d’incidenza tumorale tra i più alti del Nord Italia, ma non c’è modo di imputare all’inceneritore questa circostanza. Di studi epidemiologici sull’esposizione alle emissioni dell’inceneritore bresciano non ce ne sono, e del resto sarebbero inutili...

 

In che senso?

Nel senso che l’inceneritore di Brescia si trova in città, tra innumerevoli altre fonti che emettono sostanze inquinanti: voler rilevare l’impatto dell’inceneritore sarebbe quindi come voler individuare l’onda più alta in un mare in tempesta. Tuttavia, due fatti del recente passato ci permettono di identificare nell’inceneritore di Brescia un pericoloso produttore di diossine, sostanze tra le più dannose per la salute.

 

Ovvero?

Nel 2007 l’Istituto Superiore di Sanità ha misurato le diossine del tipo PCDD-F presenti nell’aria di Brescia per condurre la valutazione del rischio nel contesto delle indagini sul sito inquinato di rilevanza nazionale Brescia-Caffaro. L’indagine è stata condotta nel mese di agosto, quando sono ridotte le condizioni di traffico e le principali fonti d’immissione industriali, eccetto l’inceneritore, che funziona regolarmente anche in quel mese e insiste nella zona oggetto dello studio. Ebbene, il confronto con altre misurazioni, condotte negli ultimi anni in diverse località nella stagione estiva, mostra chiaramente come le concentrazioni di diossine nell’aria di Brescia siano le maggiori, con quantitativi almeno tripli.

 

E l’altro fatto?

Nel 2008 la Centrale del Latte di Brescia ha riscontrato presenza di diossine del tipo TCDD-F-PCB nel latte proveniente da sette aziende agricole ubicate nel territorio a sud di Brescia, proprio nei pressi dell’inceneritore. Il latte rifiutato dalla Centrale del Latte aveva tossicità equivalente ben oltre i limiti di soglia: tra i 6,5 e gli 8 picogrammi di diossine per grammo di grasso, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda per l’uomo il limite di un picogrammo per chilo di peso corporeo al giorno. Vale a questo punto la pena di ricordare che le diossine sono bioaccumulabili, ovvero si accumulano all’interno di un organismo in concentrazioni crescenti man mano che si sale di livello nella catena alimentare. È questo il motivo per cui è verosimile che il latte delle mucche alimentate con foraggio raccolto nel terreno soggetto a ricaduta dell’inceneritore sia risultato contaminato da tali sostanze.

 

Quello che lei riferisce dovrebbe indurre a fermare qualunque progetto di costruzione di un inceneritore. Ma già immaginiamo che chi vuole incenerire abbia la risposta pronta: “Questi dati si riferiscono agli inceneritori di vecchia generazione, noi costruiremo inceneritori di nuova...”

Vengono a dirci che i livelli delle emissioni dei nuovi impianti, che adottano le cosiddette “migliori tecnologie disponibili”, sarebbero di molto contenuti rispetto ai vecchi. Tralasciando che le migliori tecnologie, valutate dalla stessa industria secondo criteri di economicità, hanno già dimostrato di non presentare sufficienti garanzie sul versante dei sistemi di abbattimento, resta in ogni caso da tener presente che le concentrazioni delle emissioni ottenute applicando le migliori tecnologie sono allineate con i valori limite stabiliti dalle normative, i quali purtroppo non garantiscono di per sé la salute: basti pensare che il limite alla diossina stabilito dall’Unione Europea è mille volte superiore a quello stabilito dall’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente statunitense. E poi va ricordato un punto fondamentale: in realtà i controlli sulle emissioni sono oggi alquanto problematici.

 

Per quale motivo?

Da un lato, perché essi sono sostanzialmente eseguiti in regime di autocontrollo dagli stessi gestori degli impianti, dall’altro perché sono in effetti inadeguati a monitorare le effettive quantità emesse. Uno studio recente ha rilevato che in fase di accensione (quando non è monitorato), un inceneritore produce in media, nell’arco di un periodo di 48 ore, il 60% delle emissioni annuali totali di diossine prodotte quando è a regime. Anche durante lo spegnimento e il periodo di messa in servizio degli inceneritori (altri momenti in cui le emissioni non vengono controllate), si possono produrre livelli molto più elevati di diossine. E non si pensi che spegnimenti e accensioni siano rari: a Brescia la manutenzione li richiede un paio di volte l’anno.

 

Insomma, par di capire che ci sono ragioni per diffidare anche degli inceneritori di nuova generazione.

La limitata disponibilità di dati scientifici e di evidenze epidemiologiche sull’impatto sanitario dei moderni impianti non coincide con una mancanza di evidenza: il principio di precauzione induce ad attenersi a linee di maggiore prudenza. Di contro, le evidenze tossicologiche e sperimentali ormai assodate, e relative ad inquinanti oggettivamente emessi, come le diossine, non consentono certo deroghe all’obbligo della prevenzione. La storia del confronto tra vecchi e nuovi inceneritori ricorda quanto afferma l’autorevole epidemiologa Devra Davis nel libro “La storia segreta della guerra al cancro”, a proposito delle sigarette: quando la marea d’informazioni sui pericoli del tabacco cominciò a montare, le industrie cambiarono musica, diffondendo l’idea che forse le sigarette vecchie erano pericolose, ma quelle nuove, col filtro, sarebbero state gustose e salubri...

 

 

Più tasse, più tumori

Ettore Paris – Questotrentino, n. 6, giugno 2009

 

Pagare di più per avere più tumori. Questo, in sintesi, l’esito della scelta dell’inceneritore cui ci si sta avviando. Quando invece l’alternativa c’è ed è più conveniente.

 

Ci rendiamo conto, con le parole del titolo, di drammatizzare il problema. Eppure queste sono le conclusioni cui è inevitabile pervenire se si approfondisce il problema. Al punto che non può non sorgere la domanda: come mai si continua a percorrere una strada così vistosamente sbagliata? Vedremo di rispondere anche a questo interrogativo. Per intanto presentiamo questa nostra inchiesta, che si articola su due fronti: uno economico/tecnologico (cosa comporta la soluzione inceneritorista e cosa le attuali alternative) e uno sanitario (gli ultimi studi sugli effetti dell’inquinamento da inceneritore, vedi – anche sotto - Gli inceneritori uccidono).

Confessiamo, in premessa, un nostro limite: è vero, siamo prevenuti, abbiamo sempre pensato che disperdere i rifiuti, surriscaldati, nell’aria (questo in definitiva fa un inceneritore, che deve anch’esso sottostare alla nota legge di Lavoisier: nulla si crea, nulla si distrugge) sia una soluzione demenziale. Ebbene, questa prevenzione è condivisa da tanti; e oggi si può dire che gli studi sui due versanti - i danni dell’inquinamento dell’aria da una parte, la ricerca di alternative dall’altra - sono arrivati a risultati non più controvertibili.

 

L’alternativa

L’inceneritore ha una sua - pur perversa - logica quando l’alternativa è il sistema delle discariche, inesorabilmente a termine. Ma ormai sono maturi sistemi di trattamento che si integrano molto bene con una raccolta differenziata spinta. La differenziata, attraverso la collaborazione del cittadino, separa l’organico, le plastiche, la carta ecc, fino al 65% secondo il piano provinciale dei rifiuti, ma anche fino all’80% in diverse realtà; il rimanente “residuo secco” viene avviato a uno di questi centri di trattamento.

Come funzionano questi centri? Il residuo viene depurato (con calamite o altro) dai metalli, poi viene triturato e avviato all’estrusione (innalzamento di temperatura fino a 200°, senza arrivare alla cottura e quindi senza innescare processi chimici sempre pericolosi) e successivamente alla trafilatura (riduzione del materiale in fili, che vengono tranciati e trasformati in granuli). Il granulato che ne esce è sostanzialmente una materia plastica assolutamente inerte (quindi con grado di pericolosità zero) e riutilizzabile in molteplici forme, sia nell’industria della plastica o, male che vada, come inerte nell’edilizia.

Si ricicla quindi tutto, o meglio quasi tutto: del materiale che entra, rimarrà uno scarto del 3-5%, da avviare in discarica. “Noi abbiamo uno scarto del 2,99% - ci dice Carla Poli, titolare del Centro Riciclo Vedelago - ma stiamo lavorando per abbassare ancora questa percentuale”.

Troppo bello. Quali sono i punti critici? Il sistema funziona bene se il residuo secco è tale, se cioè non contiene materiale organico. “Non è che la presenza di organico mandi a monte il lavoro - precisa Poli - ma rallenta il processo, anche in maniera consistente”.

Il discorso dell’organico apre nuovi fronti, oggettivamente a favore dell’inceneritore, che invece la frazione umida la brucia senza problemi. In Trentino infatti le esperienze dei trattamenti biologici sono state estremamente negative: l’impianto di compostaggio di Levico, con le sue inaccettabili puzze, ha prodotto effetti devastanti e oggi nessuno vuole un biodigestore nelle vicinanze. “La filiera del biologico deve essere progettata, gestita, controllata, più seriamente” ci dice l’ing. Massimo Cerani, consulente in materia rifiuti, incaricato da diversi Comuni della Piana Rotaliana di progettare un sistema completo di raccolta e trattamento alternativo all’inceneritore.

Siamo andati a vedere un impianto integrato a Fusina, presso Porto Marghera. Il biodigestore era progettato come si deve: doppie porte, interno in moderata depressione in maniera che naturalmente l’aria entri e non esca. Ci siamo affacciati: all’interno la puzza era insopportabile (“Non stia così in prossimità, le si impregnano i vestiti” ci raccomandava l’accompagnatore) e gli operai lavoravano con maschere a gas. Ma all’esterno, su un piazzale liscio e pulitissimo, non c’era alcun odore significativo, e alla sala mensa distante venti metri, dove abbiamo pranzato, l’ambiente era normale, ci si trovava a proprio agio.

Insomma, fuori provincia i trattamenti biologici non sono un problema; possibile che lo siano in Trentino (che difatti oggi è ridotto ad esportare, pagando, la frazione organica)?

C’è poi l’aspetto specifico: il trattamento meccanico e per estrusione ha bisogno di un residuo secco non contaminato da residui organici. “Qui si tratta di controllare bene la filiera, entrando in una nuova ottica, per cui il materiale non è più da buttare via, ma da lavorare. - afferma l’ing. Cerani - E questo si ottiene facilmente attraverso la responsabilizzazione, passando dalla campana dove conferiscono tutti, ai contenitori individuali. Allora anche i controlli di qualità diventano molto efficaci”.

A quel punto i problemi sono molto circoscritti: pannolini e pannolloni (che però possono essere raccolti separatamente e messi in grosse lavatrici che separano l’organico dai materiali sintetici; o ancora meglio e più economicamente, possono essere costituiti da materiali biodegradabili); e gli elementi “misti” in quanto sporchi, ad esempio la classica carta oleata sporca di gorgonzola (ma non è un problema, una frazione secondaria di organico l’impianto di estrusione riesce a gestirlo).

“Prima di avviare il materiale nell’impianto, noi facciamo un’opera di selezione e pulizia, in pratica correggiamo gli errori dei cittadini. - ci dice Poli - In realtà questi errori sono pochi, se c’è il porta a porta loro stessi fanno una buona selezione”.

 

I costi

L’impianto di Vedelago

A questo punto dobbiamo confrontare i costi dei due sistemi. Il discorso sarà solo indicativo, per due motivi. Da una parte il sistema a trattamento ha costi molto variabili, che “dipendono dal territorio, dalle abitudini della popolazione, dalle possibilità di integrare diversi sistemi di raccolta e trattamento” ci dice Cerani, che proprio su questo progetto applicato al Trentino sta lavorando. Dall’altra parte i costi dell’inceneritore sono misteriosi: correva l’anno 2005 quando il Consiglio comunale di Trento dava il via libera all’impianto vincolandolo a tutta una serie di verifiche, a iniziare da quella economica; e da allora nessuna cifra è stata fornita, nessun preventivo, confidando che i consiglieri che avevano detto “sì, però...” il “però” se lo scordassero, come difatti puntualmente è avvenuto (vedi Le verifiche promesse ed omesse nel n° 18 di QT del 2005). Possiamo anche qui andare a spanne, rapportandoci ai costi di altri inceneritori.

Fatte queste premesse, veniamo ai dati. Il costo di un inceneritore di 100.000 tonnellate è sui 70-80 milioni di euro, cui ne vanno aggiunti altri 10 per le opere di viabilità connesse (tra cui un ponte sull’Adige). I costi di gestione possono variare dai 60 euro/tonnellata dell’impianto di Bolzano, agli 80-100 €/t di quello mostruoso di Brescia, ai 174 di quello di Treviso; per un impianto come quello di Trento il costo si aggirerà intorno ai 90 €/t, che diventeranno 110 se verranno a mancare i contestati incentivi statali.

E il sistema del trattamento meccanico\estrusione? Il costo di costruzione, difficilmente quantificabile in mancanza di un progetto definito, è comunque molto più ridotto: “Da un minimo di 5 milioni a un massimo, nel caso peggiore, di 20” ci risponde l’ing. Cerani. Il costo di gestione, se facciamo riferimento a quello di Vedelago, è anch’esso inferiore, meno della metà: 40 €/t.

Certo, nel caso del trattamento occorre una raccolta differenziata più raffinata, i cui costi aggiuntivi non sono ora quantificabili. Va però considerato che anche l’inceneritore ha ulteriori costi (economici, oltre a quelli ambientali) nel dover smaltire in discarica un 25% di residui tossici (che, su 100.000 tonnellate, vogliono dire 25.000 t) e un 4-5% (altre 5.000 tonnellate) di residui ricavati dalla pulizia dei filtri, molto pericolosi, e quindi molto costosi da sbolognare.

Insomma, il paragone economico (vedi tabella 1) risulta tutto sbilanciato a favore del trattamento meccanico: 5-20 milioni il costo di costruzione, contro 80-90; 40 euro/tonnellata il costo di gestione, contro 100; un residuo del 3-5% di materiali inerti da avviare in discarica, contro il 25-30% di materiali nocivi.

Anzi, quest’ultimo dato smonta alla radice la motivazione “forte” pro-inceneritore addotta da Dellai e Andreatta: “Per chiudere il ciclo bisogna per forza incenerire”. L’inceneritore non chiude un bel niente, lascia un 30% per le discariche; è il trattamento meccanico quello che il ciclo lo chiude.

 

Tabella 1: confronto economico

 

Inceneritore

Trattamento meccanico

Costo impianto

80-90 milioni

5-20 milioni

Costi di gestione

90-110 €/t

40 €/t

Residui in discarica

25-30% nocivi

3-5% inerti

Costi ulteriori

Lo smaltimento dei residui

Raccolta differenziata
più raffinata

 

Le contestazioni

Da quando gli ambientalisti, e in particolare l’associazione Nimby trentino, hanno portato l’attenzione sul trattamento meccanico, organizzando anche visite all’impianto di Vedelago (Treviso), contro questo si è levato un fuoco di sbarramento. In particolare il neo-sindaco Andreatta ha dichiarato: “Ma per favore! Ricordo che a Treviso la gran parte dei rifiuti va nell’inceneritore, non a Vedelago”. Qui bisogna puntualizzare. Il Centro Riciclo Vedelago è una realtà seria: impiega 58 dipendenti (tutti con contratto a tempo determinato), ha progettato impianti di imminente apertura in Sardegna, Sicilia e a Roma, ha ricevuto da Eco Innovation, il fondo dell’Unione Europea che promuove le migliori tecnologie in campo ambientale, un premio di 275.000 euro come incentivo a implementare ulteriormente ricerca e prodotti. Il fatto che la provincia di Treviso conferisca ancora (a prezzi mostruosi, 174 €/t) nell’inceneritore della Contarina spa è una delle conseguenze disastrose della costruzione di un inceneritore: l’impianto ormai c’è, va alimentato e si obbligano i consorzi di raccolta rifiuti a conferirvi il residuo, tanto a pagare ci pensa Pantalone, e alle conseguenze sanitarie non ci pensa nessuno. E così anche in Emilia: fatto l’inceneritore, se non lo si alimenta, si deve addirittura pagare una penale. Ma a Trento l’inceneritore non lo si è ancora fatto. Perché mai si vuole insistere su questa strada perversa?

Qui possono esserci due risposte. La prima, più semplice: la materia è complessa e in continua evoluzione, i nostri decisori (leggi Dellai, Andreatta a ruota, Pacher, assessore all’ambiente, non conta) non padroneggiano la materia.

Seconda risposta: ormai si è dato il via a un sistema di potere che procede secondo proprie logiche, propri interessi, autonomi da quelli della cittadinanza. A gestire la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti è la multiutility Dolomiti Energia spa, aperta anche ai privati (Isa, la finanziaria della Curia) e partecipata da A2A, la società bresciana che gestisce il maxi-inceneritore di Brescia. È noto che queste società tendono a costituirsi come centri di potere autonomi, che con la politica possono avere rapporti di padronato più che di dipendenza (l’Autobrennero che finanziava i politici, come a suo tempo l’Eni di Mattei, per rimanere ai casi storicamente e giudiziariamente accertati) e che in ogni caso - anche su spinta dei soci privati, che prossimamente spingeranno per la quotazione in borsa - puntano alla massimizzazione del fatturato, non certo alla riduzione delle tariffe.

Se poi questa logica si sposa col disegno industriale di uno dei soci (la A2A di Brescia, che tende ad espandere il proprio modello inceneritorista) i conti tornano. L’inceneritore, proprio perché costa di più e comporta tariffe più alte, è la scelta conseguente.

A pagare saranno i cittadini: in soldi e in salute.

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