Acciaierie di Borgo: quando si scopre e si copre... qualcosa

 

Nota della redazione di Ecce Terra

 

Pubblichiamo una raccolta della cronaca del Corriere del Trentino e del Trentino (con il chiaro intervento di Giuseppe Raspadori) relativa alle ultime vicende, quelle note, sulle acciaierie di Borgo Valsugana. Un’altra pagina oscura su cui stiamo assistendo, come da copione, ai rimpalli delle responsabilità, alle minimizzazioni e agli sconti della politica e alle sue rassicurazioni nei confronti di chi se ne serve.

Tra gli altri, viene in mente quello che affermarono il presidente dell’Ordine dei chimici, Aldo Peruzzini, e l’ex presidente ed attuale consigliere, Gabriele Ansaloni (leggi in calce l'articolo del Trentino del 15 gennaio 2009).

Il sindacato, a cui premono soprattutto le tessere dei propri iscritti, si erge a paladino del centinaio di lavoratori impiegati nell’azienda (come ai tempi della criminale SLOI). Mentre basterebbe così poco per “convertirli” ad altro impiego, soprattutto se ci fosse la volontà politica della Provincia autonoma di Trento, e delle sue Spa, di tutelare la salute della Valsugana, anziché la sua o quella delle sue casse. Si diceva, un tempo, che erano anche le nostre.

 

Corriere del Trentino, 16 luglio 2009
Traffico illecito di rifiuti: due arresti a Borgo

 

Corriere del Trentino, 17 luglio 2009
Rifiuti, nei siti migliaia di tonnellate abusive

 

Corriere del Trentino, 18 luglio 2009
Rifiuti, i primi dialoghi «Così il cromo va fuori»

 

Corriere del Trentino, 21 luglio 2009
Rifiuti in Valsugana. A rischio la sorgente

 

Corriere del Trentino, 24 luglio 2009
«I metodi di analisi erano corretti»

 

 

Trentino, 17 luglio 2009
Veleni a tonnellate nelle discariche
Grazie ad analisi truccate le scorie diventavano rifiuti normali

 

TRENTO. Migliaia di tonnellate di rifiuti smaltiti in modo sospetto, centinaia e centinaia di camion che hanno scaricato scorie di acciaieria in discariche per inerti o in siti di ripristino ambientale dove sopra dovranno sorgere piante di viti o meli. Sono queste - secondo le accuse - le dimensioni dell’illecita attività di smaltimento scoperta dagli uomini della Forestale di Vicenza, coordinati dai pm trentini Alessandra Liverani e Salvatore Ferraro con i complimenti (giunti in serata) del ministro Zaia.

I dettagli dell’operazione che ha portato in cella l’imprenditore della Valsugana Franco Boccher, all’obbligo di firma il padre Luciano e ai domiciliari direttore delle Acciaieria Valsugana Emilio Spandre sono stati illustrati ieri in una conferenza stampa. Presenti il procuratore della Repubblica Stefano Dragone, il Comandante della Forestale di Vicenza Daniele Zovi e il vice questore aggiunto della Forestale Maria Principe.

 

I metodi.

Secondo le accuse quella tra Franco Boccher ed Emilio Spandre era una collaborazione ben avviata, tanto da far parlare gli inquirenti di decine di migliaia di tonnellate di scorie stoccate e smaltite in modo illegale. In genere i rifiuti di acciaieria erano mischiati con le sabbie e la terra che Boccher utilizzava per la sua attività di ripristino. Quella che doveva essere terra innocua («eco-terra», la chiamava Boccher) conteneva in realtà residui di nichel e soprattutto cromo ben oltre i limiti. Di questo sono sicuri gli uomini della Forestale che - in fase di indagine - hanno prelevato campioni di materiale sospetto e lo hanno fatto analizzare scoprendo lo sforamento dei limiti.

 

Le analisi compiacenti.

Fondamentale e indispensabile per poter smaltire illecitamente i rifiuti è taroccare la analisi. Tutti i carichi, infatti, sono accompagnati da precise rilevazioni di laboratorio che costituiscono la carta d’identità delle scorie. Gli inquirenti hanno il sospetto che gli indagati abbiano trovato delle «sponde amiche» in due laboratori del Nord Italia: uno a Bresca e l’altro in provincia di Treviso. Si tratta di strutture private che svolgono analisi a pagamento. A questi centri Boccher avrebbe fatto riferimento per ottenere le certificazioni. Il problema è che - secondo le accuse - molte di queste analisi sarebbero state taroccate o svolte secondo metodi non conformi rispetto al tipo di rifiuto, il che poi determinava uno smaltimento molto meno oneroso. Va detto che il coinvolgimento dei laboratori e dei loro responsabili è al vaglio degli inquirenti e che nessuno tra i responsabili delle due strutture risulta al momento indagato. Va però sottolineato che nella mattinata di mercoledì, quando sono scattati gli arresti, alcune delle perquisizioni hanno riguardato anche i laboratori dove sono stati sequestrati documenti che avvalorerebbero le tesi accusatorie.

 

I retroscena.

Pur trattandosi ancora di una fase iniziale dell’inchiesta e quindi con le dovute cautele, tuttavia dagli atti dell’inchiesta emergono particolari curiosi sul modo di gestire i rifiuti da parte di Boccher. Franco, ad esempio, era solito indicare ai suoi autisti (sono stati sequestrati 15 mezzi) di percorrere vie secondarie per recarsi alle discariche, per cercare di evitare i controlli. E in caso di verifiche gli autisti avrebbero dovuto spiegare che quello che trasportavano altro non era che materiale per realizzare fondi stradali. Altro esempio. Quando l’impasto che nascondeva rifiuti di acciaieria era troppo chiaro sempre Boccher ordinava di scurirlo con della terra, facendone aggiungere o togliere a seconda del colore in modo da non fare entrare in discarica materiale dalla colorazione sospetta.

Sul tema dei reati ambientali è intervenuta anche la Lega che «ritiene indispensabile convocare una seduta straordinaria del consiglio provinciale per consentire all’assessore Pacher di riferire su quanto sta avvenendo in Trentino, sull’operatività della cabina di regia e sulle prospettive di un sistema di controlli che anche in Trentino possa risultare efficace contro i crimini ambientali».

 

Trentino, 17 luglio 2009

Acciaierie: «Un periodo nero»

E un comitato spontaneo vuole il referendum

 

BORGO. Ieri pomeriggio Rudi Carraro, responsabile del personale, ha avuto una riunione con i quattro rappresentanti sindacali: «E’ corretto informare i lavoratori di quanto sta succedendo, è stato riferito che per un periodo il nostro direttore sarà assente e che è stato dato immediato incarico ai suoi assistenti di seguire la produzione e i lavori del nuovo impianto fumi» ha detto.

Carraro ha cercato di rassicurare il personale, ma non nasconde la preoccupazione per la situazione del mercato, che definisce “nera”, a cui si aggiunge questa nuova tegola: «Ieri era qui anche il presidente Leali, anche lui è preoccupato. E’ un periodo di crisi, lavoreremo fino al 26 luglio e poi si chiude per quattro settimane, fino al 24 agosto, per le ferie collettive ed i lavori di completamento dell’impianto fumi». Quattro settimane in cui la produzione rimarrà ferma e si lavorerà al nuovo impianto (camino, filtro, condotti) da 8 milioni di euro, che dovrebbe captare una maggior quantità di fumi. L’azienda ha sottolineato infine un aspetto: «Dei nostri 120 dipendenti, 118 sono trentini. Certo ci sono anche stranieri, ma è gente che risiede regolarmente qui. Gli unici da fuori provincia sono il direttore ed un’altra persona».

E sull’altro fronte è intervenuta anche Rosa Finotto, presidente del comitato “Barbieri sleali”, sorto un anno fa e “rigorosamente a-partitico”. Un nome curioso che deriva dal fatto che i barbieri di corte dell’impero austro-ungarico provenivano dalla Valsugana in quanto sudditi fedeli e leali, proprio come Leali è il nome del gruppo proprietario delle acciaierie.

La Finotto ha convocato una riunione per martedì 21 in cui proporrà alcune iniziative: «Potremmo chiedere un referendum per il Comune di Borgo. Con il nuovo statuto, approvato a cavallo fra le due amministrazioni, bastano 400 firme per poterlo indire» spiega. «Si raccoglierebbero in breve tempo. L’importante è trovare il quesito corretto, che possa venire approvato. Non possiamo chiedere la chiusura dell’Acciaieria, anche se il prezzo che stiamo pagando va oltre i 120 lavoratori, ma possiamo chiederne la riconversione come in un caso in Germania».

 

 

Trentino, 17 luglio 2009

Rifiuti, un buon «affare» per tutti

Ecco quanto risparmiavano le Acciaierie con i «trucchi» contestati

 

TRENTO. Soldi, tanti. Quello dei rifiuti è un business forse poco conosciuto ma molto redditizio. E le leggi in materia - dalle maglie piuttosto ampie - permettono agli operatori del settore di scegliere l’interpretazione normativa più favorevole per ricavare dagli scarti i massimi guadagni.

È quello che - secondo le accuse - sarebbe successo anche nell’inchiesta denominata «Eco-terra» che ha portato all’arresto di Franco Boccher e del direttore delle Acciaierie di Borgo Emilio Spandre. Tutto ruota attorno al denaro e agli ingentissimi risparmi che un tipo di smaltimento piuttosto che un altro producono per le imprese che maneggiano rifiuti.

Il caso delle Acciaierie di Borgo (se provato in aula) è emblematico, così come lo è quello della Ripristini Valsugana, l’altra azienda coinvolta nel filone principale dell’inchiesta. Secondo gli inquirenti la scelta di Spandre di smaltire le scorie dell’Acciaieria con metodi illegali produceva guadagni che potevano variare da un terzo fino agli otto ottavi. Per capire meglio proviamo a semplificare. Per venire smaltite le scorie da acciaieria possono arrivare anche a 60 euro a tonnellata. Miscelare questi materiali con banale terra (come avrebbe fatto Boccher con la piena consapevolezza di Spandre), far passare il tutto per rifiuto «normale» e smaltirlo in siti di ripristino poteva costare solo 10 o 20 euro a tonnellata.

Ma anche per Boccher l’affare era invitante. Da un lato, infatti, l’imprenditore veniva pagato per l’attività di ripristino o conferimento nelle varie discariche sequestrate. Dall’altra riceveva soldi anche dalle Acciaierie per smaltire le scorie.

Boccher sapeva muoversi molto bene. Nelle terre da scavo infilava vari materiali, ma evitava con cura i mattoni (troppo rossi). Il colore del rifiuto era la sua ossessione. Spesso miscelava alle scorie di acciaieria altre scorie bianche e scure, in modo da dare al «pastone» un colore poco sospetto.

 

 

Trentino, 18 luglio 2009

La discarica delle nostre coscienze

Di Giuseppe Raspadori

 

Valsugana - discarica S.p.A.: di rifiuti inquinanti forse; di controlli formali privi di vergogna, più che probabile; di dichiarazioni tossiche, è certo. La storia della Sloi, chiusa trent’anni fa dopo trent’anni di malattie, morti, inquinamenti che non si sa ancora come rimediare, si ripete, e continuerà a ripetersi, vera coazione e maledizione, come avviene quando non si ha mai il coraggio di fare fino in fondo i conti con le colpe, le responsabilità, gli indicibili interessi pubblici, privati e di categoria. Non è necessario essere chimici: l’alta tossicità di ciò che si crede sottoterra emerge dalle parole e dai silenzi, dagli opportunismi e dall’omertà di troppi, di tutti o quasi. Scorriamo assieme le pagine dedicate dal giornale all’inchiesta di Borgo, ed esaminiamo gli ultimi commenti, veri residui tossici incrostati alla trivella della dignità. Cominciamo da “bocche cucite” in fabbrica e “no comment” dei politici locali”. Eh no, non c’è spazio, oggi, per la retorica della difesa del posto di lavoro ad ogni costo di subalternità e ricatto. Non siamo agli albori della lotta per la sopravvivenza, al punto per cui la “pagnotta” di alcuni può contrapporsi alla salute della comunità. Accampare questa motivazione è sempre stata, ad iniziare dagli anni di maggior miseria sociale, penso ai primi decenni della Sloi, la sordida manipolazione con cui far digerire un macabro sfruttamento umano ed ambientale. Per quanto riguarda poi il “no comment” dei politici locali, cascano le braccia: 21 sindaci della Bassa Valsugana, 200 assessori, 400 consiglieri, più tutto il resto di Comprensori o Comunità di valle, quale controllo di un territorio, peraltro assai circoscritto di appena 26.000 anime? Non vedevano, non guardavano, non si sono mai chiesti nulla? Che ci stanno a fare?

Si dice “lasciamo che la magistratura lavori”, no, non basta, cari miei, che apporto date a queste indagini? Ciò che si percepisce, invece, nelle dichiarazioni, è quasi un fastidio nei confronti della Magistratura o della Guardia di Finanza o Forestale che hanno osato interrompere il quieto vivere delle malefatte, che hanno osato sollevare il coperchio di controlli formali e conniventi. Povera Magistratura, sempre accusata di aver troppo arretrato: grazie, è costretta a fare i controlli che gli istituti preposti non fanno. Già l’Appa, deve essere potenziata afferma Pacher, no, devono essere mandati a casa, per incapacità o corruzione, non c’è via di mezzo. E le ronde, e i vigili con la pistola in pugno, vadano a controllare piuttosto lo smaltimento dei rifiuti.

Anche la cosiddetta opinione pubblica, pure, ci si mette: “si fa presto a chiudere una fabbrica, non così presto ad aprirla”, e allora? Ben venga qualsiasi cialtronaggine? E il sindacato, al pari dell’azienda, afferma: “il reato di smaltimento delle scorie non avveniva in fabbrica”, ah no? La colpa è dei trasportatori? La colpa di ciò che avviene in un processo produttivo di chi è? Questa è la logica della parcellizzazione delle responsabilità. Che Anna Arendt ben descrisse con la “banalità del male”. Chi pagherà i danni all’ambiente e alla salute pubblica?

***

Ho volutamente puntato il dito sulle responsabilità di una inesistente democrazia dal basso: la popolazione, gli operai, i sindacati, le assemblee elettive dei piccoli comuni. È chiaro che se le cose saranno confermate come oggi appaiono a finire in galera dovranno essere imprenditori, ispettori miopi, e politici pro-forma, ma le cose non cambieranno se la popolazione di una comunità non saprà coltivare la dignità di una democrazia diversa. Se si continuerà a credere a politici per i quali qualsiasi economia è buona, qualsiasi affare, qualsiasi reddito. Se si continuerà a ritenere che le persone hanno bisogno solo di soldi e di centri commerciali in cui spenderli. Che la vita debba avere la frenesia dei baracconi delle giostre, dei caroselli con gli sci ai piedi, dei quindici giorni di festa del patrono, dei mercatini di natale che apriranno subito dopo ferragosto, dei saldi tutto l’anno, insomma che è fondamentale che il soldo circoli, circoli, circoli, che più circola e più aumenta il pil, più aumenta il pil più la felicità è garantita.

Tutto fa brodo, forza, siamo ottimisti, tra un po’ siamo fuori dalla crisi, immersi in una gran discarica, grande risorsa non solo per i cinquecentomila di Korogocho, i disperati di Nairobi. E se pensavamo tossica la stupidità e la demagogia, questa la reggiamo bene.

Il pugno duro, sempre, mi raccomando, contro clandestini ed extracomunitari; le nostre trentin-truffe sono a fin di pil, meritano indulgenza, chiudiamo un occhio, chiudiamone due, chiudiamo e basta.

 

 

Trentino, 15 gennaio 2009

Ordine dei chimici, esposto contro la Provincia

«Senza controllo potranno esserci altri casi
come quello della discarica di Marter»

 

TRENTO. «Basta con la mercificazione delle analisi chimiche. Bisogna porre fine ad una prassi illegittima che dura da vent’anni». Questa la posizione dell’ordine regionale dei Chimici, che presenterà un esposto in Procura. Sotto accusa la Provincia che finanzia e tollera queste società non gestite da liberi professionisti: «Senza un adeguato controllo ci potranno essere altri casi come quelli che si sono verificati alla discarica di Marter, sempre che non ce ne siano già stati».

«La truffa delle analisi falsificate legate alla discarica di rifiuti di Marter getta un’ombra di discredito sui chimici. Invece di demonizzare la categoria, bisognerebbe porre fine alla situazione di illegittimità che esiste in Trentino. Situazione tollerata, oltre che finanziata, dalla Provincia». Queste le parole di Aldo Peruzzini, presidente dell’Ordine regionale dei Chimici, pronunciate ieri mattina durante la conferenza stampa indetta in via Zambra. «Il codice penale punisce chi fornisce prestazioni senza il possesso dei requisiti - continua Peruzzini - mentre quello civile sottolinea la “personalità” dell’esercizio della professione, cioè il professionista deve eseguire in prima persona la prestazione. Senza intermediari».

Sotto accusa vengono messe quindi dall’Ordine le società che si occupano di analisi chimiche. «Nei primi anni Novanta è esploso il business dell’ecologia e dello smaltimento dei rifiuti - spiega Gabriele Ansaloni, ex presidente ed attuale consigliere - sono così scesi in campo imprenditori, società e cooperative che hanno trasformato le analisi chimiche in attività di servizi, attrezzando laboratori ed assumendo chimici come dipendenti. Questo con il sostegno colpevole della Provincia che erogava contributi a fondo perduto vincolandoli all’iscrizione alla Camera di Commercio. Contributi negati quindi ai professionisti perché l’esercizio professionale non può per legge essere un’attività “non economica”».

Il risultato? L’Ordine non ha dubbi: «Società e cooperative di tipo imprenditoriale con le mani in pasta in attività lucrative - prosegue Ansaloni - assorbono chimici come dipendenti e quindi in una condizione di sudditanza che nello svolgimento del loro compito fa loro mancare la “libertà di giudizio”. Questo avviene ovunque, in società come la Sea o la Cet, ma anche la stessa Trentino Servizi di proprietà della Provincia. Invece di procedere con i controlli di qualità interni, ora offre servizi di analisi per conto terzi».

L’Ordine ha quindi deciso di procedere a breve con un esposto alla Procura della Repubblica. Allo stesso tempo è iniziata una causa contro la Sea, accusata di svolgere abusivamente un incarico affidato loro dal dirigente provinciale del Ripristino ambientale. «Chi effettua i controlli deve avere totale libertà -ripetono i chimici - così invece si hanno spesso le mani legate».

Silvia Conotter

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