Il reportage. I viticoltori preoccupati dal termovalorizzatore
che si vorrebbe creare vicino a un cementificio
Valpolicella, l’erede di Dante contro il nuovo inceneritore
In trincea con i produttori di Amarone: il nostro Paradiso in pericolo
Corriere della Sera, Ettore Mo - 18 agosto 2009

 

 

FUMANE (Verona) - Un’incandescente controversia sta divampando da tempo nella regione Valpolicella, dove viticultori e produttori di vino si battono strenuamente per bloccare un ambizioso progetto industriale che prevede la costruzione di un inceneritore da collocare nel cuore stesso della valle, interamente popolata da vigneti.

Si tratta in sostanza di un gigantesco camino (oltre 100 metri d’altezza) che una ditta specializzata in cementi - la Bossi Cement Flant - intende erigere sopra la fornace del proprio cementificio, la cui sola funzione è di incenerire quotidianamente, senza sosta, tonnellate di rifiuti d’ogni genere. Insomma, niente di meno e niente di più di un conflitto a basso profilo tra l’industria, che vuole proseguire i suoi piani di sviluppo, e l’ecologia, decisa a mantenere il proprio impegno per un mondo migliore, più sano e pulito.

 

Franco Allegrini, uno dei più noti viticultori della zona, dalle cui cantine escono grandi quantità di Amarone destinate agli Stati Uniti e al Canada, è decisamente contrario alla costruzione dell’inceneritore: «Val proprio la pena di investire 120 milioni di euro - si chiede - per innalzare un tal mostro di cemento alto 103 metri in un paesaggio idilliaco come il nostro? Certo, non incentiverebbe il turismo di tanta gente che, anche dall’estero, viene ad ammirare le nostre vigne e ad acquistare i prodotti. Attualmente le analisi fatte dagli esperti non sono sufficienti per stabilire se dalla bocca del mostro pioveranno eventualmente fumi e sostanze nocive alle viti e all’agricoltura in genere, ma già fin d’ora è possibile affermare che la costruzione avrebbe un impatto visivo totalmente negativo rispetto all’ambiente che la circonda. Dobbiamo pure riconoscere che i nostri Comuni, sensibili ai richiami dell’ecologia, sono stati fra i primi ad adeguarsi alle esigenze della raccolta differenziata dei rifiuti mentre le automobili venivano via via dotate di motori catalitici. I progetti industriali vanno realizzati in luoghi scarsamente abitati, ma non qui dove diecimila famiglie vivono esclusivamente dei prodotti naturali come l’uva».

 

Sono comunque in tanti a ritenere che il territorio dove nasce e matura il Valpolicella Classico sia la contrada più ricca dell’intero Nord-Est, apparentemente inarrestabile nella sua corsa verso traguardi sempre nuovi di prosperità: anche se i più anziani non si astengono dal ricordare gli anni magri dopo la seconda guerra mondiale quando gli uomini facevano parte della bassa manovalanza all’estero, in Germania o in Svizzera. Oggi ognuno è proprietario del suo piccolo podere e della propria casa. L’affitto è una parola sconosciuta. E nessuno si sognerebbe mai di negare che questa agiatezza socio- economica è in gran parte dovuta alla superba qualità dei vini (soprattutto del Re Amarone) che fin dai primi anni Sessanta si sono imposti sui mercati internazionali, stabilendo una tabella di marcia che altri prodotti non erano in grado di seguire.

Con le sue case fondate sulla roccia, la Valpolicella ha un incanto tutto particolare, come spiega Stefano Lorenzetto nella commossa prefazione al libro di Fulvio Roiter annotando quanto sia diversa e più povera e dimessa la vicina Valpantena che il Creatore ha diviso dalla prima «con una ditata tracciata verticalmente sulla terra informe». Oltre che di vigne, è infatti ricca di ville, chiese, acquedotti, castelli e ruderi che ti rimandano continuamente al passato remoto.

 

Non desta quindi sorpresa trovarsi al cospetto di un discendente del Ghibellin fuggiasco Dante Alighieri che, cacciato da Firenze, venne esiliato a Verona, dove suo figlio Pietro mise le radici acquistando, nel 1353, un casolare in località Sant’Ambrogio di Valpolicella, poco distante dalla città scaligera. Fu così che per venti generazioni gli eredi del sommo poeta si dedicarono alla coltivazione delle vigne piuttosto che a quella dei sonetti e delle terzine. Oggi il conte Pieralvise di Sarago Alighieri è un amabilissimo, elegante signore coi capelli e il baffo leggermente canuti e mi riceve nella sua magione rurale di Gargagnano che subito dopo la vendemmia è invasa dal profumo di migliaia di grappoli messi a riposo prima di trasformarsi, sotto il torchio, in nettare per gli dei.

 

Ma anche per lui questi sono momenti difficili ed è stato costretto a rinunciare agli ozi del gentiluomo di campagna. Insieme a Luca Sartori, presidente del Consorzio che raggruppa 200 produttori di Valpolicella Classico, ha deciso di entrare nella contesa e di schierarsi tra coloro che avversano il progetto industriale culminante nella costruzione dell’inceneritore, che minaccerebbe l’equilibrio ecologico e la situazione delle quattro valli.

Quando gli ho ricordato il titolo di un articolo del giornalista inglese John Philips dove con un pizzico d’ironia si afferma che i discendenti di Dante stavano per «affrontare un nuovo inferno» Pieralvise replicò ridimensionando rapidamente la gravità dell’affermazione con una battuta: «Piuttosto che di inferno bisognerebbe parlare della Valpolicella come di un paradiso in pericolo: perché questa è davvero una zona paradisiaca e sarebbe davvero da masochisti da parte nostra rovinare l’immagine».

 

Ma mentre esultano per gli otto milioni e mezzo di bottiglie di vino Doc che la Valpolicella è in grado di schierare ogni anno sui mercati internazionali, i vignaioli si chiedono preoccupati quali conseguenze potrà avere sul microclima dei cinque Comuni - Fumane, Sant’Ambrogio, Negràr, San Pietro in Cariano e Marano - l’incenerimento annuo di circa 180 mila tonnellate di rifiuti.

«Siamo a una volta storica - taglia corto Daniele Todesco, capogruppo dell’Associazione Valpolicella 2000 -, rivelando che la Cementirossi ha chiesto alla Regione Veneto l’autorizzazione ad aprire una nuova cava di marna in una collina ancora intatta: o si chiude il cementificio o accettiamo il progetto industriale e buonanotte». Materiale ricco di calcare con cui si fa il cemento, la marna viene ora stivata nei silos alti poco più di 30 metri che sorgono accanto alla fornace dell’azienda: in attesa di essere umiliati dalla canna fumaria che svetterà in alto, sopra di loro, e li cospargerà di saliva.

 

La storia della battaglia ecologica ha un suo eroe che ha ora 82 anni e vive appartato con la moglie, Tiziano Faccioli. Esile, i capelli radi ravviati sulla nuca, si professa solidale con i più giovani amici che, insieme a lui, si oppongono a nuovi scavi nella montagna. Ricorda di aver comprato nei primi anni Ottanta un terreno a «un prezzo esorbitante» solo per evitare che le scavatrici aggredissero i fianchi rocciosi delle colline. «Ora - aggiunge - ci pensa mio figlio Federico a portare avanti la lotta contro la Cementirossi e i suoi programmi industriali».

Approdato qui durante la guerra dopo che i tedeschi lo avevano brutalmente «sloggiato» dalla propria casa, ha finito con l’innamorarsi di questa terra. «Ma allora - ricorda - non c’erano vigne, il primo vigneto l’ho piantato io e n’è venuto fuori il miglior Recioto di tutta la Valpolicella. Qui venivano i salesiani a prendere il vino per la messa. Altri tempi. Se vincerà il cemento, a Fumane e nei comuni vicini cambierà tutto. Spero che la Regione ci aiuti, ma non so come la pensino a Verona. Però non c’è alternativa. Il cementificio deve essere chiuso. Al più presto».

 

I frequenti scambi di documenti e lettere fra l’Industria Cementi Giovanni Rossi (SpA) e il Consorzio Tutela Vino Valpolicella - fondato nel 1970 - confermano che si affida al dialogo l’unica possibilità di soluzione della vertenza, anche se finora nessuno dei due sembra disposto a fare concessioni. Il dinamico ingegnere Pierandrea Fiorentini, responsabile delle implicazioni ambientali della Cementirossi, che ci ha fatto visitare gli impianti, ritiene indispensabile la costruzione del gigantesco camino eretto sopra la fornace che - assicura - con temperature fino a duemila gradi centigradi potrà ridurre in cenere valanghe di rifiuti industriali.

Stessa certezza e fiducia albergano nel cuore del suo più stretto collaboratore, l’ingegnere sardo Giuseppe Fais, direttore tecnico dell’impresa, che sollecita l’incontro con la controparte nei locali della cementeria: anche lui convinto che «il progetto di ampliamento del complesso industriale di Fumane non avrà conseguenze negative sulla comunità locale».

Per l’amico Mimmo che ci ha fatto da autista e cicerone scorazzandoci in giro per le valli, non è possibile che la fonte di calore sprigionata eventualmente dall’alto della canna non abbia un impatto determinante sulle condizioni atmosferiche provocando alterazioni in un clima unico e raro che finora ha incoraggiato il turismo e assecondato la maturazione regale dell’Amarone. Tuttavia il presidente del Consorzio Valpolicella è costretto ad ammettere che «nel nostro vino non è mai stata riscontrata la presenza di sostanze nocive», che, anzi, «negli ultimi anni ha riscosso un crescente successo sui mercati italiani e internazionali» e, infine, «che la presenza del cementificio non ha influito minimamente sulla qualità del prodotto».

 

Dovessi trarre una conclusione da questa breve gita a Valpolicella direi che tutti, ma proprio tutti - intellettuali, operai, sindacalisti, contadini, albergatori, artigiani - hanno un’aspirazione comune: di lasciare ai propri figli quell’incanto quasi impalpabile ma reale delle valli che hanno avuto in eredità dai propri genitori. Aspirazione che esprime succintamente un giovane, zazzeruto produttore ma già padre di famiglia che ogni giorno fa una lunga passeggiata a piedi per accompagnare a scuola i suoi bimbi: «Vorrei che avessero tutto quello che ho avuto io. E non è poco».

Ho conosciuto pure una signora che mi è parsa completamente appagata dalla propria esistenza, Mariella Gini: laureata in archeologia, ha preferito dedicarsi a tempo pieno ai 27 ettari del suo vigneto, delimitato all’orizzonte da una quinta rada di cipressi. Ci è venuta nel ’92 coi suoi due figli e non se n’è più andata. Pare sia stata trattenuta dal vento che qui - ha lasciato scritto in un lieve opuscolo - «ha cadenze leggere».

Ho avuto poco tempo a disposizione per fare il turista. Un salto alla Villa della Torre dove si resta sgomenti davanti agli stupendi cani feroci sbalzati nella pietra sopra la bocca dei caminetti. Ne ho potuto rinunciare all’incanto di San Giorgio Ingannapoltron e ammirare, dall’alto del chiostro, la vallata sottostante, che è tutta una vigna. Una non piccola emozione ho provato inoltre passando accanto a una villa austera con tutte le finestre chiuse, avvolta nel silenzio: è la casa dei Montecchi, mi viene in soccorso Mimmo evocando la tragedia di Shakespeare, la casa di Romeo.

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