Dellai: “L’obiettivo è la chiusura delle discarica e la differenziata almeno al 50%”

“Chi demonizza l’impianto dovrebbe chiedersi piuttosto dove vada a finire

la produzione di rifiuti di tante province  e regioni italiane”.

 

Oggi chiunque si accosti senza preconcetti al tema dei rifiuti riconoscerà che l’unica soluzione possibile è una soluzione integrata, che contempla cioè azioni diverse, e in diverse direzioni. Riciclaggio, riduzione “a monte” della produzione di rifiuto, termovalorizzazione, sono tutte risposte buone e utili, ma al tempo stesso parziali. Allo stato dell’arte, quello che possiamo fare è cercare di combinarle assieme nella proporzione ottimale.

Il Trentino, conformemente alla disposizioni comunitarie e alla normativa nazionale, che prevede la chiusura totale delle discariche, e scegliendo parimenti di non esportare i suoi rifiuti all’esterno, ha fatto a mio giudizio una scelta matura e responsabile: quella di smaltire da sé i propri rifiuti. Senza importarne dall’esterno - perché per noi il rifiuto non è un business - ma senza neanche esportarne. Si tratta ora di tenere fede a questi impegni. L’aggiornamento del Piano provinciale dei rifiuti, venuto alla luce nell’agosto 2002, ha tracciato le coordinate di marcia, le quali prevedono che la raccolta differenziata debba giungere il 50% del totale entro il 2007 (e possibilmente superare questa soglia). Sono stati anche individuati quattro grandi “assi” di intervento: raccolta porta a porta presso le grandi utenze, raccolta differenziata secco-umido presso l’utenza domestica, raccolta mono e multi-materiale, istituzione di centri di raccolta materiale (CRM) in tutto il territorio provinciale.

Il nuovo termovalorizzatore che la Provincia autonoma intende costruire a Ischia Podetti rappresenta in questo contesto un elemento importante, ma non l’unico né probabilmente quello determinante (almeno sul medio lungo periodo). Abbiamo preso questa decisione nella consapevolezza che il Trentino dispone di tutti gli strumenti necessari per fare un buon lavoro, cioè per dotarsi di una tecnologia d’avanguardia e al tempo stesso collaudata e sicura. L’intento -comune ad altri territori a sviluppo avanzato come il nostro - è quello di trasformare i rifiuti da scarto a risorsa, ovvero a fonte di energia.

L’inceneritore è stato al centro di un ampio dibattito, nel corso degli ultimi due anni, e devo dire che un po’ mi spiace che esso abbia messo in ombra gli altri sforzi che il Trentino sta facendo sul fronte dei rifiuti. Gli argomenti usati per criticare questa scelta sono i più diversi: alcuni legittimi e comprensibili (quelli che esprimono un preoccupazione reale del territorio nei confronti delle possibili conseguenze di ordine sanitario delle emissioni dell’impianto), altri francamente meno.

Le valutazioni da noi effettuate confermano che l’emissione di diossine dal termovalorizzatore sarà molto modesta, e comunque del tutto secondaria rispetto ad altre fonti. A ciò bisognerebbe aggiungere - e spesso non lo si fa con sufficiente chiarezza - che anche le discariche inquinano, anzi, inquinano di più. Il che dimostra come, pur in una società come quella odierna, che mette al centro l’informazione, la percezione dei problemi dipenda spesso da fattori di “visibilità” piuttosto che da dati concreti. Le discariche solitamente sono collocate lontano dagli occhi dei cittadini; il camino di un inceneritore, invece, è per forza di cose ben visibile, anche a distanza: ergo, ha un più forte impatto sulle coscienze.

Invito quindi nuovamente a considerare il punto dal quale siamo partiti: la chiusura delle discariche. Perché chiudere le discariche vuol dire ripensare l’intera questione dei rifiuti. La velocità con cui ci stiamo avvicinando al traguardo intermedio del 50 % della raccolta differenziata, ci ha permesso peraltro di rivedere le nostre previsioni in merito alle dimensioni dell’inceneritore; esso potrebbe essere grande circa la metà rispetto a quanto previsto all’inizio. Non sono nemmeno esclusi ulteriori ridimensionamenti.

Naturalmente, come è noto, la Provincia autonoma ha presentato il suo progetto; spetta ora alla Trentino Servizi espletare la procedura di Valutazione di impatto ambientale. La mia amministrazione è comunque sempre stata aperta al confronto e al dialogo - prova ne è che l’impostazione iniziale è stata via via modificata e affinata, con il contributo di tanti soggetti diversi, anche della società civile - e questo è l’atteggiamento che vogliamo continuare a mantenere in futuro.

Per i prossimi anni, tuttavia, pare evidente che rimarrà una quota di rifiuti che dovremo smaltire con la termovalorizzazione. Non si tratta di una sconfitta, e non si tratta nemmeno di un delitto contro l’ambiente se pensiamo che anche nelle civiltà contadine una quota di rifiuti - non altrimenti utilizzabili - si è sempre bruciata.

Chi demonizza l’impianto dovrebbe chiedersi piuttosto dove vada a finire la produzione di rifiuti di tante province e regioni italiane che non dispongono di inceneritori ma non sono certo all’avanguardia della raccolta differenziata e del riciclaggio: probabilmente in altre regioni italiane o all’estero, quando non addirittura in discariche abusive.

Il Trentino dell’Autonomia  speciale, il Trentino che ha sempre dato prova di non sottrarsi alle sue responsabilità, può e deve fare diversamente. Traendo qualche spunto operativo - fra l’altro - da realtà come Basilea o Zurigo in Svizzera, o Göteborg, in Svezia, o la francese Bordeaux (solo per citarne alcune), che si sono dotate di impianti di termovalorizzazione. O dalla stessa Bolzano, dove non mi pare si siano registrati motivi di allarme da quando l’impianto alle porte della città è entrato in funzione.

Certo, però, ci riterremo soddisfatti quando non dovremo bruciare più rifiuti in assoluto. Non sarà subito, non sarà neanche entro il 2009 quando le discariche saranno solo un ricordo. Anche perché per raggiungere questo risultato è necessario uno sforzo consapevole di tutti i paesi ad industrializzazione avanzata, sul versante dei materiali, degli imballaggi, in generale dei modi di produrre e di consumare.

Ma sono convinto che ci arriveremo.

 

Lorenzo Dellai

Presidente della Provincia Autonoma di Trento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Smaltimento dei rifiuti: è davvero necessario bruciarli?

“Diversi possono essere gli interventi

capaci di disincentivare in maniera efficace la produzione di rifiuti”

 

Il moderno pensiero ecologista ha dato semplicemente veste scientifica a quanto intuitivamente gli uomini avevano da tempo compreso: lo stesso concetto di rifiuto va rifiutato se si vuole “chiudere il cerchio”; i cosiddetti “rifiuti” sono materia da far rivivere e non gettare, prolungando l’esistenza delle merci con la cura e la riparazione, limitando il “consumo” delle merci a quelle veramente necessarie, riutilizzandole il più possibile e infine riciclandole. Da qui nasce un impegno prioritario per la riduzione della produzione dei rifiuti.

Diversi possono essere gli interventi capaci di disincentivare in maniera efficace la produzione di rifiuti:

- l'introduzione della tariffa rapportata alla quantità e alla qualità dei rifiuti conferiti dal singolo nucleo familiare, sostituendo in questo modo seriamente all’attuale tassa indifferenziata una tariffa che premi il cittadino virtuoso (meno rifiuti e accuratamente selezionati) e penalizzi il cittadino sprecone e disattento (molti rifiuti e non selezionati);

- l’attuazione di un sistema di raccolta domiciliare “porta a porta” è un necessario e irrinunciabile corollario di una tariffa efficace e inoltre permette una capillare informazione, educazione e controllo della qualità della differenziazione dei rifiuti operata dai cittadini;

- l'attivazione di un’opera di educazione ambientale diffusa, attraverso le scuole, ma non solo, incentrata sulla riduzione e sull’arte della riparazione, del recupero e del riuso, valorizzando le esperienze di cooperative locali no-profit che in quasi tutti i territori si muovono su questo terreno (rivendita di calzature e abbigliamento usato; recupero e rivendita di “roba vecchia”), promovendo iniziative culturali (mostra d’arte Trash; mercato di oggettistica ricavata dai rifiuti);

- la stipula diconvenzioni con i supermercati per ridurre e recuperare gli imballaggi, anche impegnando le Centrali del latte comunali a distribuire i prodotti in “vuoti a rendere”;

- l’attiva partecipazione alle iniziative del Conai per ilrecupero e il riutilizzo degli imballaggi;

- la sperimentazione di iniziative volte al conseguimento di performance ambientali in aree caratterizzate da elevate presenze turistiche, all’insegna dello slogan che “godere di un paesaggio significa innanzitutto rispettarlo”, assegnando agli operatori virtuosi una sorta di eco-label.

 

Il fallimento della raccolta differenziata con cassonetto multiutente

È ormai dimostrato che la raccolta differenziataperché sia efficace deve abbandonare i cassonetti collocati nelle strade e basarsi sul “porta a porta” a domicilio. Una buona raccolta differenziata non solo è capace di conseguire importanti risultati in percentuale, irraggiungibili con i cassonetti, ma soprattutto evita di trascinare con sé l’aumento della produzione dei rifiuti, come capita sempre con il sistema dei cassonetti. Il cassonetto, infatti, rappresenta la discarica comodissima sotto casa, in cui si può far sparire senza costi aggiuntivi (anche da parte delle imprese) tutto ciò che si ritiene non più utile, cosicché più cassonetti e “campane” si mettono in strada, più si incentivano non solo singoli cittadini, ma aziende commerciali, artigianali, industriali a gettarvi di tutto. Ma il cassonetto, soprattutto, non permette una raccolta differenziata di qualità, funzionale cioè a un riciclaggio effettivo e pregiudica la possibilità di introdurre un sistema tariffario reale. Il cassonetto è la disperazione di chi vuol produrre un buon compost (fertilizzante naturale da rifiuti organici) o riciclare una buona carta senza l’uso del cloro, o un vetro di valore, perché il cittadino indisciplinato e irresponsabile è sempre lì in agguato a buttare plastica nel cassonetto dell’organico, o l’organico e il vetro in quello della carta.

Il “porta a porta”, invece, responsabilizza il singolo cittadino, lo induce ad evitare merci inutilmente ricche di scarti, ne previene la sciatteria comportamentale, lo educa al valore del “rifiuto” e quindi alla cura della sua  selezione in vista del riciclaggio. Differenziare il rifiuto, riusarlo e riciclarlo è un’arte, un’attività importante di altissimo valore culturale, sociale, ambientale e infine anche economico. Ed è un impegno necessario, perché non possiamo più permetterci il lusso dello spreco facile.

Per questo richiede applicazione e sapienza, e non esistono scorciatoie tecnologiche. Ci vogliono la mano e la testa dell’uomo e della donna e non c’è tecnologia meccanizzata e “intelligente” che possa sostituirli.

 

L’”affaire” inceneritore

Gli altissimi costi di investimento spingono alla costruzione di inceneritori di grandi dimensioni per le necessarie economie di scala. Ma inceneritori di grandi dimensioni inevitabilmente spingono nella direzione opposta della riduzione del rifiuto urbano come nel caso di Brescia dove si trova  il più grande inceneritore di Europa, proposto in tutta Italia come modello. Caso esemplare di come l’inceneritore, associato al cassonetto di grandi dimensioni, non sia alternativo alla discarica, ma alla riduzione del rifiuto e a una raccolta differenziata spinta. Infatti la produzione giornaliera di rifiuto per abitante a Brescia ha ormai superato i 2 Kg, un vero record a livello nazionale, il doppio dei bacini “virtuosi” del Veneto, quasi tre volte l’obiettivo europeo. 

Insomma,l’incenerimento è una colossale macchina dello spreco, produttrice di un’enorme quantità di rifiuti con le ceneri residue diversamente contaminate, i rifiuti pericolosi delle polveri del sistema di abbattimento dei fumi, la grande massa di aria inquinata che viene immessa in atmosfera, ricca di ossidi di azoto, polveri fini, metalli pesanti, diossine e PCB ed altri inquinanti.

Questi rifiuti emessi, in termini di massa superiori agli stessi rifiuti in entrata nell’impianto, hannodue caratteristiche nefaste per l’ambiente: la perdita irreversibile di materia (non più recuperabile) e la produzione di emissioni cheportano comunque ad un degrado dell’ambiente, anche se le concentrazioni degli inquinanti nelle diverse matrici sono contenute, come si dichiara, “rientrano nei limiti di legge”. I terreni che ospiteranno le ceneri, nell’ordine di centinaia di migliaia di tonnellate anno, risulteranno contaminati e inadatti ad usi agricoli e residenziali; ancor più quelli che ospiteranno le polveri pericolose, nell’ordine di decine di migliaia di tonnellate anno; così l’aria emessa sarà centinaia o migliaia di volte più inquinata di quella immessa nell’impianto, nell’ordine di miliardi di metri cubi all’anno.

I sostenitori dell’incenerimento, dicono che gli attuali impianti prevedono un “recupero energetico” e che, quindi, non si tratta di puro spreco.

Ma la realtà è che un moderno inceneritore è in grado di “recuperare” sotto forma di energia elettrica dal 20 al 25% dell’energia contenuta nei rifiuti. Una macchina inefficiente, dunque, se si pensa che una moderna centrale termoelettrica turbogas a ciclo combinato supera abbondantemente il 50% di resa, cioè più del doppio.  

Del resto va anche considerato che il contributo dell’energia ricavata dai rifiuti alla produzione nazionale di energia elettrica è pressoché irrilevante, meno dello 0,5%, e anche nel caso si diffondesse su tutto il territorio la pratica dell’incenerimento si potrebbe al massimo ipotizzare una produzione del 2% circa.

Una potenza davvero esigua, se paragonata all’investimento per un singolo impianto (dai 100 ai 250 milioni di euro) e all’impatto ambientale di un inceneritore e della sua gestione, che potrebbe essere facilmente sostituita da fonti alternative.

Ma allora perché conviene economicamente installare un inceneritore? Innanzitutto perché in Italia i rifiuti destinati all’incenerimento vengono considerati “energia rinnovabile”, in contrasto con le direttive europee e con il buon senso. Su questa base il provvedimento 6/92 del Comitato interministeriale prezzi (il cosiddetto Cip6, trasformato ora nei “certificati verdi”) prevede che l’energia elettrica prodotta dai rifiuti venga pagata, attraverso un sovrapprezzo a carico dei cittadini, tre volte il valore  di mercato. Cifre davvero enormi versate dallo Stato (ovvero dai cittadini) che danno l’idea del business che la lobby dell’incenerimento, con i necessari appoggi politici, è riuscita a mettere in piedi. Se ipotizzassimo di togliere all’inceneritore i vantaggi protezionistici pubblici (Cip6 e parte della tassa rifiuti “ingiustificata”),il bilancio economico di questi impianti sarebbe ampiamente in rosso, e nessuno si sognerebbe di costruire inceneritori, perché ciò che si può ricavare vendendo energia elettrica al valore di mercato sarebbe pari ad un terzo circa dei costi di investimento e di esercizio. E si può prevedere che nei prossimi anni l’Ue ci imporrà il superamento di quei “vantaggi protezionistici”.

 

Alcuni limiti e criticità del progetto dell’inceneritore  di Ischia Podetti

 

  • E’ nota la grossa problematica del sito. A Ischia Podetti non si tratta di intervenire per bonificare una discarica di ecoballe, ma di tutelare un'area che è stata degradata da questa discarica. Il sito è caratterizzato da una situazione idrogeologica segnata dal carattere originario dell'area stessa, quella di zona di  espansione del fiume. Qualora l'Adige venisse riconcepito come fiume e non come corso d'acqua incanalato, l’area di Ischia Podetti dovrebbe essere riportata alle sue caratteristiche ambientali di fine ottocento, a beneficio dei cittadini e per la sicurezza idraulica dell'intera valle. L'intervento su Ischia Podetti deve essere di ripristino dell'originale rete ecologica, in una nuova dimensione della connettività, per porre rimedio al modello di frammentazione che, in una situazione come quella della Valle dell'Adige, si configura come la minaccia più grave alla sostenibilità degli insediamenti umani. Il sito di Ischia Podetti, individuato per la costruzione dell’inceneritore, ora discarica desolata di ecoballe, è inserito tra due Siti di Importanza Comunitaria (SIC), le foci del fiume Avisio e gli stagni della Vela e Soprassasso (SIC n° IT3120053 - Foci dell’Avisio - Comprensorio C5 - Valle dell’Adige Lavis, Terlago, Trento; SIC n° 3120051 - “Stagni della Vela-Soprassasso” - Trento). Qualsiasi progetto che interessi aree SIC dovrebbe essere sottoposto a Valutazione di incidenza, in base alla Direttiva UE sull’Habitat del 2000, il che non è stato fatto ed ora pende, presso l’UE, un esposto-denuncia di alcuni cittadini di Trento e del Comune di Lavis. La UE dovrebbe avviare una procedura ad hoc nei confronti della Provincia di Trento. Se la Provincia si negasse verrebbe immediatamente aperta una procedura di infrazione davanti al Tribunale di Strasburgo. La procedura non si dovrebbe concludere prima della fine del 2006. A Trento si ha ancora tempo per riflettere e cambiare rotta, considerando anche gli specifici aspetti geologici ed idrogeologici dell’area, del tutto sottovalutati.
  • Manca ancora la valutazione sugli impatti cumulativi delle fonti di inquinamento attuali in aggiunta a quella dell'inceneritore. Si fa solouna valutazione comparata dei livelli delle diverse fonti, senza aggregarle. Nel caso della Valle dell'Adige avremmo cioè molti elementi da valutare in un modello di cumulatività degli impatti tra nuove infrastrutture, ampliamento delle esistenti, attività industriali, insieme urbano. Questo tipo di valutazione è la sola che ci porterebbe a considerare ed individuare indici e parametri di sostenibilità. Questa dovrebbe essere la strada da percorrere, ma non lo si fa perché la sostenibilità di un inceneritore è, di per sé, un ossimoro. Gli estensori della VIA, Marco Tubino e Marco Ragazzi, del Dipartimento di Ingegneria Civile ed Ambientale dell’Università di Trento, si sono impegnati sul problema degli inquinanti atmosferici, come testimonia anche la bibliografia del loro lavoro. Si sono però fermati ai modelli sulle emissioni e non hanno affrontato gli impatti cumulativi, considerando anche altre fonti che interessano l’area. Un lavoro che resta ancora tutto da fare, sulla base di scenari attendibili. Lo testimonia anche il prof. Valerio Gennaro, epidemiologo presso l’Istituto dei Tumori di Genova (Clementi F., 2005).
  • Non si tiene conto del bilancio di massa di tutto il ciclo dei rifiuti. Non basta fare il solito confronto con la discarica. Bisogna avere il coraggio di mettere in evidenza che, con oltre il 75% della raccolta differenziata, l'inceneritore non ha senso e che, nel bilancio di massa complessivo e comparato tra un inceneritore ed il recupero del margine non riciclabile del 20-25%, l'inceneritore non vince ma presenta problematiche di impatti cumulativi sulle emissioni in atmosfera e sui residui di combustione, praticamente irrisolvibili. Si tratta di impatti irreversibili che, nel corretto uso dei modelli di valutazione, dovrebbero portare a dire no all'impianto. Anche i residui dell'inceneritore debbono essere stoccati in qualche luogo e quindi trattati o collocati in speciali discariche.
  • Sono poco trasparenti i percorsi effettuati dagli organi competenti nella valutazione dell’impatto sulla salute della popolazione residente nelle aree limitrofe all’impianto. Non sono stati ancora avviati i monitoraggi ambientali (aria, acqua e terreni), né progettati monitoraggi sulla popolazione. Non sono stati valutati i rischi di malformazioni, né quelli da accumulo di inquinanti (azione sinergica tra gli agenti pericolosi prodotti dell’incenerimento con quelli da traffico veicolare, peraltro in crescente incremento).
  • Sussiste incompatibilità tra agricoltura di qualità ed impianti di incenerimento rifiuti, un problema fondamentale per la vasta area interessata dalle emissioni dell'inceneritore che comprende aree a vigneto e frutteti.
  • Non è mai stata effettuata la valutazione dei residui dopo l’incenerimento, per quanto riguarda il loro risvolto tossico-nocivo dopo il trattamento termico. L’inceneritore di Ischia Podetti lascerebbe sul terreno, ogni anno, se stiamo ai dati della Provincia Autonoma di Trento, 37.000 tonnellate/anno di scorie che vanno a discarica, 10.472 tonnellate di polveri e 1428 tonnellate di fanghi vetrificati, per un totale di 46.600 tonnellate di rifiuto tossico nocivo da smaltire non si sa bene dove. Considerati questi dati, perché non puntare alla raccolta differenziata ed al riciclo oltre il 70%, come alcuni comuni in Provincia di Trento (S. Michele e Aldeno) e di Treviso (Montebelluna) hanno dimostrato possibile fare? Perché il termovalorizzatore/inceneritore, in questo quadro, non avrebbe più senso.
  • Il progetto manca di un piano di gestione, il che evidenza i livelli di superficialità e la scarsa attenzione riservata ai temi ambientali dell’ampio territorio interessato dall’inceneritore.
  • Il progetto è parte di uno sviluppo infrastrutturale insostenibile per la valle dell’Adige: il prolungamento in Trentino dell’autostrada Valdastico, con l’ipotesi di tracciato verso il Garda, il potenziamento della statale del Brennero, compresa la circonvallazione di Rovereto, il completamento a 4 corsie della strada della Valsugana, compresa la galleria tra i laghi di Caldonazzo e Levico, il potenziamento dell’Interporto, il raddoppio della Ferrovia del Brennero, il potenziamento della ferrovia della Valsugana. Tutte queste opere dovrebbero essere oggetto di una valutazione degli impatti cumulativi, che sfocia nella Valutazione Ambientale Strategica (VAS).

 

Dal Dossier di Missione Oggi

Dal consumo critico alla critica del rifiuto”, maggio 2005

di Marino Ruzzenenti

Adattamento e integrazioni di NIMBY trentino

 “Contro l’inceneritore, un progetto generale di riduzione dei rifiuti”

Intervista all’Assessore alla salute del Comune di Lavis, Lorenzo Lorenzoni.

Intesa con i comuni vicini e, a breve, due convegni

 

A pochi giorni dal successo incassato con l’adesione, dopo quelle di molti altri soggetti anche dei comuni limitrofi, la battaglia del Comune di Lavis contro l’inceneritore di rifiuti continua. Abbiamo intervistato l’Assessore alla sanità Lorenzo Lorenzoni, per fare il punto della situazione, che traccia la possibile alternativa all’inceneritore, guardando verso altre realtà italiane e svizzere.

 

Dottor Lorenzoni, perché l’amministrazione di Lavis è così contraria al progetto dell’inceneritore? Ritenete che si possa evitare di bruciare i rifiuti?

 “La nostra contrarietà ha motivazioni diverse:

a) di carattere culturale: la realizzazione dell’inceneritore fa da supporto alla spinta al consumismo indiscriminato che sarà causa di danni ambientali e alla salute umana e di esaurimento delle risorse energetiche;

b) di carattere sanitario: le emissioni e le scorie residue sono tra le sostanze più tossiche che si conoscono. La loro emissione è ampiamente documentata anche non utilizzando le tecnologie di abbattimento più moderne (al riguardo leggere l’ordinanza del Comune di Brescia reiterata dal 2001 e “Strategia Comunitaria sulle diossine, furani, bifenili ecc., pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea, C322/2 del 17/11/2001). Gli effetti nocivi, poi, andranno a potenziare quelli già pesanti dovuti alla presenza degli inquinanti da traffico veicolare. La situazione climatica e orografica della conca di Trento e dintorni è caratterizzata da inversioni termiche e ristagno dell’aria per diversi periodi dell’anno. La Provincia di Trento è al 2° posto nazionale per tasso di malattie tumorali (dopo la Lombardia);

c) di carattere economico: i costi di realizzazione e di una sua corretta gestione sono enormi. Duecento milioni di euro (con previsioni in aumento), per una soluzione a tempo (dieci, dodici anni: Pacher), sono un’enormità giustificabile solo in mancanza di alternative (che pure esistono: vedi Montebelluna, Parma, Varese, Svizzera…); i costi del processo di vetrificazione e di monitoraggio in continuo (il solo che possa dare garanzie di controlli efficaci e rigorosi) di determinanti inquinanti quali diossine, furani, che pure sono indispensabili, sono elevatissimi.

Quanto alle soluzioni la più civile e culturalmente avanzata è la definizione di un progetto generale, omogeneo su tutto il territorio provinciale, che incentivi e coordini azioni di prevenzione-riduzione e di un moderno riciclaggio per ricavare materie prime a partire dai rifiuti (Svizzera ed altri paesi).

Così facendo si eviterebbe di bruciare rifiuti producendo inquinamento”.

 

La vostra amministrazione è riuscita, anche grazie a manifestazioni, incontri pubblici, riunioni a sensibilizzare la popolazione, non soltanto a Lavis ma anche dei Comuni vicini. Quali sono state le proposte, le richieste o le preoccupazioni emerse in questi incontri? Quali altre iniziative di sensibilizzazione ha in programma il Comune di Lavis?

Più il tempo passa e più troviamo compagni di viaggio che si uniscono a noi, spinti da dubbi, timori, richieste di spiegazioni. Semplici cittadini ma anche amministrazioni, consorzi, sindacati del mondo agricolo sono sempre più critici sulla scelta per timore di conseguenze sulla salute dei cittadini, dell’ambiente e dei prodotti agricoli e zootecnici.

Il coinvolgimento dei Comuni limitrofi nella decisa opposizione è un obiettivo su cui stiamo lavorando da tempo e che si è concretizzato sabato 9 luglio nel corso di una conferenza stampa in sala consiliare intorno a un documento che ha trovato le più ampie condivisioni di contrarietà alla scelta ed in particolare sulle possibilità di forme alternative all’incenerimento dei rifiuti, soprattutto con la raccolta differenziata. Stiamo anche pensando, poi, ad un convegno scientifico che illustri chiaramente i rischi legati all’inquinamento atmosferico che già grava sulla conca di Trento. Ed anche ad un convegno specifico sul tema inceneritore che metta finalmente a confronto le ragioni a difesa delle due tesi, pro e contro l’inceneritore.

 

Quali aspettative nutrite nei confronti del ricorso alla Comunità europea per la tutela dei biotopi che, qualora si realizzasse l’inceneritore, sarebbero in grave pericolo?

Ci aspettiamo un giudizio imparziale ed obiettivo che salvaguardi la direttiva europea ed il buon senso comune.

La mancata valutazione di incidenza ambientale prevista dalla direttiva europea Habitat 2000 è un dato di fatto, né vale la penosa giustificazione dell’assessore Grisenti che afferma che, in realtà, l’inceneritore sarà costruito non dentro i biotopi, ma fuori, cioè a poche decine di metri di distanza! Come a dire: il danno e la beffa.

 

Qual è il suo pensiero personale sull’evoluzione della vicenda dell’inceneritore?

Le vicende che hanno accompagnato questa scelta costituiscono a mio parere una pagina nera nella storia della nostra provincia, per il metodo e per il merito della decisione. Una decisione imposta, senza coinvolgimento ed informazione della popolazione interessata, chiusa nel circuito Provincia-Comune di Trento, attenta più all’interesse economico che alla salute dei cittadini e dell’ambiente, come dimostra la previsione iniziale di costruire un impianto da 330.000 tonnellate/anno! Infelice anche la scelta del sito: un’area ad alto rischio idrogeologico, in una conca che per diversi periodi dell’anno presenta inversioni termiche e ristagno di aria micidiali per la salute ed avallata da una VIA asservita alla scelta politica senza una comparazione basata su criteri scientifici circa il sito più idoneo. Riprovevole anche l’evidente strategia attendista della PAT che, anziché assumere la regia di una raccolta differenziata spinta, come singoli comuni hanno fatto con risultati che, se generalizzati, renderebbero inutile l’inceneritore, ha  lasciato che la situazione degenerasse per poter arrivare all’emergenza e, quindi, alla soluzione più rapida: l’inceneritore.

 

Da l’Unione  di Confcommercio

giornale del Commercio Turismo e Servizi del Trentino

luglio agosto 2005 anno XIX nn 7/8

 

 

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