Sano e ammirato,

era colpevole di fare a gara con il campanile,

di fare ombra e di esistere

Sacrificato l’ippocastano del Clemente

l’Adige, 9 dicembre 2009

 

CALDONAZZO - Perché l’hanno tagliato? Lo chiedevano alcuni abitanti di via Roma martedì 8 dicembre. Si riferivano al grande e secolare ippocastano che per tanto tempo ha vissuto sul lato campagna del cortile interno alla casa al civico numero 34, da qualche anno di Itea spa, dominando gli spazi della borgata tra le vie del centro e la chiesa di San Sisto.

Era la casa di Clemente Chiesa, un geometra che a cavallo tra l’Ottocento ed il Novecento del secolo scorso aveva costruito le scuole, il caseificio ed altre strutture pubbliche. I vicini raccontano che proprio lui aveva piantato l’ippocastano, c’era già ai tempi del pittore Eugenio Prati che lo ammirava dalle finestre di casa sua, dall’attiguo numero 36. La settimana scorsa una squadra di operai è intervenuta ed ha lavorato per ore. Ha segato la grande pianta alla base lasciandone il ceppo. Diametro di poco inferiore ai 130 centimetri, circonferenza di tre metri e mezzo. Oltre un muretto in sasso quanto rimane del tronco e dei rami più robusti. «La morfologia dell’albero era perfetta, ho osservato il ceppo e l’ho trovato in ottima salute, non capisco perché sia stato abbattuto» commenta Germano Carpentari, il delegato locale del Wwf trentino e custode dell’ambiente.

«Non mostra malattie di alcun genere, né segni di salute precaria». Carpentari si era accorto nel fine settimana dell’abbattimento. Stava camminando in viale Stazione. «Salendo la strada - racconta - analizzo fra me e me le misere condizioni del viale. Cerco di assimilare, metabolizzare senza danni quanto sia ormai difficile mettere a dimora una decina di piante per mitigare e rimediare alle condizioni miserevoli della più bella (una volta) via del paese». Da piazza Municipio entra in via Roma, al portale sempre aperto del civico 34. Lo sguardo penetra e oltrepassa il portale della casa. «In lontananza, sul fondo dell’area verde pertinente, emerge dall’aspro bianco della neve una bassa sagoma nera. Un brivido mi assale! L’ippocastano del Clemente è scomparso, sparito, dissolto.

Era bello, splendido, sano e alto esemplare. Da sempre in gara con il campanile nel panorama verso il monte Cimone. Schivo e solitario, distante da tutto e da tutti, colpevole solo di fare ombra, di esistere! Sbando, retrocedo, quando nell’ombra dell’androne a stento intravvedo una grande sagoma scura, girata di schiena; un cappello a larghe falde è calcato su una testa dai capelli bianchi. È il Clemente! Una voce distante, stentata, esausta, appena percettibile, mi arriva: «No’ sta’ a dirghe gnente all’Eugenio che dopo sta mal; cosa vot, questi no’ i capis gnente!».

 

 

Foglie morte

 

Veder cadere le foglie mi lacera dentro
soprattutto le foglie dei viali
soprattutto se sono ippocastani
soprattutto se passano dei bimbi
soprattutto se il cielo è sereno
soprattutto se ho avuto, quel giorno,
una buona notizia
soprattutto se il cuore, quel giorno,
non mi fa male
soprattutto se credo, quel giorno,
che quella che amo mi ami
soprattutto se quel giorno
mi sento d’accordo
con gli uomini e con me stesso
veder cadere le foglie mi lacera dentro
soprattutto le foglie dei viali
dei viali d’ippocastani.

 

Nazim Hikmet (1902-1963)

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