Nota della redazione di Ecce Terra
Il “gigante buono” del Lagorai

 

Luciano Eccel è partito per l’ultimo viaggio,
sospeso tra il Lagorai e il suo cielo.
“Noi siamo dei pellegrini,
la nostra unità è un lungo cammino,
un viaggio dalla terra al cielo”
(da una lettera di Vincent Van Gogh al fratello Teo)

 

 

Il gigante buono, il monte delle bestie
l’Adige - Renzo M. Grosselli, 8 giugno 2008

 

Lui ci ha scommesso: ha creato la sua stalla e ci tiene le sue capre, ora piazzerà il latte e tra poco ci farà anche il formaggio. È uno di quelli che tornano su. Anzi, in realtà il gigante buono non l'ha mai lasciata la montagna. Solo che adesso, e con lui altri, ci sta riportando le capre, quelle che c'erano un tempo e poi per un gran tempo non ci sono state quasi più.

Per lunghi anni molti se ne andati dalla montagna. E la montagna ha rischiato di morire, con i suoi prati che non venivano sbarbati, con le stalle che chiudevano, con le baite che crollavano e i masi pure. Poi una generazione ha deciso: era meglio tornare lassù, o restarci anche. E questa è la storia pure di Luciano Eccel, di Roncegno, un gigante buono di un metro e novanta per 130 chili.

 

Questa è terra di masi, questa è una montagna di verde. Ci arriviamo fendendo la nebbia, passando attraverso i tunnel di foglie di faggio. È la montagna sacra questa, la montagna di Roncegno dove anche il verde è speciale. Un reticolo di stradine e di storia di montanari, italiani e tedeschi. Ecco lo sterrato e ci viene incontro un gallo. Siamo a Maso Gasperazzi, 970 metri. Ma è solo uno dei masi. Prima siamo passati per Maso Montibello, Maso Caneva, Maso Passerotto, Masso Lagon, Maso Roveri, Maso Boccheri. E il gallo canta, qui e ora, sotto la pioggerella. Luciano Eccel ha 39 anni. «Era il maso dei vecchi questo, nonni e bisnonni». E lo dice con rispetto e, certamente con amore. «Qui c'è sempre stata la stalla, el vòlto, el polinèro e 'l posto dei cunéi. Più su l'abitazione della famiglia e sopra la téza per el fén. Sopra ancora la soffitta: per le castagne e le mele».

La tua famiglia aveva molta terra? «Due ettari, tutti qui attorno poi, un tempo, i prati sul monte e la baita. Anzì metà baita. Qui c'era gente che una baita doveva dividerla anche in quattro». Vicina al gigante c'è una donna esile, Erica, 31 anni. È la sua donna e sorride.

 

Perché nella vita non hai fatto l'intellettuale? O magari il dirigente provinciale? Sorride anche Luciano ora: «Ho fatto le medie poi solo scuola di vita». Perché eri un asino, perché la tua famiglia aveva bisogno, per la tradizione? «C'era anche la necessità, eravamo sette fratelli, papà operaio e mamma che stava con le bestie». Le bestie, ecco, le bestie. Sono le compagne del montanaro o, come si dicevano un tempo in Primiero «el nòs secont sangue». «Avevamo tre o quattro vacche, due o tre capre». A cosa servivano le ultime se avevate già il latte di vacca? «L'estate le vacche i le parava en montagna e c'erano sempre due o tre bocche di bambini da sfamare». Non coltivava nulla la tua famiglia? «Solo l'orto, il resto del terreno era per fare fieno».

Tu e le bestie Luciano. «Sono sempre vissuto con le bestie. Ho iniziato ad andare in montagna a 15 anni, sempre a Malga Trenca, l'unica malga rimasta aperta a Roncegno». Una malga mitica, proprio sotto il Gronlait. Il bello di stare con gli animali? «Se ti piace è bello». E questo è una frecciata che potrebbe ucciderci. Ma poi Luciano continua, per fortuna: «Aria, bosco, prati, molti animali. L'aria è quella del Laitón (ndr, Gronlait)». Se io dovessi parlare con un tuo coetaneo, giù in città, mi direbbe che le bestie puzzano, che in stalla c'è letame, che si tratta di una vita grama. «Si capiscono tante cose della vita a stare con le bestie. La gente normale è stretta e costretta nella città, non può capire. Ci vuole passione anche se mi sarebbe difficile dirti cos'è. E una cosa genetica». Piove e il gallo canta. Probabilmente se ne frega della pioggia e vuole solo mettersi in mostra con una gallina per poi... Piove, e i capretti si fanno attorno al gigante buono e alla sua donna.

 

C'è puzza certo: ma se chiedessero alle bestie dei profumi umani, probabilmente farebbero un brutto muso.

Quando hai iniziato con le capre, un allevamento tuo? «Da una quindicina d'anni, ma sono animali atavici per noi». Ne avevano tutti capre su questa montagna, nei secoli, e poi dai passi lassù scendevano anche i mocheni con le loro greggi, per portarle nella pianura del Veneto. Già, i mocheni. Eccel, il cognome di Luciano, dice che anche i suoi avi, un tempo, vennero di là. «Nel 2005 ho iniziato a ristrutturate il maso e a fare la nuova stalla. Ci ho messo un po', ho avuto bisogno di contributi pubblici». Oggi quante capre hai? «Settantotto, tutte meticce. Mi trovo bene con loro, si adattano meglio al pascolo. Stanno sei mesi in stalla e sei mesi al pascolo. In primavera e autunno pascolano qui attorno, in estate vanno sui prati di Trenca, val d'Ilba». Anche i nomi qui sanno di poesia... val d'Ilba. Comunque sono zone che stanno tra i 2.000 e i 2.300 metri e accanto al Gronlait o poco più in là ci sono il Kelder, il Fravort. Questa è una delle montagne sacre del Trentino, la montagna delle bestie.

 

Luciano Eccel non vive di sole capre, da molti anni lui fa il forestale. Ma come fai? Le capre non necessitano di molte cure? «Mi occupo di loro prima e dopo il lavoro». Marica se lo coccola con gli occhi. Laggiù, dal basso visto che lei è ben più piccolina. Vi sposerete presto? Lui risponde così: «Beh!». Lei: «Domanda di riserva... più avanti». Ma Erica, ti piacciono le capre? «Io non provo la sua passione. Ma diciamo che mi sono adattata, anche se è stata dura». Muss per forza dicevano i trentini di un tempo. «Gli andavo dietro alla Trenca e ho imparato a stare nella natura». E allora timidamente buttiamo lì: il bello delle capre? «Il pastore». È una montagna che sa essere allegra questa, mezza italiana e mezza tedesca. Luciano ora: «Prima le tenevo per la carne di capretto. Oggi pare finalmente che ci sarà spazio di mercato anche per il latte. E fra poco inizierò a fare il formaggio caprino». Un mondo primitivo? Venite su a vedere... Anzi no, state giù che qui quest'aria primitiva veniamo a respirarla noi. Quanta gente c'è, oggi, sul monte di Roncegno che alleva le capre? «Con almeno 10-15 capre io credo che siano una quindicina gli allevatori». Ti richiedono molto tempo al giorno? «Cinque, sei ore al giorno. Quindi mi alzo alle 4 e mezzo e vado a dormire alle dieci e mezzo di sera». Erica, un bambino? Ride. «Qui vengono su in maniera eccezionale, liberi sui prati e nei boschi, con meno tivù e computer. Aria, alberi, erba e marachelle».

 

Riscendiamo la costa di questa montagna sacra, di questa terra che è di verde e di animali. Un verde speciale, particolare: fatto di faggi e castagni, talvolta di abeti e larici. Sempre di prati. E sui prati pascolano gli animali. Anzi, le bestie. Attorno a noi decine di capre, qualche gallina e un gallo. Ringalluzzito. Lasciamo tutto e andiamo via. Ma torneremo perché questa è la terra del gigante buono, di Luciano Eccel di Maso Gasperazzi.

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