Kathleen Kennedy e la dinastia OGM
Di Fausto Gusmeroli, dicembre 2009

 

 

Ho letto su l’Adige di martedì 24 novembre il resoconto della conferenza stampa e della relazione al Teatro Sociale tenute da Kathleen Kennedy, figlia del senatore Robert. Devo confessare la mia sorpresa rispetto alla posizione del tutto favorevole agli OGM della signora Kennedy. Citando il famoso Golden rice, ella fa propria la tesi, vero e proprio cavallo di battaglia dei fautori della manipolazione genetica degli alimenti, che gli OGM sono la risposta al problema della fame nel mondo, in quanto capaci attraverso l’incremento della produttività e un maggior adattamento a condizioni avverse di aumentare le disponibilità alimentari e migliorarne la qualità nutrizionale, senza dimenticare i benefici per l’ambiente che deriverebbero da un minor impiego di antiparassitari e consumo di acqua.

Credo che non esista tesi più falsa e demagogica, alla quale purtroppo aderiscono, in buona fede, molte persone sulla spinta di un’informazione assolutamente parziale e controllata da lobby molto potenti. L’argomento è troppo complesso perché lo si possa sbrigare in poche battute avulse da un contesto di conoscenze specialistiche che spaziano dalla genetica, all’agronomia, all’ecologia e così via. Non posso quindi, in questo contesto, che limitarmi ad alcune osservazioni di carattere generale, alla portata di tutti, ciò all’unico scopo di stimolare una riflessione seria e critica sull’argomento.

 

1. Attorno agli OGM si giocano enormi interessi delle multinazionali dell’agro-business. Oltre a produrre e distribuire le sementi modificate, protette da brevetto in totale dispregio dei diritti dei popoli cui si deve la selezione e il mantenimento nei millenni dei materiali genetici di partenza e da una tecnologia che le rende sterili (definita curiosamente Terminator), ossia non utilizzabili per nuove semine, le multinazionali forniscono “in allegato” un bel pacchetto di prodotti chimici (fertilizzanti e presidi fitosanitari). Questi sono indispensabili, perché gli OGM sono colture intensive e industrializzate che, diversamente da quelle estensive tradizionali, sono molto esigenti in nutrienti e più vulnerabili agli attacchi di patogeni e fitofagi. La resistenza genetica indotta nei loro confronti comporta senza dubbio una soppressione o limitazione dei trattamenti fitosanitari, ma, per come ottenuta (modificazione di singoli geni), si tratta di un carattere temporaneo e che stimola l’insorgenza nei parassiti di resistenza, come avvenuto proprio di recente per la Piralide del mais, l’insetto più dannoso per la coltura. La forma mutante non può più essere controllata per via naturale con il Bacillus thuringensis, il batterio antagonista utilizzato con efficacia nella lotta biologica.

 

2. Come tutte le colture intensive, le coltivazioni transgeniche raggiungono picchi produttivi estremi, ma sono molto più sensibili alle annate negative, depauperano la fertilità dei suoli e, soprattutto, hanno rendimenti energetici molto bassi, causa input elevatissimi (da sei a dieci volte più delle agricolture tradizionali). A questo proposito Odum, il padre dell’ecologia, ebbe a dire che nelle agricolture moderne ci si nutre di petrolio! Nella prospettiva di diminuzione delle risorse e di contenimento delle emissioni di CO2, un processo a così scarsa efficienza energetica è del tutto insostenibile.

 

3. Un altro effetto deleterio dei sistemi agricoli intensivi è la distruzione dell’agrobiodiversità. Nella sua evoluzione, l’umanità si è nutrita con oltre ottantamila specie vegetali, tremila delle quali usate in maniera significativa. Ora si fa affidamento su sole otto specie per produrre il 75% del cibo mondiale e con l’ingegneria genetica il campo si sta restringendo a tre specie: mais, soia e colza. Quanto più un sistema è povero di diversità, tanto più risulta vulnerabile ai cambiamenti e a rischio di derive irreversibili. Di fronte al cambiamento climatico in corso, naturale o indotto che sia, questa seconda rivoluzione verde, come è stata chiamata, solleva allora non pochi interrogativi.

 

4. Altri portati negativi degli OGM sono i rischi di inquinamento genetico delle specie naturali e altre colture e i rischi sanitari per i consumatori. Entrambi hanno avuto svariate conferme sperimentali, malgrado le falsità e i sotterfugi cui sono ricorsi le multinazionali per impedire la divulgazione dei lavori o confutarne i riscontri. Per gli aspetti sanitari occorre anche tenere conto di normative discutibili, che non tutelano affatto i consumatori: basti pensare che per poter immettere sul mercato il materiale transgenico non sono necessarie evidenze dirette di innocuità, ma è sufficiente dimostrare che la loro composizione chimica non differisce da quella del prodotto convenzionale. Le stesse prove dirette sugli animali, dal momento che sono normalmente finanziate e controllate dalle società produttrici, non possono essere considerate sempre affidabili o, quantomeno, devono essere guardate con un po’ di sospetto. Sono indagini, inoltre, discutibili in molti aspetti e circoscritte nel tempo, incapaci di cogliere gli effetti di medio-lungo periodo, quelli cioè collegati ad una reazione blanda, ma cumulativa, dell’organismo ad una dieta composta da alimenti non presenti naturalmente nell’ecosistema e che non hanno superato il vaglio di millenni di storia alimentare dell’umanità. Le allergie potrebbero essere solo la prima (e non più grave) conseguenza.

 

5. Nonostante la forte propaganda, i risultati ottenuti fino ad ora con l’ingegneria genetica (ormai un ventennio di ricerca e sperimentazione) sono piuttosto deludenti. Pochissime sono le specie vegetali transgeniche coltivate in misura significativa e soprattutto pochissimi sono i caratteri modificati, in pratica solo la resistenza da alcuni insetti e alcuni diserbanti. In campo animale, poi, gli esiti sono assolutamente fallimentari, tanto che nessun organismo è stato messo in commercio.

 

L’apertura al transgenico pretende dunque molta cautela e bene ha fatto l’Europa ad assumere una posizione interlocutoria, sebbene motivata più dalla difesa di interessi economici locali, pur legittimi e condivisibili come la tutela delle produzioni tipiche o del biologico, piuttosto che da una consapevolezza dei reali pericoli ecologici e sanitari implicati. Ma le perplessità nei confronti degli OGM trovano in primo luogo ragione proprio su quel punto che anche la signora Kennedy ha rivendicato con enfasi: la soluzione al problema della fame nel mondo.   

 

Risulta davvero difficile credere in un improvviso rigurgito di filantropia delle multinazionali, avvezze normalmente a politiche di mero business. Non è un caso che alcuni paesi poveri abbiano rifiutato gli OGM, con i connessi aiuti internazionali, consapevoli che il problema ha altre soluzioni che passano anzitutto da un esame serio delle cause e che mettono sotto accusa proprio coloro che ora vorrebbero accreditarsi come i salvatori. Non si può ignorare che la fame è il risultato dell’assoggettamento spietato dei paesi poveri agli interessi del mondo occidentale, all’imposizione di quelle colture per l’esportazione che, diversamente da quanto sostiene la signora Kennedy, non hanno fatto altro che accrescere la dipendenza dall’occidente e privato le popolazioni della terra, del cibo, dei loro saperi e della loro cultura. Dall’aumento della ricchezza, dove avvenuto, hanno tratto profitto sparuti e corrotti poteri locali, mentre i contadini sono stati defraudati e costretti all’ammasso nei ghetti delle favelas e baraccopoli. Forse la signora Kennedy, prima di schierarsi così fiduciosamente a favore degli OGM (e degli interessi che vi stanno dietro), si dovrebbe porre una semplice domanda: “Che fine farebbe il mondo occidentale se l’Africa, l’Asia e il Sud America espellessero gli occidentali e i loro traffici? Oppure potrebbe sempre chiedere alle multinazionali del transgenico di rinunciare ai diritti di brevetto e alla sterilizzazione dei semi: sarebbe la prova del nove per verificare se davvero hanno così a cuore il destino dei paesi poveri!

 

Rimane infine il problema etico. Gli OGM sono entità non previste di per sé dalla natura, almeno nel percorso evolutivo che prescinde dall’uomo. La natura ha posto evidenti barriere al trasferimento di materiale genetico tra specie, soprattutto se appartenenti a regni diversi. L’uomo rende possibile questo scambio, interferendo così direttamente con i meccanismi evolutivi, di riproduzione e trasmissione della vita. Al di là del fatto che la conoscenza e la comprensione di questi meccanismi è assolutamente parziale e, data la complessità, verosimilmente tale resterà per sempre, sorge il dubbio se ciò sia lecito, oltre che opportuno. La domanda interpella la coscienza dell’uomo e rimanda pertanto alla sfera filosofica e religiosa. Dalla prospettiva della nostra cultura cristiana ci si può chiedere se la manipolazione genetica rappresenti una risposta dell’uomo al mandato di Dio a custodire il Creato (Genesi) e cooperare al suo processo di perfezionamento (Paolo) o se, invece, non sia una sorta di riedizione del peccato originale: l’uomo che vuole diventare come Dio! Il fatto che gli OGM siano costituiti per tentativi assolutamente casuali (si bombarda il genoma con dei micro-proiettili ricoperti con il DNA da introdurre o si utilizza un microrganismo come vettore) dimostra la superficialità, l’approssimazione e la supponenza con le quali si opera e, forse, contiene già la risposta.

 

Se comunque, come pare, l’umanità intende proseguire nell’esplorazione di questo campo minato, almeno lo dovrebbe fare assumendo il criterio di precauzione e ponendo regole chiare, limiti precisi e controlli severi al lavoro degli scienziati. Per chi nei laboratori di genetica manipola la vita il passo verso il delirio di onnipotenza e la totale liceità rischia infatti di essere molto breve, soprattutto dove affrancato da un solido retroterra morale.

 

Fausto Gusmeroli - Agronomo ricercatore

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