In questo progresso scorsoio
Garzanti Libri Spa, Milano – febbraio 2009

 

Dalla quarta di copertina:
«… In questo progresso scorsoio non so se vengo ingoiato o se ingoio.»

«C’è un volano infernale che gira ed esaspera
una certa idea di onnipotenza,
una rivoluzione che invade i pensieri e che inquieta
e alla quale bisogna opporre resistenza…»

 

 

Introduzione

 

Da Giosetta Fioroni a Mario Schifano e Pier Paolo Pasolini, diversi amici hanno dedicato ritratti ad Andrea Zanzotto, fissando sulla tela penetranti indizi della sua identità. Quasi sempre il segno pittorico ha messo in evidenza pallori stremati e sguardi infossati dai quali s’intuisce che la persona oggetto del loro studio va e viene da un misterioso sottosuolo. Del resto, l’immagine dello speleologo coincide con alcune definizioni con cui questo poeta è stato descritto. Quella di Goffredo Parise, per esempio, che lo giudicava «globalmente non geologo». O quella di Eugenio Montale, che lo indicava alla stregua di «una talpa» intenta a «scavare nel linguaggio e nel paesaggio».

Addentratosi nella tarda età (è nato nel 1921), Zanzotto non ha mai cessato di sondare e dissodare il paesaggio della propria terra. Continua a esplorarlo, facendone emergere gli strati più sepolti e ricavandone versi lampeggianti e profetici. Il paesaggio fisico, cioè una campagna già vaporosa e arcaica che il cemento ha vampirizzato o, negli angoli apparentemente meno corrotti, falsificata e ridotta all’ingannevole replica del presepe che era. E il paesaggio umano, con gli infiniti depositi storici, sociali, etici e linguistici di uno spazio tutt’altro che «micro» in quanto rispecchia un destino universale e che si ritrova oggi popolato da gente intorpidita e senza passioni o nevrotizzata e schiumante di nuovi rancori.

Pieve di Soligo, il paese dell’Alto Trevigiano a ridosso delle Prealpi da cui non ha mai voluto andare via, non è stato per lui il punto fermo di un universo in movimento, il centro e il perno di una ruota che gira e che per definizione sta immobile, per usare la metafora eliotiana dei Quattro Quartetti. È un luogo che, esattamente come ogni altro pur remoto angolo d’Occidente, questo intellettuale ipersensibile ha visto «girare e muoversi» secondo ritmi sempre più rapidi, fino all’insensata euforia del Terzo Millennio. Diventando quasi irriconoscibile rispetto a pochi anni fa, inghiottito dalla mostruosa conurbazione che va dal Garda al Friuli e che è chiamata «la Los Angeles veneta».

Vicino alla sua abitazione, oltre il Piave, il bosco del Montello dove nel medioevo si nascondevano derelitti e banditi, dove monsignor della Casa progettò il celebre Galateo e dove durante la Grande Guerra furono massacrati migliaia di soldati, è divenuto sede di numerose piste da motocross e rifugio per il weekend dei provvisori neoricchi. Le colline «piccole come noci» che intravede dalle sue finestre, erano posti di favole e fate (come ad Arfanta la locanda delle Lucrezie, «vecchiette intente a parlare con Dio e con le galline») e sono ora plasmate dalle innaturali geometrie dei vigneti industriali o punteggiate di bed-and-breakfast per escursionisti in cerca di una selvatichezza addomesticata. In certe grotte i reperti fossili sono mischiati a cumuli di plastica e rifiuti, mentre nei paesi intorno gli Internet-caffè cominciano a sostituire le osterie. Così è fatale che le riflessioni di Zanzotto, cogliendo nella semiologia del paesaggio le tracce di una trasformazione fattasi troppo rapida, brutale e minacciosa, ondeggino dall’era della selce e dell’Arcadia pagana all’era del silicio e dell’Arcadia telematica. Un pendolo cronologico che fluttua lungo un arco dilatato oltre le convenzioni e che gli fa dire: «In saecula saeculorium non è una frase enfatica ma reale».

Meditazioni di chi avverte il trauma di essere «dentro un megatempo» (come dimostra la sua predilezione per la poesia dell’abate Zanella Sopra una conchiglia fossile) e che gli procurano una specie di vertigine. Dominata dall’opprimente idea di un naufragio perché, anche se la storia di ieri come l’ha vissuta a Pieve di Soligo è stata più dura e tragica che felice, questo mondo sembra cambiare male. In una maniera che non gli piace.

Anche qui si pagano i danni prodotti da quel rullo compressore di identità, memorie e spirito di comunità che va sotto il nome di globalizzazione. Tramontata la mezzadria, che all’inizio del secolo scorso aveva inoculato nei ceti popolari del Nord (e del Nordest in particolare) i cromosomi dell’imprenditorialità dato che ciascuna famiglia era un’impresa minima, trionfa un capitalismo arido e spietato, in cui l’unico metro di misura è il riscontro sul mercato. E si è imposta a livelli ormai capillari la dittatura dell’ultraliberismo globale, guidato da poteri opachi e presentato come un fenomeno generoso e salvifico, missionario, in grado di distribuire ricchezza con lo schema dei vasi comunicanti. Si procede spinti da un «motore» che può contare sulla risorsa degli schiavi del XXI secolo, gli immigrati, e che fa leva su una catena di miti accettati quasi senza riserve: la fine della maledizione biblica della fatica sul lavoro, la retorica della deregulation e delle fabbriche senza operai, l’ossessione della flessibilità che rende precario ogni uomo, l’inarrestabile capacità di consumare dalla quale nasce «l’effetto pletora» per cui ci casca addosso «troppo di tutto».

Insomma, osserva Zanzotto, perfino in questo rifugio quieto e laterale, e di bellezza a tratti ancora struggente (i panorami del Giorgione e di Cima da Conegliano), «c’è un volano infernale che gira ed esaspera una certa idea di onnipotenza». Una rivoluzione i cui esiti invadono i suoi pensieri e che lo inquieta tanto da ispirargli un epigramma drastico e ironicamente sconsolato: «In questo progresso scorsoio / non so se vengo ingoiato / o se ingoio».

 

Sintesi delle ultime ansie del poeta, questi versi non consentono però di capire come a un simile slittamento progressivo verso il peggio – «un tempo che strapiomba» – il poeta opponga resistenza. E non a caso interviene nei dibattiti pubblici, lancia appelli, firma lettere aperte, si batte superando gli acciacchi che lo perseguitano (acciacchi leggendari ma invalidanti sul serio, considerato che, come diceva Montaigne degli ipocondriaci, «chi teme di soffrire, soffre già di ciò che teme»). Non si rassegna, scava ancora e scrive. «Raspa su» tra le macerie e i detriti di un passato più o meno remoto – fossero pure le parole esiliate di un dialetto morente oppure un gruppo di fiori che si alzano superstiti ai bordi di una strada, come i topinambur – mentre si affaccia sul futuro.

Ha attraversato il Novecento e ne è stato uno dei più acuti testimoni, lasciandoci una vasta opera poetica e di saggista e critico. Adesso guarda con l’intuizione di un aruspice a questo periodo di limite, cogliendone ambiguità e pericoli. Il suo vecchio universo si è spento in fretta e si sta decomponendo senza che ci si sia impegnati a rianimarne i valori fondamentali. Un’autodistruzione che lui  aveva presentito tanto tempo fa e che è maturata su una teoria di progresso divenuta sempre più sordida, indifferente all’etica o soltanto al buonsenso.

Lo angosciano i temi transculturali, che toccano tutti, ma sui quali non tutti mostrano adeguata consapevolezza. Le questioni dell’ambiente e dell’alterazione climatica, i conflitti per l’energia, la povertà e la fame, i rinascenti nazionalismi, i razzismi mascherati e i fondamentalismi che fermentano sull’alibi della religione, le sfide senza limiti della tecno scienza, gli inganni del turbo-capitalismo appena entrato in panne, il trionfo della doppia morale, la tolleranza scambiata per debolezza, il conformismo e la trivialità dei mass-media, il «coma televisivo» che ci tiene come sotto morfina. E, infine, «la catastrofe dell’italiano», il cui destino associa a quello degli altri idiomi cosiddetti minori, perché «quando una lingua rischia di sparire allora è in pericolo anche la nazione che la parla». Lo spiegava solennemente Italo Calvino, negli anni Settanta, ma Zanzotto lo ha fatto prima di lui.

 

«Io parlo in questa lingua / che passerà…», scriveva in Vocativo, suggerendo più di cinquant’anni fa l’idea che il proprio percorso dietro il paesaggio era al tempo stesso un percorso dentro il linguaggio.

Nell’arca della sua poesia coltissima a volte sbrigativamente qualificata come difficile (mentre bisognerebbe ritenere, con Paul Celan, che «dice il vero chi parla oscuro») ha traghettato l’italiano monumentale della tradizione assieme all’inglese esperantizzato con cui ha composto una serie di haiku, l’aspro e mai rimosso «vecio parlar» della sua riva del Piave misto a echi di francese, tedesco ed ebraico. Ha filtrato citazioni dalle campagne di marketing e dai formulari della burocrazia, dalle canzoni pop e dai fumetti. E, quando gli servivano, ha ibridato liricamente persino i balbettii del prelinguaggio infantile, il petèl, come lo chiamano qua, orami praticamente sparito. Un’operazione «iperletteraria», di uno che ha il gusto per la sperimentazione, senza tuttavia cadere nei barocchismi decorativi delle avanguardie, dalle quali si è tenuto distante. Con uno stile suo proprio che è ormai un classico. Dettato da un flusso di coscienza che, nelle pause tra depressioni e insonnie, solo così riusciva a esprimersi. Trasformandosi anche in uno strumento di auto aiuto, mai in chiave evasiva o consolatoria. Mai andando sopratono: «Se qualcuno mi chiedesse d’esporre la mia poetica, d’impulso risponderei: non abbaiare».

 

«Uomo di complicata semplicità», frenato da mille fisime ma appena ne esce disponibile e generoso. Andrea Zanzotto è divenuto un riferimento per gli ambientalisti. E questo gli sta bene. S’indigna invece contro chi vorrebbe abusivamente inserirlo nel’albero genealogico dell’arcilocalismo trionfante da queste parti, i cui attivisti pretendono di tutelare storia, cultura, linguaggi e soprattutto redditi delle piccole patrie (reinventate a tavolino) contro un centro dispotico di volta in volta individuato a Bruxelles, a Roma o addirittura nella vicinissima Venezia.

Alle sgangheratezze della vita pubblica di un paese in preda a complessi irrisolti e sospeso tra edonismo e penuria, lui, fedele agli ideali socialisti nutriti di solidarismo cattolico e «fermo ai margini per vedere da lontano», oppone pensieri lunghi. Carichi di dubbi, di spunti autocritici e, in qualche momento, di vaghe nostalgie. Non cede allo scatto moralista o alle invettive, neanche quando indica la follia che ci assedia. La storia si sta muovendo su una linea corrente con tante sue previsioni, eppure si sforza di proporre antidoti e di gettare, nonostante tutto, ponti di fiducia sui baratri del catastrofismo cui sarebbe scontato arrendersi.

Non si atteggia a saggio predicatore, Zanzotto. Non vuole essere oracolo di nulla, guru di nessuno. Ha mantenuto un’idea alta e libera dell’uomo. Questa è la sua più importante eredità. Ciò che rende oggi la sua voce indispensabile perché lucida e dunque sovversiva rispetto a questi «tempi che civettano sinistramente da notte dei tempi».

 

Appartato per scelta nella sua Pieve di Soligo, Andrea Zanzotto non ha fatto quasi nulla per coltivare il proprio successo nelle patrie lettere o per mettersi sotto i riflettori dei media. È letto, studiato, tradotto e invitato in tutto il mondo come «le plus moderne, plus savant, plus émouvant poète italien d’aujourd’hui», secondo la definizione che ne diede «Le Monde». Ma di una cosa sembra convinto, allo stesso modo di Fernando Pessoa: «Ogni uomo che meriti di essere celebre sa che non ne vale la pena». Perciò punta i piedi e, tranne rari interventi pubblici che sente come obbligati, si dimostra riluttante a uscire dalla «semiclandestinità» con la quale si protegge.

Le pagine che seguono (integrate in qualche caso da stralci d’interviste concesse a me e apparse sul «Corriere della Sera» dal 1981 a oggi) riassumono due anni di colloqui su paesaggio e linguaggio, storia e memoria, fede, politica, eros e psicoanalisi. Questioni obbligate per chi voglia accostarsi alla sua opera o approfondirne l’analisi e anche per chi voglia sondare i pensieri di un maestro di coscienza.

Affabulatore di straordinaria efficacia, Zanzotto si svela senza reticenze a ci aiuta così a comporre anche una sorta di diario intimo della sua vita. Ricorda storie e incontri, molti e importanti, con Montale e Ungaretti, Pound e Fellini, Calvino, Fortini, Bloch, Lacan. Riflette sul grottesco, l’inquinato e l’ingannevole che reggono il nostro tempo. Dimostra una fresca curiosità e una sdrammatizzante ironia. A volte risponde con domande alle domande, come chi non accetta a priori nulla delle cosiddette verità consacrate. Soprattutto, ci incoraggia a sperare malgrado la disperazione.

Per la sua poesia vale quel che fu detto da André Burguière sul lavoro dello storico Fernand Braudel: «È paragonabile al buco magico di Borges… attraverso lui vediamo il più piccolo granello di sabbia insieme con tutti i deserti, il passato insieme con l’avvenire, la primavera insieme con l’inverno».

 

Marzio Breda

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