Incenerire i rifiuti? Il Trentino può puntare molto più in alto 

La foresta di Sherwood - di Zenone Sovilla

l'Adige, 15 febbraio 2010

 

 

Mi è capitato un po' per caso di avvicinarmi alla questione rifiuti domestici cinque anni fa [era l'11 ottobre 2004 - la replica, il giorno dopo, nota redazione Ecce Terra], quando mi fu chiesto di moderare un dibattito promosso per informare la popolazione trentina sulle possibili pratiche "pulite" nella gestione di questa materia, nonché su alcuni spiacevoli "effetti collaterali" dell'incenerimento dei rifiuti prospettato dalla Provincia autonoma affiancata dal Comune di Trento.

Pur occupandomi da tempo di tematiche ambientali, mi ci volle quel dibattito pubblico per afferrare la vastità, la complessità e la portata - concreta e simbolica - della vicenda dei materiali di scarto prodotti dalla nostra società. Fino a quel momento avevo sempre trattato il tema con una certa distanza: non lo trovavo attraente, non ne coglievo appieno i risvolti né sul fronte pratico né sul versante intellettuale.

Per approfondirlo e contribuire alla diffusione di conoscenza “dal basso”, nel 2006 ho messo in cantiere anche un videodocumentario, “Civiltà bruciata. La terra degli inceneritori”, autofinanziato e ora di pubblico dominio nel Web secondo i criteri di una licenza libera Creative Commons.

In breve tempo, grazie all'aiuto di molte persone impegnate da tempo in Italia e all'estero a costruire politiche innovative (puntando alla massima compatibilità ecologica, economica e sociale), ho compreso la portata di una serie di dinamiche rivelatrici del drammatico processo di rimozione, distrazione e mistificazione che ha caratterizzato negli anni questa faccenda.

Mi è apparso uno scenario torbido: amministratori pubblici preoccupati principalmente di far sparire i rifiuti dalla vista, centri di interesse industriale che fiutano grandi affari (dai trattamenti primitivi come le “ecoballe” ai cosiddetti “termovalorizzatori”) con la connivenza di un ceto politico mediocre, cittadini disinformati, spaesati, a volte irritati e facilmente manipolabili.

In realtà, il quadro clinico non giustifica tanta opacità.

 

Troppi imballaggi

Un paio di punti, infatti, paiono cristallini, se la premessa è tendere a ridurre criticità e costi sociali/ambientali del fenomeno: 1) il mercato è inondato da imballaggi (anche a causa del crescente utilizzo dei Tir come magazzini viaggianti) che vanno drasticamente ridotti e in ogni caso resi nella scelta dei materiali strutturalmente più compatibili con i processi di riciclaggio; 2) parallelamente al contenimento del materiale da trattare dopo il “transito” domestico va massimizzato il livello di riuso e di riciclo che oggi può giovarsi di tecnologie sempre più efficienti.

In passato ritardi culturali e tecnologici avevano introdotto, accanto a un problematico sistema di discariche, l'uso di inquinanti inceneritori per far “scomparire” i rifiuti.

Si trattava di metodi strutturalmente instabili, soluzioni tampone cariche di effetti collaterali; nel caso degli inceneritori, per esempio, basterà pensare alle emissioni (Co2 ma anche micidiali diossine e polveri microsottili che sono un cocktail di veleni) e alle scorie derivanti da un combustibile – i rifiuti – del quale non si può conoscere la reale composizione.

Con l'andare del tempo, dato che “gestire” questa materia può anche essere un business, ci si è ben guardati dal mandare giustamente in soffitta il concetto – intrinsecamente inquietante – che gli scarti prodotti dalla società si bruciano (a caso, come residuo “tal quale”, cioè così come esce dai cassonetti, oppure selezionando plastiche, poliaccoppiati, gomme e altra roba molto “calorica”, carta compresa). Si è avviata invece una “evoluzione tecnologica” chiamata “termovalorizzazione”, vale a dire la produzione di energia elettrica o di teleriscaldamento utilizzando sotto forma di vapore il calore generato dall'incenerimento. Operazione che lascia assai perplessi.

Di là da ogni valutazione etica, si può osservare che la resa energetica di questi costosi impianti è sensibilmente inferiore a quella di una centrale termoelettrica; se poi compariamo l'incenerimento delle plastiche con il loro riutilizzo o riciclo (da dieci a venti volte più efficiente quanto a recupero energetico), il senso economico di questi impianti appare traballante.

Senza contare che a valle rimane la questione delle ceneri – anche tossiche – prodotte dal bruciatore: rappresentano circa il 25% del materiale iniziale e per conservarle serviranno discariche speciali di dimensioni maggiori di quanto ci vorrebbe per gestire il residuo inerte dopo un ciclo virtuoso di riduzione, riuso e riciclo.

 

Ma bruciarli crea nuovi problemi

Ma allora, perché questo innamoramento di molti amministratori pubblici per gli inceneritori di “nuova generazione”?

Una risposta potrebbe risiedere in una curiosa anomalia italiana: il legislatore – per aggirare la normativa europea – ha equiparato l'incenerimento nei “termovalorizzatori” al riutilizzo dei rifiuti. Insomma, bruciare sarebbe “ecologico” quanto riutilizzare un vuoto a rendere. Incredibile ma vero.

E non è tutto: con questo giochetto si sono “assimilati” i rifiuti alle fonti rinnovabili di energia e perciò gli impianti di incenerimento vengono lautamente sovvenzionati con fondi pubblici allegramente sottratti alla vera energia verde (solare, eolico eccetera).

In effetti, senza questo trasferimento di denaro dalle tasche del contribuente, i floridi bilanci dei “termovalorizzatori” italiani cambierebbero volto.

Sembra un quadretto fatto apposta per non mettere realmente in discussione lo status quo del processo di produzione, trasporto e consumo delle merci.

Il bello è che, poi, i medesimi amministratori che progettano inceneritori energivori si spendono in campagne a favore della raccolta differenziata, come se non avvertissero un leggero senso di incoerenza. Eppure anche la mente meno allenata riesce a fare due più due e capisce che i rifiuti o si bruciano per fare energia o si riducono e si riciclano.

Che facciamo di un costoso e “redditizio” inceneritore se siamo troppo bravi nella differenziata e alla fine non ci resta quasi niente da smaltire?

Conti che non tornano nemmeno nel caso del Trentino, dove a quanto pare i vertici istituzionali insistono con l'idea di bruciare i rifiuti, analogamente a quanto si fa a Bolzano, che poche decine di chilometri più a nord sta costruendo un nuovo impianto da 117 milioni di euro che subentrerà a quello che sta inquinando città e dintorni da vent'anni.

Capisco che i decisori pubblici possano farsi una certa idea perché consigliati da una tecno-burocrazia probabilmente non all'avanguardia; ma di fronte a uno scenario dinamico, fatto di innovative opportunità modello “green economy” oltre che di emergenze ecologiche, ci si aspetterebbe uno scatto che vada oltre una retorica ecologica provinciale a tratti stucchevole, fatta di molte parole e di pochi fatti.

 

Se l'inceneritore è il passato, meglio guardare al futuro

Ci si aspetterebbe, ora, qualcosa del tipo: “Sì, in effetti quasi vent'anni fa s'era cominciato a pensare a un inceneritore, poi il progetto è maturato via via ma nel frattempo il quadro è cambiato e oggi ci rendiamo conto che possiamo proficuamente intraprendere un'altra strada, più compatibile sul piano ambientale e sociale, che proietterà davvero il Trentino negli avamposti dell'innovazione e della sostenibilità. Ringraziamo tutti i soggetti che in questi anni – criticandoci - ci hanno aiutato a comprendere questa evoluzione e questo nuovo scenario, pieno di occasioni da declinare nel segno del bene comune”.

Purtroppo, invece, per ora il Palazzo tace. E in attesa del suo inceneritore e degli annessi depositi di ceneri contaminanti, il verde Trentino scopre le sue discariche abusive piene di veleni e altri scenari preoccupanti (caso acciaieria di Borgo e inquinamento da diossina, metalli pesanti e polveri sottili in Valsugana) che per anni non erano stati notati dalle istanze provinciali (le indagini sono del Corpo forestale dello Stato, venuto dal vicino Veneto), le medesime che ora tendono a minimizzarne l'impatto sulla salute umana e sull'ambiente naturale.

Qui si potrebbe profittevolmente aprire una lunga e articolata riflessione sul tema “autonomia speciale, controllati e controllori” ma lasciamo perdere.

E torniamo ai rifiuti.

Ipotizziamo per un momento che il Trentino decida di investire non più sull'incenerimento bensì su un modello d'avanguardia basato – accanto a politiche serie per la riduzione degli imballaggi - su una efficiente raccolta differenziata porta a porta e sul trattamento del poco residuo in centri specializzati che ormai, come dimostrano dati alla mano varie esperienze anche italiane, riescono a riciclare il 90% di quel che è rimasto fuori dalla prima selezione domestica.

 

Trentino, dove andrebbero le scorie tossiche della combustione?

Nel nostro caso, delle 100 mila tonnellate di rifiuti generosamente previsti dalla Provincia per l'incenerimento rimarrebbero da gestire in discarica soltanto circa 10 mila tonnellate di residuo inerte e sanificato, altro che le 25 mila tonnellate di scorie, in parte tossiche, generate dalla combustione.

Peraltro la cifra di 100 mila tonnellate appare sovrastimata e comunque incompatibile con una “differenziata” seria. Certo, se la raccolta per il riciclo è mutevole, scomoda e talvolta farraginosa, il cittadino viene scoraggiato. La plastica, per esempio, in una zona va conferita nelle campane, in un'altra va portata solo al centro materiali negli orari di apertura, altrove finisce nel porta a porta; senza contare che qui si mette tutto insieme, là bisogna separare il nylon dai flaconi, per non parlare dei poliaccoppiati (tetrapack)... Insomma, una bella confusione.

E poi magari ti capita, se sei un utente in Valsugana, di ricevere una lettera dall'ente gestore che dopo aver celebrato urbi et orbi, due anni di seguito, i successi quantitativi della differenziata, ora si lamenta dello scarso livello qualitativo della raccolta e introduce l'ennesima modifica operativa (quando approderanno all'unica soluzione sicura, il “porta a porta” completo?).

Appare curioso che non si riesca a coordinare un modello di raccolta differenziata coerente in tutta la provincia.

 

La sfida dell'epoca si coglie con prassi realmente innovative

Comunque sia, è evidente che una prassi senza inceneritore è proiettata in un circuito virtuoso che apre scenari di avvicinamento progressivo a una situazione ottimale dove resta quasi niente da “buttare”, sia perché a monte la merce si produce, si trasporta e si consuma più sobriamente, sia perché a valle si interviene con metodi meno invasivi (il progetto “Zero Waste” sta prendendo piede in varie aree del mondo); al contrario, bruciare i rifiuti significa sostanzialmente alimentare le criticità sistemiche che ci stanno portando al collasso (certo, per qualcuno è un'ottima occasione di lucro, vedi il caso campano, ma questa è solo un'aggravante).

Se poi mettiamo nel conto della valutazione anche l'analisi dei rischi sanitari e ambientali connessi con le emissioni dell'incenerimento e con la gestione delle scorie tossiche, la difesa di questa opzione pare davvero svuotarsi di argomentazioni convincenti.

Dunque, è conveniente rovesciare la prospettiva.

Può sembrare paradossale ma, grazie a una rapida evoluzione tecnologica e culturale, siamo di fronte a uno scenario straordinario che offre ai decisori pubblici un'opportunità storica.

Che nel caso del Trentino è enfatizzata dagli strumenti finanziari e di autogoverno disponibili per mettere in atto una vasta alleanza fra enti territoriali, politica, ricerca scientifica e imprenditoria con l'obiettivo di dotare questa terra di un modello innovativo in tema di rifiuti.

Abbandoniamo il passato dell'incenerimento, costruiamo un'architettura efficiente e semmai progettiamo, invece, un impianto d'avanguardia per il trattamento del residuo.

Questa sì che sarebbe autosufficienza compatibile con il massimo sforzo per la riduzione, il riuso e il riciclo dei materiali.

E finalmente il Trentino si collocherebbe nel gruppo di testa dei territori capaci di affrontare con l'innovazione almeno una delle emergenze della crisi ecologica. Per le altre, si vedrà...

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