Il poeta operaio per la lana

A Strigno un reading di Brugnaro contro i vestiti di plastica

l’Adige – Renzo M. Grosselli, 3 aprile 2010

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È stato tradotto in inglese, spagnolo, tedesco (negli Stati Uniti dal grande poeta Jack Hirschman), recensito da grandi poeti (Zanzotto tra gli altri), ha recitato le sue poesie con altri sommi poeti (ricordiamo un reading a Frisco dove lui fu più applaudito di Lawrence Ferlinghetti). Adesso Ferruccio Brugnaro arriva in Valsugana a recitare le sue poesie e anche a dare man forte ad un progetto che in qualche modo potremmo riassumere nello slogan «contro la plastica e a favore della lana del Lagorai». Il poeta, che per anni è stato operaio e delegato sindacale nel polo petrolchimico di Marghera, il 9 aprile (ore 20.30, Biblioteca comunale di Strigno) terrà un reading dal titolo «La follia di vestire in plastica», introduzione di Antonio Raschi, direttore dell'Istituto di Biometeorologia del Cnr. Lo hanno portato qui Laura Zanetti e i malghesi e pastori del Lagorai.

 

Qualcosa contro la plastica Brugnaro?

«Ha infestato il mondo. Ha anche aiutato l'uomo, gli strumenti di cucina sono spesso di plastica, molte parti delle automobili. Ma ora ci sta sommergendo, è diventata nemica dell'uomo».

 

Una delle sue biografie la dice «poeta della Beat Generation». Ma lei è piuttosto un poeta-operaio, o anche un poeta-contro.

«Sono un poeta della strada che ha fatto l'università in fabbrica. Anche se sono vicino ai beat. Abbiamo iniziato negli stessi anni, io magari ciclostilando poesie e affiggendole in fabbriche, scuole, cantieri. Forse io tendo ad approfondire di più il discorso da dove veniamo e dove andiamo e al centro metto sempre il presente. Poeta-contro? Tutta la mia scrittura nasce come rivolta verso una società che sembra tendere al disumano. Anche se credo che c'è qualcosa dentro l'uomo, come la poesia, che rappresenta una miniera di diamanti e che in futuro salverà l'umanità».

 

Poeta operaio, non le sembra riduttivo? Qualcuno ha parlato della sua poesia come «scrittura primaria di lotta, lessico rude e sbrigativo».

«No, non è un aspetto riduttivo. Essere operaio e poeta cambia l'interpretazione che uno dà del mondo. Nel settembre-ottobre del 1986 spiegai ad una rivista cosa io intendo per poeta operaio: "Non credo ai geni, all'ispirazione... bisognerebbe parlare di espropriazione, emarginazione. Poeta operaio non come figura marginale e ghettizzante ma come uomo emergente dalla intelligenza e dalle lotte di milioni di sfruttati, per un uomo nuovo che ha finalmente riunificato in sé la parte fisica ed intellettuale e ha conquistato la capacità di porsi nella storia e nel mondo con tutte le risorse naturali che possiede"».

 

Continuerei col poeta-contro, visto che la sua storia in poesia si è caratterizzata anche per essere contro la guerra. Fecero scalpore nel ‘90 e ‘91 i suoi manifesti sparsi per Venezia e per Roma.

«La mia scrittura è sempre stata di opposizione a tutte le guerre, che hanno la loro radice nelle diseguaglianze sociali e nello sfruttamento. Mi sono battuto sempre su questo. La guerra è nemica fondamentale del presente e del futuro».

 

Tornando al poeta-operaio: abbiamo accettato un capitalismo regolato quasi solo dal mercato, che dopo i nostri sta torturando i lavoratori del secondo e terzo mondo.

«Il lavoro è sempre al centro dell'umanità. Ma è stato espropriato. Usato per il profitto, è diventato disumano. Il lavoro che diventa sfruttamento, emargina l'umanità e diventa strumento contro la vita. In questi anni il processo si è ancora più accentuato. Ma l'uomo deve riappropriarsi del lavoro: sapere per chi produce, perché produce, quanto è bene produrre».

 

Il sistema produttivo occidentale e le classi che lo gestiscono hanno continuamente reinventato modi di dominazione dell'uomo sull'uomo. Il movimento dei lavoratori, invece, è fallito.

«Vorrei non crederlo. Ha attraversato una fase in cui stava delineandosi una dimensione positiva: ma non c'è stata adeguata crescita culturale... quando sui luoghi di lavoro dominano entità troppo lontane e sconosciute si arriva all'abbrutimento, alla devastazione. Il movimento dei lavoratori è in grossa difficoltà. Si affida a rappresentanze fasulle, che stanno creando danni enormi. Ma la storia non è ancora finita».

 

Ferruccio Brugnaro, senza la fabbrica sarebbe oggi in poesia?

«Credo di sì. Per il grande amore che nutro nel vivere in questo universo. La mia lotta è anche contro chi deturpa la terra, contro chi vuole appropriarsi dell'acqua, chi lavora per produrre ogm. Certo, io vivrei comunque la questione sociale, il presente di un mondo che non si pacifica se non vede attorno a noi più solidarietà tra uomini, più convivenza.

 

Ci vuole anche la lana, Brugnaro per vivere bene?

«Perché buttare via la lana trentina, la lana italiana, come si fa oggi? Anche qui ci sono degli interessi nascosti. Perché bruciarla e vestire di plastica? Certo, il profitto». Chiude qui l'intervista. Non prima però di aver ricordato uno dei versi immortali di Ferruccio Brugnaro: «L'aprile è scomparso da Portomarghera/ la primavera/ è morta».

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