NIMBY not in my back yard

ovvero… non vicino casa mia

 

Centrali elettriche, ferrovie, grandi infrastrutture, impianti di trattamento di rifiuti: tutti noi sappiamo che bisogna costruirli… purché non nel nostro territorio. Per questo il 90 per cento dei lavori subisce proteste e ritardi. Una “sindrome” contro cui le aziende si stanno organizzando. Ecco le loro strategie, con la mappa dei cantieri a rischio.

di Roberto Seghetti

 

L’elettrodotto di Rapolla (Potenza), il deposito nucleare a Scanzano Jonico (Matera), la discarica di Parapoti (Salerno): tre casi di impianti di pubblica utilità che, nel giro di pochi mesi, sono stati bloccati da rivolte popolari. Soffocati da quella che gli americani hanno diagnosticato come sindrome Nimby, Acronimo di “Not in my back yard”, che si può tradurre non nel mio giardino, o dietro casa mia. Una paura collettiva che spinge i cittadini a rifiutare qualsiasi nuova infrastruttura vicino alle proprie abitazioni. E l’Italia è il paese europeo che più soffre di questa malattia: il 90 per cento dei progetti nei settori che vanno dall’energia allo smaltimento dei rifiuti, dalle linee ferroviarie alle autostrade, sono ritardati o bloccati sull’onda delle contestazioni che esplodono sul territorio.

Ma come si cura la sindrome di Nimby? Esistono delle forme di prevenzione? Alcune aziende sono riuscite a fare il miracolo, utilizzando diversi strumenti che, sommati, rappresentano l’unica terapia efficace per sconfiggere il partito trasversale del no, sempre e comunque.

La prima medicina è il marketing territoriale. La Tecnoborgo di Piacenza, controllata dal comune in società con il gruppo francese Veolia, ha pianificato un’azione a tappeto per contrastare i comitati ambientali che si opponevano alla costruzione, nella zona industriale di Borgoforte, di un impianto per smaltire 105 mila tonnellate di rifiuti l’anno. Incontri nei quartieri per discutere il progetto, riunioni nelle parrocchie, visite porta a porta per le famiglie residenti nell’area del termovalorizzatore. I “contrari ad oltranza” ricorda Enrico Cuggiari, amministratore delegato della società Tecnoborgo, “erano una ristretta minoranza, che diventava meno rilevante ogni volta che riuscivamo a spiegare i vantaggi e la sicurezza dell’impianto”.

Risultato: a Piacenza l’emergenza rifiuti è stata risolta e il comune risparmia circa 5 centesimi al chilo per la spazzatura che non deve più essere trasportata in altre regioni. Anche l’Enipower ha potuto completare una centrale elettrica di mille megawatt a Ferrera Erbonione, in provincia di Pavia, dopo una serie di assemblee e di visite guidate agli impianti: sono servite a smontare il diffuso pregiudizio in base al quale la centrale elettrica significa un rischio di leucemia per la popolazione.

Il secondo strumento per contrastare la sindrome Nimby è la comunicazione. La Teseco, per esempio, ha una doppia esperienza. In provincia di Pisa deve fare i conti con un comitato popolare nemico irriducibile del progetto per un impianto di smaltimento dei rifiuti da 120 mila tonnellate l’anno, protetto dal vescovo di Pisa, Alessandro Plotti. Da qui un duello infinito a colpi di articoli sui giornali e, ultima mossa della Teseco, con una campagna di informazione in tutte le scuole elementari e medie della zona. Nel comune di Trieste, invece, la società è stata incaricata di bonificare un’area industriale finora occupata da raffinerie inquinanti. All’inizio qualcuno ha gridato contro la minaccia di una maxispeculazione, poi si è capito che il progetto è un’opportunità per la città, visto che consentirà di investire circa 500 milioni di euro e di trasformare le vecchie ciminiere in imprese leggere ad alta tecnologia. “attraverso un censimento abbiamo scoperto che in Italia di siti come quello di Trieste  ne abbiamo circa 150 e tutti rappresentano un’importante occasione di rilancio economico del territorio” dice Gualtiero Masini, presidente della Teseco.

Una riconversione ancora più importante riguarda la nuova Fiera di Milano, un’area di 2 milioni di metri quadrati nei comuni di Rho e Pero. Opera gigantesca, che dovrà essere consegnata entro il prossimo mese di aprile: coprirà una superficie pari a 50 stadi di San Siro, con il parcheggio più grande d’Italia (20 mila posti auto). La comunicazione della Fondazione Fiera di Milano è stata massiccia, con una spesa annuale iscritta in bilancio di 2 milioni 146 mila euro e una martellante campagna promozionale ha trasformato il cantiere in una sorta di monumento del futuro. “Siamo stati accolti prima con incredulità, poi con prudenza e con curiosità, infine con partecipazione” afferma Luigi Roth, presidente dell’Ente Fiera di Milano. “Così siamo riusciti a restare immuni dalla sindrome di Nimby e a dimostrare che vogliamo curare il nostro giardino, anziché distruggerlo”.

La terza medicina contro la sindrome è rappresentata dalle “opere di mitigazione”: contropartite che le società mettono sul tavolo per realizzare impianti considerati a rischio. Il caso più significativo quello del Comune di Peccioli, in provincia di Pisa, dove dopo una lunga battaglia la società Belvedere ha completato un impianto di smaltimento dei rifiuti del quale si servono anche le città di Firenze e Prato. L’amministrazione comunale, con gli utili della società, ha costruito un parcheggio sotterraneo con 250 posti auto, una residenza per gli anziani, una pista ciclabile, mentre 750 cittadini sono diventati azionisti della Belvedere e oggi hanno un rendimento del 9 per cento. “Non ho voluto fare il capopopolo, a caccia di qualche facile consenso, ma governare un’emergenza che rischiava di travolgerci” racconta Renzo Macelloni, sindaco di Peccioli.

Tra le contropartite non mancano quelle sociali, come ad esempio i posti di lavoro. La Edison calcola che la costruzione di una centrale da 800 megawatt non occupa meno di 800 persone, tutte assunte sul luogo dell’insediamento: e di queste il 10 per cento resta negli organici della società per la manutenzione dei macchinari. Così la Ivc (Italian vento corporation) ha potuto completare 31 impianti di energia eolica in cinque regioni dell’Italia meridionale anche grazie a un accorto negoziato sulle assunzioni. Ecco il racconto di Ciro Vigorito, uno degli azionisti della società: “Con i contadini dai quali abbiamo affittato i suoli i discorsi sono stati chiari. Un canone molto superiore al reddito della coltivazione a grano e posti di lavoro per i familiari. Tutto alla luce del sole, concordato con un bicchiere di vino rosso”. Così come è stato concordato che l’1,5 per cento del fatturato della Ivc va al comune che lo usa per costruire campetti di calcio o per sistemare le strade. A Sogliano al Rubicone, in provincia di Cesena, con i ricavi della discarica il sindaco ha mantenuto la sua decisiva promessa elettorale: sono state tagliate le tasse sulla casa ed è stato possibile introdurre un bonus di 2 mila euro per ogni figlio.

Se dunque la sindrome Nimby è curabile, molto dipende dalla capacità delle aziende di affrontarla a viso aperto. Ecco perché la società di comunicazione Allea ha fondato il Nimby Forum, con la partecipazione di importanti aziende, dalle Ferrovie alla Aem di Milano, e di associazioni di categoria come l’Assoelettrica. Obiettivo del Forum: un osservatorio per misurare il fenomeno e terapie comuni per contrastarlo.

“Le aziende devono fare un salto di qualità” avverte Alessandro Beulcke, presidente della Allea. “Molti pensavano di risolvere  i problemi in silenzio, magari con l’aiuto del ministro di turno. Non è così. Bisogna creare consenso, dal basso, su opere che spaventano. E bisogna affrontare con una comunicazione mirata le minoranze abili nella controinformazione”. Forse tra qualche anno anche in Italia si riuscirà a costruire un impianto per i rifiuti senza sommosse. 

 

Panorama, 15 luglio 2004

 

 

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