INCHIESTA di la Repubblica

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LA FORMULA RIFIUTI DI BRESCIA

PIU’ ENERGIA, NIENTE INQUINANTI

3^ puntata - 25 ottobre 2004

 

MILANO - Visto in corsa dall’autostrada, può sembrare anche un ipermercato, una mega-discoteca o magari un “palazzone dello Sport”, con tanto di prato verde, aiuole e parcheggi. Se non fosse  per la torre a base quadrata, alta 120 metri, che contiene e riveste i tre camini, non si direbbe neppure che è uno stabilimento industriale. Eccolo, finalmente, il “mostro” buono: l’inceneritore modello; il termoutilizzatore di Brescia che brucia i rifiuti, ne ricava energia e non inquina.

In un Paese che rischia di essere sepolto da una montagna di immondizia, questo è un progetto-pilota in progress. Alle due linee di combustione originarie, in funzione dal ’98, se ne sta per aggiungere ora una terza dedicata alle biomasse, cioè a quelle sostanze come il legno, la carta, le lettiere o le vinacce che sono biodegradabili. E sebbene la Commissione europea abbia aperto una procedura d’inflazione contro il governo italiano per le norme che ha adottato in materia, i dirigenti dell’impianto bresciano hanno chiesto comunque al ministero l’autorizzazione per la valutazione di impatto ambientale, in modo da adeguarsi anche alle direttive comunitarie.

Costruito su un’area di 150 mila metri quadrati, il termoutilizzatore brucia 1600 tonnellate al giorno di rifiuti solidi urbani, prodotti dalla popolazione di Brescia (un milione e centomila abitanti). Si tratta, in pratica, di una grande centrale termo-elettrica che genera vapore e questo a sua volta, attraverso una turbina, fornisce energia: quella elettrica, pari l’anno scorso a 361 milioni di chilowattora alimenta la “ragnatela” sotterranea del teleriscaldamento servendo circa centomila famiglie. In questo modo è stato possibile spegnere finora 13 mila camini condominiali, alimentati a gasolio o a carbone, riducendo di conseguenza l’inquinamento atmosferico: nel 2003, sono state risparmiate così 120 mila tonnellate equivalenti di petrolio e si sono evitate emissioni di anidride carbonica pari a 320 mila tonnellate.

Ma il fatto più sorprendente è che intorno alla torre del “T.U”, come lo chiamano familiarmente i bresciani, non si vedono fumi né bianchi né neri e soprattutto non si sentono cattivi odori. Anche in cima, salendo con l’ascensore interno fino alla terrazza, sembra abbastanza respirabile. E per quanto non manchino neppure le contestazioni, come quelle contenute nel libro-inchiesta “L’Italia sotto i rifiuti” di Marino Ruzzenenti, il monitoraggio continuo delle emissioni, controllate regolarmente dall’Arpa (l’Agenzia regionale per l’ambiente) tramite l’Istituto “Mario Negri” di Milano, esibisce una documentazione rassicurante: tutti i dati di esercizio, dalle polveri ai metalli pesanti, dal monossido di carbonio al biossido di zolfo, dal cadmio al mercurio, risultano largamente inferiori ai parametri fissati dalle norme regionali e dalle stesse direttive europee.

Il “modello bresciano” si fonda su una rigorosa ed efficiente raccolta differenziata, nel capoluogo e in una trentina di comuni della provincia, salita dal 6,3 per cento del ’91 al 39,9 dell’anno scorso. “Ma l’operazione - racconta con slancio l’ingegnere Antonio Bonomo, responsabile tecnico dell’impianto - non sarebbe stata possibile senza una grande campagna di sensibilizzazione dei cittadini che punta, con il loro coinvolgimento attivo, a risparmiare risorse e a migliorare l’ambiente”. Tanto da spingere - per esempio - il titolare di un’azienda locale di carpenteria meccanica, Dario Orlandi, a improvvisarsi “testimonial” radiofonico del termoutilizzatore, sfidando chiunque a visitarlo (e in particolare il sindaco di Acerra e tutti gli amministratori meridionali) dai microfoni di Zapping, la trasmissione di Aldo Forbice.

Anche a Brescia, come altrove, i rifiuti vengono raccolti in cassonetti stradali di quattro colori diversi: bianco per carta e cartone; marrone per il materiale organico; verde per vetro e metalli; e infine grigio per tutto il resto, materiale eterogeneo non utilmente riciclabile, destinato appunto al termoutilizzatore. Trasportato dai camion della nettezza urbana, il camion entra nel deposito attraverso un varco elettronico denominato “Exploranium” che lo sottopone a un controllo radioattivo. E quindi i rifiuti, sotto l’occhio di una telecamera a raggi infrarossi che regola automaticamente l’impianto in base alla loro composizione, vengono bruciati su tre griglie a 1100 gradi di temperatura in un gigantesco falò alimentato di continuo da una maggiore o minore quantità di ossigeno: proprio come si fa dando aria a un forno o a un camino, quando c’è qualcosa di più o meno consistente da ardere. Alla fine, prima di uscire da questo “depuratore di rifiuti”, le emissioni delle tre caldaie attraversano un sistema di filtri a secco, pieni di calce e carboni attivi, con un monitoraggio costante 24 ore su 24.

L’impianto, costato complessivamente 300 milioni di euro, utilizza tecnologia tedesca, svedese e italiana (Ansaldo). Impiega 60 addetti interni e circa 200 nell’indotto. Appartiene all’Asm, l’Azienda servizi municipalizzati, trasformata poi in una società per azioni, di cui il Comune di Brescia detiene ancora la maggioranza. Ma, a parte le cinquemila tonnellate all’anno di ferro che viene recuperato dai rifiuti, a conti fatti la gestione si dimostra anche un buon affare: nel 2003 ha dato un utile netto di 96 milioni di euro, buona parte dei quali sono finiti nelle casse comunali. E non a caso, dopo una visita al termoutilizzatore, il direttore del centro di Ingegneria della terra della Columbia University di New York, Nicholas Themelis, in una lettera al sindaco Paolo Corsini s’è detto “molto impressionato da questa iniziativa” e ha definito l’impianto “il più avanzato del mondo in termini di prestazioni tecniche e ambientali, come pure per la quantità di energia generata da ogni chilogrammo di rifiuti trattati”.

E’ questo allora, il prototipo, il modello da imitare, la formula magica per smaltire i rifiuti e ricavarne energia? Cerchiamo una verifica a pochi chilometri di distanza, in una tranquilla cascina di campagna nel verde del Parco di Monza, dove ha sede la Scuola agraria. Qui lavora da anni un gruppo di studio sulla gestione integrata dei rifiuti che s’è fatto apprezzare anche all’estero, dalla Cambogia alla Catalogna, fino a diventare consulente del governo inglese.

Per quanto il caso di Brescia possa indicare senz’altro una strada praticabile nei confronti dei termovalorizzatori c’è comunque una pregiudiziale per così dire ideologica da parte delle associazioni ambientaliste. Prima di arrivare alla fase di smaltimento, sostengono i loro esperti, è opportuno innanzitutto ridurre la quantità dei rifiuti e poi provvedere a un riciclaggio per la produzione di “compost”, cioè di fertilizzante per sostenere l’agricoltura, migliorare il terreno e combattere così la progressiva desertificazione del territorio. La raccolta differenziata resta la scelta strategica, ma in base all’esperienza della Scuola di Monza funziona meglio quella a domicilio, più capillare e selettiva, realizzata con il ritiro “porta a porta” di secchielli e bidoni speciali.

“Oltre a trasferire il processo dai mezzi meccanici alla manodopera, con un vantaggio per l’occupazione di settore, questo sistema – spiega l’agronomo Enzo Favoino – è l’unico che consente effettivamente di raggiungere l’obiettivo del 35 per cento di rifiuti destinati al compostaggio, come stabilisce la legge italiana nel medio termine”. Si tratta, in buona sostanza, di separare lo scarto organico, vale a dire quello di cucina e quello di giardino, più ricco di acqua e quindi più adatto ad essere riciclato per uso agricolo. In questo modo, l’Italia è arrivata a trattare circa due milioni di tonnellate all’anno, con una media di 40 chili per abitante sulla popolazione totale, contro gli 8-9 milioni della Germania o gli oltre cento chili per abitante di Olanda, Danimarca e Austria.

Fra il termoutilizzatore “più avanzato del mondo” e la Scuola agraria modello esportazione, c’è una distanza di un centinaio di chilometri. Ma forse è proprio qui, a metà strada fra Brescia e Monza, che si può risolvere la questione dei rifiuti in modo funzionale e moderno, conciliando le ragioni dell’economia con le esigenze primarie dell’ambiente e della salute.

 

Giovanni Valentini

 

 

 

 

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