INCHIESTA di la Repubblica

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IL VESCOVO, I VERSI, IL SINDACO ROSSO

ECCO LA CROCIATA DELL’INCENERITORE

1^ puntata – 11 ottobre 2004

 

NAPOLI - Intorno alla culla del “mostro”che deve nascere, un cordone di trecento poliziotti distribuiti in piccoli drappelli presidia tutte le vie di accesso giorno e notte, ventiquattr’ore su ventiquattro. E il travaglio rischia di continuare, in queste condizioni, almeno per un paio d’anni.

Il “mostro” è l’inceneritore di Acerra, alle porte di Napoli, teatro della sommossa popolare che a metà agosto ha provocato una guerriglia fra dimostranti e forze dell’ordine, con numerosi feriti da una parte e dall’altra. La culla è un quadrato di trecento metri per trecento, circa dieci ettari di terreno una volta agricolo, dove è aperto il cantiere per il termovalorizzatore della discordia, l’impianto che dovrebbe bruciare i rifiuti e trasformarli in energia.

Basta girare per le strade del paese per capire che la rivolta cova sotto le ceneri, pronta a riesplodere da un momento all’altro. Le scritte sui muri, perfino quelli davanti al Municipio, o sulle lenzuola appese ai balconi, sono perentorie e minacciose. “No all’inceneritore”; “No alla diossina”; “Termovalorizzatore = tumore”; “Non ci arrenderemo mai”; “Pagherete caro, pagherete tutto”. E così via, con accuse di racket e di mafia all’indirizzo dell’azienda costruttrice, del governo e del commissario straordinario per l’emergenza rifiuti, un’emergenza che in Campania dura ormai da dieci anni.

Sono i soliti “terroni”- brutti, sporchi e cattivi - che non vogliono l’inceneritore e preferiscono tenersi l’immondizia per strada? Sono gli ambientalisti che alimentano l’allarmismo e il panico tra la popolazione ignorante? È la camorra che soffia sul fuoco per difendere il business delle discariche abusive? Oppure c’è dell’altro, un’altra verità più complicata e nascosta che può essere utile anche lontano da qui, fuori da questa regione, per mettere a fuoco la questione rifiuti su scala nazionale?

Per quanto il caso di Acerra abbia certamente caratteristiche e aspetti del tutto specifici, è in realtà il paradigma di un degrado che ancora una volta spacca in due l’Italia e contrappone un Nord più ricco ed evoluto, dotato già di 34 inceneritori, a un Sud più povero e arretrato dove ne funzionano al momento soltanto 4, mentre il Centro ne ha 10. Il fatto è che questo ritaglio della “Campania felix”, compreso fra Nola, Marigliano e appunto Acerra, destinata dalla natura alla coltivazione dei pomodori, delle patate e dei carciofi, s’è trasformato ormai da tempo in un “triangolo della morte”: una landa infelice soffocata dai veleni della diossina, con una crescita dei tassi mortalità per tumori più alta di quella nazionale, tra discariche abusive, falde acquifere inquinate, pozzi chiusi per ordine della magistratura e pascoli proibiti per ragioni cautelative. È più che comprensibile, perciò, che lo spettro dell’inceneritore più grande d’Europa, con la tipologia più vecchia e inquinante, provochi da queste parti l’effetto di una miccia in una santabarbara, accendendo le paure degli abitanti, per lo più contadini e commercianti.

“Il nostro è un territorio già malato che avrebbe bisogno di una grande bonifica”, spiega con una fermezza pari alla moderazione Giovanni La Montagna, professore di Lettere e filosofia al liceo, consigliere comunale della Margherita ed esponente di punta del Comitato cittadino contro l’inceneritore. Proprio intorno a questo movimento popolare, s’è saldata la “santa alleanza” catto-comunista fra il Comune “rosso”e la Curia locale: da una parte il sindaco di Rifondazione, Espedito Marletta, a capo di una giunta anomala di centro-sinistra, con il trattino, senza i Ds e i socialisti; dall’altra, il vescovo Giovanni Rinaldi. Verrebbe da pensare a un remake di “Peppone e don Camillo”, se non fosse che il sindaco è un tranquillo funzionario dell’Ufficio delle Entrate di Napoli, con un fratello sacerdote; mentre monsignor Rinaldi ha l’aria paciosa e rassicurante di un parroco di campagna.

Impegnato in prima linea contro l’inceneritore, come tanti altri vescovi del Mezzogiorno sul fronte della criminalità organizzata, della droga e dell’immigrazione clandestina, a chi gli ricorda il suo ruolo di “pastore d’anime” lui risponde senza scomporsi: “L’uomo è fatto di anima e corpo. Se si ammala una soffre anche l’altra, e viceversa”. Sebbene i richiami della Conferenza episcopale l’abbiano indotto a una maggiore prudenza, dopo le violenze e gli scontri di metà agosto, monsignor Rinaldi non sembra intenzionato a rinunciare però alla sua “testimonianza cristiana in favore della vita, della salute e dell’ambiente”.

Se quello di Acerra è diventato dunque un caso-limite, per le condizioni particolari di questa zona che precedono di gran lunga le polemiche sull’inceneritore, la colpa non è certamente del vescovo, del sindaco né tantomeno della popolazione. Si legge in un appello diffuso congiuntamente dalle maggiori associazioni ecologiste e sottoscritto da Andrea Masullo per il Wwf, Ciro Pesacane per il Forum ambientalista e Maurizio Gubbiotti per Legambiente: “Accade a volte che per un interesse generale fondamentale una comunità locale debba sobbarcarsi oneri e rischi particolari, ospitando sul proprio territorio impianti nocivi all’ambiente e alla salute. Ma quando ciò accade le argomentazioni oggettive e serie dei proponenti usualmente vengono spese per creare quel consenso senza il quale in una democrazia non si possono imporre rischi o vincoli a nessuno”.

Qui, invece, dopo dieci anni di emergenza rifiuti e di allarme diossina, di tumori e di malattie respiratorie, di proteste e di mobilitazione popolare, il cantiere per il mega-inceneritore è stato aperto all’indomani di Ferragosto con l’intervento della forza pubblica. La collocazione dell’impianto, come sostiene un documento dell’ufficio stampa della Diocesi di Acerra, “è stata decisa dalla ditta vincitrice dell’appalto (mandataria la Fisia Italimpianti, mandante l’Impregilo del Gruppo Fiat - ndr) e non dagli organismi democraticamente eletti per il governo del territorio”. E infine, il parere della Commissione Via (valutazione di impatto ambientale) risale al dicembre ’99; “non appare chiaramente positivo”; ed è stato espresso in una relazione “scandalosa e piena di contraddizioni”: tanto che il 6 luglio 2000 l’allora ministro dell’Ambiente, WillerBordon, ha “convenuto sulla contraddittorietà del parere espresso dalla Commissione”, riconoscendo anche che “la tecnologia proposta dalla Fisia non è particolarmente innovativa e la documentazione presentata è in parte lacunosa e sommaria”.

Se esistono al Nord o altrove termovalorizzatori che funzionano, producono energia e non inquinano, come vedremo nel corso di questa inchiesta, ciò non significa dunque che - a parte le violenze o le strumentalizzazioni della camorra - la rivolta popolare di Acerra sia infondata e illegittima. In attuazione delle direttive europee, il decreto Ronchi del 5 febbraio ’97 prescrive tre fasi nella gestione dei rifiuti: prevenzione della loro produzione, cioè riduzione delle quantità; poi recupero, reimpiego e riciclaggio dei contenitori o degli imballaggi; e quindi da ultimo lo smaltimento. L’intero processo, però, si basa necessariamente sulla raccolta differenziata, per separare i diversi materiali e in particolare la plastica, i rifiuti industriali e quelli chimici. Altrimenti, buttando tutto insieme nello stesso forno, si rischia di produrre - oltre al combustibile - anche altra diossina e altri veleni. Solo che per legge la raccolta differenziata dovrebbe arrivare almeno al 35 per cento del totale, mentre in Campania raggiunge appena il dieci per cento.

 

Giovanni Valentini

 

 

 

 

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