REQUIEM PER UN CIRCUITO

 

Più di 150 milioni di computer sono dismessi ogni anno nel mondo. Sono pieni di materiali inquinanti, ma è difficile riciclarli, anche se l'Ue ha già varato leggi. Ma per ora discariche, cassonetti e inceneritori sono gli unici cimiteri per memorie al silicio defunte, che portano ancora impresse le tracce della nostra vita intima

 

 

Nel mio studio giacciono i corpi di due computer, uno sta lì da cinque anni e uno da pochi mesi. M'ingombrano la stanza, ma non so cosa farci, mi ripugna l'idea di buttarli nel cassonetto. Non sono l'unico a pormi questo problema. L'anno scorso sono stati dismessi più di 20 milioni di Pc ed è stato calcolato che tra il 2001 e il 2007, oltre un miliardo di computer sarà divenuto obsoleto nel mondo (500 milioni nei soli Stati uniti). Una cifra pazzesca. Come numeri, stiamo ai livelli dei cimiteri di auto, con l'aggravante che il mercato dell'usato è molto ridotto per i Pc: si tratta di un prodotto troppo personalizzato, ci si sente a disagio nel lavorare con un computer che è appartenuto a lungo a un altro. Capita di ritrovarvi anche vecchi files, e di essere indiscreti. Come disporre di quest'immane montagna di vecchi silicati? Sul tema regna l'ignoranza più totale. Basta chiedere in giro quando se ne ha bisogno. Certo, alcuni Pc faranno la fine che una volta toccava ai vestiti smessi: saranno «regalati ai poveri» (o alle scuole, o alle biblioteche ambulanti e ai centri sociali). Ma la maggior parte rischia il cassonetto, la discarica, l'inceneritore comunale. Con la minaccia di un inquinamento senza precedenti: un Pc nasconde un sacco di materie tossiche (in primo luogo il piombo), tutte di difficile smaltimento e molte potenzialmente generatrici di diossine.

 

E la montagna dei rifiuti spazzatura cresce a un ritmo sempre più accelerato. Il problema dei rifiuti elettronici è reso più acuto dal progresso tecnologico: più rapido è l'aumento di potenza e prestazioni di un computer, maggiore la massa d'immondizia cibernetica. Nel 1994 la Ram di un buon Pc era di 32 Mb e l'hard disk di 256 Mb. Oggi un portatile medio ha una RAM di 512 Mb e un hard disk da 40 GB: tutto l'hard disk di allora non basterebbe a contenere i vari Windows, Photoshop, Adobe, Netscape, Winzip, ecc. che corredano un computer attuale. Ormai i nuovi software e le nuove applicazioni grafiche (fotografiche, di Dvd) richiedono macchine sempre più potenti e veloci, così che un computer dura ormai raramente più di tre anni, spesso molto meno. Poi intervengono innovazioni particolari, per esempio gli schermi ultrapiatti che mandano al macero centinaia di milioni di monitor tradizionali, con gravi problemi ecologici, come vedremo. Oppure i masterizzatori che rendono obsoleti computer, anche potenti e aggiornati, che però sono privi di quest'accessorio (che tra l'altro rende obsoleti i floppy disk e gli appositi contenitori). O le schede di rete per l'accesso all'Adsl, di cui i portatili di appena tre anni fa erano privi.

 

Insomma l'industria dei computer ha trovato il modo di farci cambiare giocattolo e macchina da scrivere una volta ogni due-tre anni. Alcuni Pc restano nelle cantine, nei magazzini, nelle case di campagna. Altri vengono regalati ai propri figli, parenti; altri ancora abbandonati. Ma il problema è diventato tanto ingombrante che i governi hanno cominciato a muoversi.

 

Già dal 1998 c'è un memorandum dell'Unione europea sul riciclaggio dei computer e, più generalmente, dei rifiuti elettrici ed elettronici (Weee: Waste of Electrical and Electronic Equipment), con l'obiettivo di responsabilizzare produttori, consumatori e distributori: «Il flusso di rifiuto elettrico ed elettronico è uno di quelli che crescono più rapidamente nell'Unione europea, costituendo oggi il 4% dei rifiuti municipali, con un aumento del 16-28% ogni cinque anni, tre volte più rapidamente della crescita media dei rifiuti municipali. Per di più, è una delle maggiori fonti conosciute di metalli pesanti di inquinanti organici nei rifiuti municipali». Nell'ottobre del 2002 il Consiglio d'Europa e l'europarlamento hanno concluso un accordo in base al quale, dal 31 dicembre 2006 le case produttrici avranno l'obbligo di riciclare frigoriferi, lavatrici, tv, computer, così come hi-fi, phon, forni a microonde e altri elettrodomestici: ogni singolo produttore dovrà farsi carico dei costi per lo smaltimento dei rifiuti degli apparecchi elettrici di propria produzione. Dal primo luglio 2006 è inoltre previsto il divieto dell'utilizzo per la produzione di quattro metalli pesanti e pericolosi: piombo, mercurio, cadmio e cromo esavalente. Un altro obiettivo della direttiva è che ogni singolo nucleo familiare ricicli almeno 4 kg di Weee all'anno (la commissione aveva proposto 6 kg): si calcola che attualmente ogni famiglia europea produca una media di 14 chili l'anno di scarti Weee, e attualmente il 90% viene sotterrato o incenerito senza nessuna precauzione.

 

Una legge simile è in vigore in Giappone dall'inizio del 2001. Sotto l'amministrazione Clinton, le agenzie federali Usa guardavano con molta attenzione all'iter legislativo in Europa e in Giappone: nell'era Bush jr. la vigilanza si è molto allentata, ma il governo Usa ha introdotto l'anno scorso una legge che impone una tassa di 10 dollari per ogni Pc, portatile o monitor venduto sul territorio nazionale. Il denaro incassato con questa tassa è destinato alla costruzione di centri di raccolta, smaltimento e riciclaggio dei rifiuti informatici.

 

In effetti, per smaltire meglio è necessario agire ai due capi della catena: dal lato terminale avere efficienti infrastrutture di smistamento e riciclaggio, ma a monte costruire computer meno tossici e più facilmente riciclabili: molte ditte hanno già eliminato l'uso di colle tenaci e hanno sostituito viti, dadi e bulloni con pezzi a incastro; ridotto il numero di plastiche usate; e, soprattutto, hanno apposto a ognuna di esse un codice in modo da facilitarne lo smistamento.

 

Molte aziende americane specializzate in riciclaggio vendono i computer vecchi ai mercati minori, come Sud America ed estremo oriente (Giappone escluso). Così Hewlett-Packard ricicla 20.000 tonnellate di equipaggiamento elettronico all'anno e dispone di un proprio centro di riciclaggio. Ibm ha introdotto un servizio che consente ai clienti singoli o alle piccole imprese di mandare i propri computer a un centro di riciclaggio: la pubblicità dice che «per 29,95 dollari i clienti possono spedire ogni modello o tipo di computer via Ups a un centro di riciclaggio».

 

Questa pubblicità punta il dito su una della piaghe che rendono poco economico il riciclaggio: il costo del trasporto verso appositi centri. C'è poi la difficoltà di smistare tutti i singoli elementi. Le componenti dei calcolatori sono cambiate nel corso degli anni, ma un Pc attuale è fatto all'incirca di 40% di acciaio, 30-40% di plastica, 10% altri metalli (rame, oro, argento, cadmio, platino, tantalio). Il monitor aggiunge vetro e piombo. Le compagnie di riciclaggio devono innanzitutto smistare - a mano o con mezzi meccanici. I rottami di acciaio sono spediti alle fonderie per essere usati nelle auto, nei tondini da costruzione, ecc. Con l'alluminio si possono produrre lattine e lamine. I metalli pregiati vengono rivenduti ai dentisti, gioiellieri, e di nuovo ai costruttori di chip elettronici. Il rame riestratto può essere usato nei fili, nei cavi e negli stessi circuiti di nuovi computer. Il piombo riciclato finisce nelle batterie delle auto e nei film.

 

Plastica e vetro sono più difficili: il vetro piombato usato nei monitors non può essere riciclato, così è macinato e usato come abrasivo industriale o per fare asfalto. Il vetro senza piombo può venire invece triturato ed essere usato di nuovo come vetro. La plastica è ancora peggiore. Quelle vecchie contenevano vernici e metalli contaminanti. Ma non trovano molti sbocchi neanche le plastiche dei nuovi computer, che possono essere separate in flussi omogenei. Il punto nevralgico è il volume: per rendere vivibile il riciclaggio dei polimeri, dicono alla compagnia Mba Polymers, «dovremmo raccogliere 4 mila tonnellate di plastica l'anno», con una quantità minore il riciclaggio è in perdita. Ma oltre questa soglia, ci sono ampie possibilità di recupero. Per esempio, è stata prodotta una work-station le cui otto parti più importanti sono fatte al 100% di plastica riciclata e il cui involucro è fatto al 25% di plastica riciclata, anche da vecchi computer. I tubi catodici dei monitor dei computer pongono naturalmente gli stessi identici, drammatici problemi dei tubi catodici delle tv.

 

Ma al di là degli aspetti materiali e degli ostacoli economici, c'è tutto un versante psicologico nella «morte dei computer». Perché un frigorifero, una lavatrice, un televisore, una volta buttati, sono solo un pezzo di metallo e di plastica. E' facile immaginarli come le montagne arrugginite dei cimiteri di auto. Invece, nei circuiti integrati di un computer defunto sono ancora impresse le tracce più intime della nostra vita, confessioni d'amore, diari personali, scambi epistolari, appunti e note fuggitive che nelle configurazioni atomiche del silicio ancora giacciono lì (e che delle ditte specializzate sono d'altronde in grado di riesumare e riportare alla vita anche quando il computer è stato schiacciato da un tir). Per una specie, come la nostra, così incline ad antropomorfizzare qualunque entità, dagli dei ai gatti ai profili delle nuvole, umanizzare un computer è perciò una tentazione ancora più irresistibile, come ha espresso magnificamente Philip Dick quando si chiede: «Ma gli androidi sognano pecore elettriche?», che è il titolo del racconto da cui fu tratto il film Blade Runner. Perciò è lecito lasciarsi andare a fantasticare di cimiteri cibernetici e chiedersi dove mai riposano i computer quando i miliardi di byte dei loro hard disks sono ormai inerti e la Ram giace inanimata, non più percorsa da frequenze di megaherz.

 

PS. Guardo cosa viene buttato nei cassonetti per la raccolta differenziata sotto casa mia, e mi sento tutto matto: qui non si riesce a separare la carta dalle bottiglie e io mi pongo il problema del riciclaggio dei computer! Ricordo che il presidente dell'Ama di una città italiana con più di un milione di abitanti ammise con me al microfono di Rai 3 che sì, è vero, i prodotti della raccolta differenziata in Italia vengono spesso rimessi insieme e portati alla rinfusa all'inceneritore (quando non vengono spediti in Germania in lunghi treni). È l'ecologia all'italiana: i cassonetti per la raccolta differenziata sono sì disposti sulle strade, ma poi tutto finisce in discarica, spesso abusiva.

 

MARCO D'ERAMO

il manifesto, 14 Ottobre 2003

 

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