AMBIENTE

Rifiutare i rifiuti

 

Dimmi quanti rifiuti produci e ti dirò quanto sei ricco. Come scoprire che cambiare il modo di produrre e smaltire i rifiuti significa cambiare la società.

 

II grado di "sviluppo" di un Paese viene classicamente misurato con il Prodotto Interno Lordo (PIL), oppure con l'energia utilizzata pro capite. Ma si potrebbe anche considerare la quantità di rifiuti prodotti.

Anzi, la civiltà industriale forse proprio nei rifiuti trova il suo più autentico metro di misura, la caratterizzazione che la contraddistingue. Anche la civiltà agricola tradizionale aveva cognizione del prodotto e dell'energia necessaria al suo funzionamento. Non conosceva però il rifiuto, come non lo conoscono i processi biologici. Tutto era materia ed energia che in un modo o nell'altro rientravano nel ciclo naturale dell'attività agricola o della biosfera.

È con l'industrializzazione intensiva e i beni "durevoli" di consumo di massa, in particolare con la rivoluzione petrolchimica della plastica, che i rifiuti diventano un problema, prima nelle grandi città, poi nell'intera società contemporanea.

Per eccellenza "società dei rifiuti", quindi. Definizione più appropriata di quella corrente di "società dei consumi", perché, come ci ripete sempre Giorgio Nebbia, in realtà non "consumiamo" nulla, bensì trasformiamo beni materiali che consideriamo utili in altri che riteniamo inutili e quindi da gettare, i rifiuti per l'appunto.

Se il grado di "sviluppo" di un Paese si misura con la quantità di rifiuti prodotti, da come questi "rifiuti" vengono trattati si può dedurre il grado della nostra civiltà. Ecco allora la proposta di una critica della società della produzione e dello sperpero illimitati: dal "consumo critico" alla "critica del rifiuto".

 

Emergenza rifiuti

È uno stralcio del brano di presentazione del dossier, a cura del prof. Marino Ruzzenenti, dal titolo Dal consumo critico alla critica del rifiuto edito da Missione Oggi (maggio 2005).

Anche attraverso la lettura di questo documento si può comprendere come sia reale e impellente la necessità di cambiare rotta, di praticare percorsi di "decrescita" per cercare di condurre una vita più consapevole, rispettosa della Terra della quale non siamo i proprietari, ma che ci è data in prestito. Terra che dobbiamo curare e preservare per le future generazioni, ma anche per quelle popolazioni che dal "benessere" raggiunto nei Paesi occidentali hanno tratto solo un peggioramento delle loro condizioni di vita. È quanto emerge dal recentissimo Programma dell'ONU sullo Sviluppo (UNDP) in occasione del 60° anniversario dalla sua fondazione.

Dunque la corretta gestione del rifiuto diventa tema centrale per un possibile sviluppo che sappia coniugare etica, economia e ambiente. Il nostro Paese vive da tempo in una sorta di perenne emergenza che si presenta nei più svariati settori della vita sociale ed economia. Ne discende che l'attività dei responsabili della pubblica amministrazione è perlopiù rivolta alla gestione delle "emergenze" alle quali si risponde creando l'illusione che la politica si adoperi per affrontare i problemi che di volta in volta si presentano. Ma compito e dovere della politica è quello di prevenire e governare le problematiche in modo ben più consapevole e con lungimiranza.

 

Riprendiamoci il rifiuto

Succede allora che, per far malamente fronte a una trascinatissima "emergenza rifiuti", il ministro dell'Ambiente Altero Matteoli impone, quale taumaturgica terapia, la costruzione di ben 130 inceneritori sul territorio nazionale. Il trucco, o l'imbroglio, escogitato per farli passare come "termovalorizzatori", si nasconde nella voce A3 della nostra bolletta ENEL che vede il prelievo del 7%, a favore delle fonti di energia rinnovabile (Legge 9 del 1991 - Cip6). Ma la realtà è che i produttori privati di energia di tipo fossile, attraverso una interpretazione estensiva della norma, ove si fa riferimento alle energie assimilate, hanno ottenuto fino a oggi sovvenzioni valutate in circa trenta miliardi di euro. In Italia si insiste a parlare a casaccio di "termovalorizzazione" e di "recupero energetico", dimenticando di aggiungere che il nostro è l'unico Paese in Europa in cui l'incenerimento è sovvenzionato, mentre nel resto del continente è tassato a causa dei danni ambientali che produce.

Questa è solo la premessa per comprendere ciò che ha dato vita, e che continua a far crescere, la ferma opposizione che Nimby trentino ha deciso di mettere in campo contro la costruzione di un inceneritore di rifiuti a Trento. Un'opposizione costruttiva e di prospettiva che ha fatto dell'informazione il proprio leit motiv proponendo alla cittadinanza 10 convegni che hanno visto la presenza di 19 relatori, fra i massimi esperti nel settore, di fama nazionale e internazionale, 17 dei quali fuori provincia (si veda il sito http://www.ecceterra.org). L'opposizione al progetto dell'inceneritore a ridosso della città di Trento non nasce solo dalla accertata pericolosità dell'impianto, dalla sua inutilità e dalla sua diseconomicità, ma anche dalla convinzione che è possibile e necessario perseguire un'altra politica nella gestione dei rifiuti. Una politica che veda come elementi prioritari il riciclo e il recupero di materia e la partecipazione diretta, costruttiva e consapevole del cittadino. Il motto potrebbe essere "Riprendiamoci il rifiuto" in quanto "valore" nelle nostre mani. Le realtà amministrative, che hanno fatto della raccolta differenziata il loro punto di forza nella gestione dei rifiuti evitando la costruzione di inceneritori, hanno raggiunto punte di recupero e riciclo che si avvicinano all'80% con una diminuzione della tariffa in carico al cittadino, aumentando il livello culturale e di consapevolezza. La massima di Cartesio "Penso, dunque sono" potrebbe essere aggiornata con "Riduco i consumi, dunque sono".

 

Digiunare per opporsi

Nella "Catena del digiuno" Nimby trentino ha individuato una prima forma di opposizione "nonviolenta" contro la scelta di bruciare i rifiuti. Catena che finora ha visto l'adesione di circa 200 cittadini che a turno si sono passati il testimone fino a giungere al 540° giorno di digiuno. Un "terreno fertile" che ha consentito ai promotori dell'iniziativa di percorrere questo lungo cammino interiorizzando la responsabilità di rispondere alla fiducia in loro riposta da chi ha deciso di "rinunciare" al cibo per dimostrare la propria contrarietà al metodo imposto per la gestione dei rifiuti. Il coinvolgimento dei religiosi all'interno della catena riveste un significato importante in quanto essi sono tra i maggiori "portatori di interesse" nei confronti di chi non ha neppure l'occasione di produrne di rifiuti: i poveri, sempre più numerosi anche nel nostro Paese, e le popolazioni del Terzo mondo. La sensibilità di chi fa della difesa dei più deboli la propria missione, non può sottrarsi alle contraddizioni della nostra opulenta società che, imbambolata dagli eccessi, liquida il problema delegandolo a una impattante tecnologia che non risolve nulla, anzi lo perpetua, aggravandolo. Ecco allora che anche i religiosi hanno voluto testimoniare attraverso la loro adesione al digiuno, un convinto NO all'inceneritore quale rinuncia alle proprie responsabilità di cittadini.

 

Simonetta Gabrielli

Mosaico di pace, n° 10 anno XVI - novembre 2005

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