Relazione del consigliere provinciale Giorgio Viganò

Bilancio 2006

 

La relazione del nostro Presidente mi offre l’occasione per arricchire il dibattito intorno al tema della crescita economica, principale preoccupazione, se non addirittura ossessione, di ogni governo nazionale o locale e delle tradizionali parti sociali (imprenditori, sindacati, categorie…). Ne abbiamo avuto conferma in questi ultimi giorni con la presentazione delRapporto sulla situazione economica e sociale del Trentino e con la relazione annuale del Presidente della Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Trento.

Non lo faccio con spirito polemico, quanto piuttosto per “costruire disaccordi fecondi”, per dirla con il filosofo francese P. Viveret, al quale nel 2000 il governo Jospin affidò una “missione impossibile”: ripensare quel che nella vita umana rappresenta un valore e proporre, sulla base di questi criteri, un nuovo sistema di contabilità nazionale; un modo persottrarsi alla monocoltura del PIL, considerato ormai da molti un termometro malato.

Il metodo di “costruire disaccordi fecondi” si ispira ai principi enunciati da Jürgen Habermas, che vanno sotto il nome di “etica della comunicazione” o “della discussione”. In sostanza non è il conflitto che è nocivo per una collettività, ma la violenza; non è il disaccordo che è pericoloso in uno scambio, ma è l’equivoco e il processo alle intenzioni. Anche quando le differenti posizioni non trovano un loro superamento dinamico, il disaccordo (o i disaccordi) di uscita sono qualitativamente superiori a quelli formulati all’origine della discussione. (Viveret p.110)

Il passaggio principale sul quale cercherò di offrire un contributo è quello di pag. 5 della relazione del Presidente: "É del tutto evidente che il tema della crescita resta al centro delle nostre politiche. Siamo consapevoli infatti - su un piano etico, culturale e politico - della necessità di riconsiderare il modello di sviluppo delle nostre società occidentali. E guardiamo con grande interesse a tutte le iniziative che puntano a consumi più sobri; a stili di vita più responsabili; a forme di rapporto equo e solidale con il territorio e con il sud del pianeta. Tutte iniziative che ci siamo impegnati a sostenere con convinzione e con rispetto, anche perché proposte da ambienti ideali e culturali molto vicini a quelli anche della mia personale formazione. Siamo però convinti che il tema debba essere sviluppato nel senso di una crescita economica che sia funzionale alla crescita sociale ed umana, piuttosto che nel senso di una difficilmente sostenibile filosofia della decrescita". (sic!)

Due sono le domande di fondo che guideranno le mie riflessioni:

  • la crescita economica, pensata quasi esclusivamente in termini di aumento della produzione e dei consumi materiali, è davvero funzionale alla “crescita sociale ed umana” o non rischia, piuttosto, sul lungo periodo, di comprometterla?
  • La crescita economica può prescindere dal limite oggettivo rappresentato da un patrimonio naturale oggi progressivamente eroso da una “impronta ecologica” superiore alle capacità di rigenerazione della natura stessa?

E’ forte in molti la sensazione che la politica affidi troppo fideisticamente all’economia di mercato, con i suoi dogmi della competizione (“agguerrita” come ha detto il Presidente della Camera di Commercio...?), della produttività, dell’innovazione… la soluzione dei tanti problemi che affliggono il nostro Paese ed il mondo intero. Ma la scienza economica non fa miracoli; anzi, secondo due Nobel USA - J. Stiglitz e P. Samuelson - “si limita a fare previsioni che non sempre si avverano e, in ogni caso, deve sempre considerare anche gli scenari peggiori”. Mi ha molto colpito l’intervento del prof. Sapelli al convegno di Comano, nell'ottobre scorso, sul futuro della Cooperazione, che ha riconosciuto il sostanziale fallimento di una generazione di economisti che hanno creduto nelle possibilità di un capitalismo "ben temperato".

 

Excursus storico

In ordine alla prima domanda, oggi non mancano contributi interessanti che mettono in discussione le granitiche certezze del pensiero economico dominante. Vari economisti si soffermano sul cosiddetto “paradosso della felicità”. Non si tratta, per la verità, di novità assolute.

Quando il Presidente dice che la vera sfida ideale è quella di impegnarsi affinché siano sradicate le condizioni che condurrebbero alla trasformazione del concetto di comunità competitiva in un ossimoro, un paralizzante dialogo tra sordi, tra chi sostiene le esigenze della produzione della ricchezza e chi invece supporta le necessità di un sistema istituzionale di solidarietà sociale, pone una domanda antica, che risale al periodo dell’Illuminismo italiano del XIII secolo, napoletano e milanese, ed ancor prima al periodo dell’Umanesimo civile italiano, fiorentino in particolare.

D’altra parte, ragionare di questo, significa interrogarsi sulla natura del legame che unisce una comunità, una società nella sua storia e nella sua attualità, significa chiedersi se davvero, come scrissero i nord americani nella loro Carta Costituzionale, esiste un diritto alla felicità di ciascuno, cui i poteri pubblici debbono contribuire.

Ed è così che le migliori teorizzazioni economiche del ‘700, sfortunatamente poi sepolte sotto la coltre dell’individualismo trionfante promosso dal pensiero liberale classico, e neo liberista poi, nascevano fondate su una solidissima teorizzazione antropologica.

Non è quindi vero, come alcuni libri raccontano, che l’economia moderna nasce emancipandosi dall’etica, su un approccio banalmente utilitaristico. Non è vero che è bene ciò che è utile: questo non è competizione. E il fine dello sviluppo, pur in una fase di assenza di crescita e produzione di ricchezza, non è l’utile ma il benessere complessivo di tutti. Giova ricordare che l’uomo innanzitutto vuole essere felice e può esserlo solo assieme agli altri, in una società equa, giusta, libera ed eguale.

L’economia moderna, l’economia politica anglosassone o civile italiana, nacque quindi all’interno di ricche e complesse analisi sistematiche, che espressero la ricerca dell’interesse personale come passione compatibile con l’interesse comune, quindi in forte continuità con la tradizione che vedeva nella reciprocità la fondazione del civile. Quegli autori, con un’intuizione di grande avanguardia, pur se poi abbandonata, non opposero all’interesse la benevolenza o l’altruismo, ma dissero che l’interesse personale o la felicità privata, sono solo una faccia della medaglia, di cui l’altra è occupata dagli interessi degli altri.

La pubblica felicità fu la norma che assunse nel Settecento italiano la tradizione civile dell’economia; sotto quella espressione un po’ romantica si nasconde un fiume carsico di grande portata che riemerge oggi in varie forme. L’intera struttura metodologica dell’economia moderna fino alla svolta neoclassica di fine Ottocento, è in stretta continuità con l’antica tradizione civile del periodo umanista. La “pubblica felicità” non fu un prodotto culturale dell’Illuminismo francese, poi esportato in Italia e in tutto il mondo, come i libri di storia normalmente ci raccontano. L’espressione “pubblica felicità”, infatti, compare nel titolo di un libro del modenese Ludovico Antonio Muratori nel 1749 (in Della pubblica felicità). Nella premessa di quel libro ritroviamo le tesi chiave dell’umanesimo civile.L’interesse privato non si risolve naturalmente in pubblica felicità, essendo questa il frutto delle virtù civili. La tradizione della pubblica felicità va quindi considerata una gemmazione dell’umanesimo civile italiano.

Da Muratori in avanti, le varie scuole italiane (toscana, veneziana, napoletana e soprattutto milanese), ripresero l’espressione al punto di diventare lo slogan della nascente scuola italiana di economia civile o, come ama dire Verri, economia pubblica. L’aggettivo pubblico che veniva associato a felicità è molto importante: a differenza dell’uso oggi corrente che lo associa all’intervento del Governo o delle amministrazioni pubbliche, in quegli autori dire che la felicità era pubblica significava riconoscere che, diversamente dalla ricchezza, la felicità può essere goduta solo cone grazie agli altri.

Inoltre questa felicità è pubblica perché riguardava non tanto la felicità dell’individuo in quanto tale, ma aveva a che fare con le precondizioni istituzionali e strutturali che permettono ai cittadini di sviluppare la loro felicità individuale: l’economista civile, quindi, non vuole insegnare alle persone l’arte di essere felici, ma indica al governante o al politico le precondizioni da assicurare per far sì che ciascuno possa fiorire come persona. O come diceva Verri, per rimuovere le cause dell’infelicità.

L’idea di felicità relazionale e pubblica e quindi il suo indissolubile rapporto con le virtù civili e la sua logica paradossale è dunque un’importante caratteristica e un elemento di peculiarità dell’approccio italiano alla felicità, originale rispetto sia agli autori di oggi, sia a molti degli autori del tempo, influenzati dalla filosofia edonista e sensista, senza però essere saldamente attaccati alla tradizione umanista. La felicità della tradizione dell’economia civile è pubblica infine, perché ha a che vedere con il bene comune, che è il fine dell’attività di governo, della scienza dell’amministrazione, e deve quindi diventare l’ideale del buon governo.

Si dirà che si tratta di esperienze minoritarie, passate, superate dalle teorizzazioni classiche del liberalismo economico ottocentesco. In realtà, non è vero, anche se può sembrare così.

In una sentenza della nostra Corte Costituzionale (n. 75 del 1992, in una controversia diretta tra Stato e Province Autonome di Trento e Bolzano) si legge:“l’altruismo costituisce un modo di essere della persona nell'ambito dei rapporti sociali o, detto altrimenti, un paradigma dell'azione sociale riferibile a singoli individui o ad associazioni di più individui...

Quale modello fondamentale dell'azione positiva e responsabile dell'individuo che effettua spontaneamente e gratuitamente prestazioni personali a favore di altri individui, ovvero di interessi collettivi degni di tutela da parte della comunità, il volontariato rappresenta l'espressione più immediata della primigenia vocazione sociale dell'uomo, derivante dall'originaria identificazione del singolo con le formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità e dal conseguente vincolo di appartenenza attiva che lega l'individuo alla comunità degli uomini.

Esso è, in altre parole, la più diretta realizzazione del principio di solidarietà sociale, per il quale la persona è chiamata ad agire non per calcolo utilitaristico o per imposizione di un'autorità, ma per libera e spontanea espressione della profonda socialità che caratterizza la persona stessa. Si tratta di un principio che, comportando l'originaria connotazione dell'uomo uti socius, è posto dalla Costituzione tra i valori fondanti dell'ordinamento giuridico, tanto da essere solennemente riconosciuto e garantito, insieme ai diritti inviolabili dell'uomo, dall'art. 2 della Carta costituzionale come base della convivenza sociale normativamente prefigurata dal Costituente. Della natura di tali diritti fondamentali il volontariato partecipa: e vi partecipa come istanza dialettica volta al superamento del limite atomistico della libertà individuale, nel senso che di tale libertà è una manifestazione che conduce il singolo sulla via della costruzione dei rapporti sociali e dei legami tra gli uomini, al di là di vincoli derivanti da doveri pubblici o da comandi dell'autorità”.

Dire economia nel Settecento significa, dunque, necessariamente dire Italia e un filone di studi che richiama gli interrogativi che oggi noi ci poniamo, essendo gli stessi di allora. È una tradizione che trova oggi una delle sue migliori espressioni negli studi e nelle proposte di economisti come Bruni e Zamagni.

 

Paradosso della felicità

Ma torniamo al concetto di “paradosso della felicità”. Esso nasce dal fatto che le persone, a causa di errate rappresentazioni, investono troppe risorse per aumentare il consumo di beni materiali (o beni posizionali) e questo investimento errato, lungi dal portare felicità, crea effetti collaterali (esternalità) negativi in altre aree (o domini) della vita umana, in particolare la vita familiare e relazionale, dai quali dipende in larga misura la nostra felicità. Una quantità di tempo spropositata è destinata al perseguimento di obiettivi monetari a spese della vita familiare e della salute e il benessere soggettivo si riduce rispetto al livello atteso, (Bruni-Porta p.17) al punto che le nostre società sperimentano “una carestia di tempo nel bel mezzo dell’abbondanza”.

Molte indagini dimostrano che nei paesi più ricchi, a partire dagli anni ’70, al progressivo aumento del PIL non corrisponde più un analogo aumento della felicità o della soddisfazione dei cittadini, il cui indice rimane sostanzialmente inalterato, se non addirittura in lieve calo negli ultimi anni. Si veda ad es. l’Indice di Progresso Autentico (Genuin Progress Indicator) proposto da Herman Daly, o l’Indice della Sanità Sociale di Putnam, o il Prodotto Interno Dolce utilizzato in Canada, o ancora il Rapporto ONU sullo Sviluppo Umano, secondo il quale oltre una certa soglia di reddito pro-capite, ogni ulteriore incremento di reddito non produce un aumento della soddisfazione.

All’interno della teoria economica la branca che appare naturalmente candidata alla spiegazione del tradimento delle promesse della crescita di maggior felicità e tempo libero è la teoria della crescita. Purtroppo sull’argomento essa segnala un assordante silenzio. Questa teoria, basata su accumulazione e progresso tecnico è incapace di spiegare il paradosso della felicità perché racconta una storia parziale. La storia cioè secondo cui i beni che per una generazione sono beni di lusso divengono beni standard per la generazione successiva e bisogni assoluti per quella che segue ancora. La storia della crescita economica è ovviamente piena di esempi di questo tipo. Ma l’altro lato della storia è quello di beni liberi che divengono beni scarsi e costosi per la generazione successiva e beni di lusso per quella che segue ancora. Un mondo in cui il silenzio, l’aria pulita, un bagno in un mare o in un lago pulito, passeggiate piacevoli divengono un privilegio dei luoghi incontaminati e dei paradisi tropicali è un mondo che tende a spendere risorse considerevoli per evadere dagli ambienti invivibili che ha costruito. Quelle periodiche migrazioni di massa dette vacanze estive (o natalizie) osservabili nei paesi ricchi o il fatto che per molti paesi poveri il turismo dei paesi ricchi sia divenuto una risorsa importante potrebbero non essere un segno dell’aumento degli standard di vita, ma essere la risposta a un deterioramento della qualità della vita. (S. Bartolini p.220.227)

C’è un altro aspetto: l’economia mercantile sembra iscriversi nella logica di guerra economica, che condanna all’esclusione, alla miseria e spesso alla morte i perdenti di questo gioco pericoloso. La prova che siamo più nell’ordine passionale e non tanto in quello dei bisogni e della razionalità è che questa guerra, che ci viene presentata come legata a logiche di scarsità e di sopravvivenza, si situa nel contesto dove i bisogni fondamentali di sei miliardi di esseri umani potrebbero essere soddisfatti con un minimo di razionalità nell’organizzazione delle risorse. Una cifra fornita dal UNDP riassume da sola il problema: le spese annuali di pubblicità (questa sì una vera “intossicazione”, con oltre 500 md $/anno, ormai il secondo business a livello mondiale dopo quello delle armi che è tornato vicino ai 1000 md.$) rappresentano quasi dieci volte l’ammontare delle somme che sarebbero necessarie per sradicare la fame, permettere l’accesso all’acqua potabile a tutti gli esseri umani, alloggiarli decentemente, combattere le grandi epidemie. Questo rapporto di uno a dieci indica la malattia e il malessere (o il mal vivere) delle società materialmente ricche, ma a tal punto depresse che, secondo uno studio recente dell’Ufficio internazionale del lavoro, si arriva a constatare i costi dello stress al 3% del PIL dei Paesi ricchi. (Viveret p.61)

Emblematici a questo riguardo sono gli indicatori riguardanti, ad esempio, la diffusione della depressione mentale o i suicidi, che conducono agli stessisconfortanti risultati. La riduzione del benessere è tutt’altro che un fenomeno trascurabile. Questo richiama la necessità di interventi di politica attiva e di un ripensamento di politiche rivolte esclusivamente a massimizzare la crescita del benessere materiale. (M. Pugno p.192-3)

 

Impronta ecologica

In ordine alla seconda domanda (se la crescita economica può prescindere dal limite oggettivo delle risorse del patrimonio naturale), la vera sfida di oggi è come soddisfare il desiderio della gente di continuare ad avere delle vite ricche e prospere, rendendoci conto allo stesso tempo che abbiamo un solo pianeta. Quanta natura abbiamo a disposizione e quanta ne usiamo? Gli interessanti studi sulla Produzione Primaria Netta (cioè la capacità di produrre biomassa da parte della natura) ci dicono che approssimativamente il budget che la natura mette a disposizione di ciascuna persona è di 1,8 ettari globali. Ma la nostra “impronta ecologica”, ovvero l’area necessaria per fornire i servizi che usiamo in un anno, la superficie che occupiamo per il cibo, per le fibre, per le nostre città, per assorbire CO2, ecc… arriva già mediamente a 2,2 ettari, quindi stiamo andando più veloci di almeno il 20% rispetto a quello che la natura può rigenerare ed è ciò che stiamo facendo da circa 20 anni. Il dato dell’impronta ecologica è disponibile per circa 150 Paesi: l’Italia ha un’impronta ecologica di 3,8 ettari a persona (vedi libro p.100) e per quanto riguarda il Trentino è addirittura superiore, stando allo studio preliminare di qualche anno fa del prof. Diamantini del Dipartimento di Ingegneria ambientale di Trento (perso nei cassetti?).

Quando si oltrepassa il limite, non succede nulla di particolare per farcene accorgere. I limiti non sono come un muro contro il quale si va a sbattere. In sostanza, però, è come dare fondo ai gioielli di famiglia. Il futuro, probabilmente, non sarà diviso più così tanto tra destra e sinistra, ma molto di più tra chi accetta il limite ecologico e chi non lo accetta. Non saremo divisi tra paesi in via di sviluppo e paesi sviluppati, saremo divisi tra creditori ecologici e debitori ecologici. I paesi creditori sono quelli che hanno un’impronta ecologica inferiore alla propria biocapacità. È necessario, quindi, ridurre la pressione umana, ma dobbiamo farlo in modo adeguato, altrimenti ci saranno altri conflitti. (M. Wackernagel p.95ss)

Certo la tecnologia, l’innovazione ed una maggiore efficienza potranno dare una mano. Qualche esempio. Se in tutto il mondo si decidesse di rimpiazzare entro i prossimi tre anni tutte le vecchie lampadine a incandescenza, con lampadine fluorescenti, l’investimento farebbe risparmiare circa il 30% delle bollette energetiche all’anno. Con lo sviluppo delle fonti eoliche off-shore, entro il 2020 l’Europa potrebbe soddisfare i suoi bisogni energetici. Nel 1991 il Dipartimento Americano per l’Energia fece un inventario delle potenzialità eoliche degli Stati Uniti, mettendo in evidenza che tre degli Stati più ricchi di vento (Nord Dakota, Kansas e Texas) avevano energia eolica sufficiente a soddisfare l’intero fabbisogno energetico nazionale (con le nuove turbine eoliche oggi si potrebbe fare addirittura meglio!). (L. Brown p.86)

Ma gli sforzi per conciliare i due imperativi contradditori della crescita e del rispetto dell’ambiente, sforzi che si possono riassumere in quattro punti - ecoefficienza, dematerializzazione, progressi futuri della scienza, sostituibilità dei fattori - potrebbero non bastare, da una lato perché i vantaggi prodotti da una maggiore efficienza vengono sistematicamente annullati dall’aumento costante dei consumi nei paesi più ricchi; dall’altro perché oggi si affacciano sul mercato mondiale Paesi popolosi impegnati a replicare il nostro stesso modello di sviluppo e la cui domanda di beni ed energia potrebbe far esplodere una crisi alimentare ed energetica di vaste proporzioni.

Ed allora non è fuori luogo fare spazio anche alle ipotesi di quel filone economico che va sotto il nome di de-crescita sostenibile e conviviale, che non è “una difficilmente sostenibile filosofia”, ma un’opportunità da prendere in seria considerazione. Per Ivan Illich la fine programmata della società della crescita non sarebbe necessariamente un male. C’è una buona notizia, dice Illich: la rinuncia al nostro modello di vita non è affatto il sacrificio di qualcosa di intrinsecamente buono per il timore di incorrere nei suoi effetti collaterali nocivi; un po’ come quando ci si astiene da una pietanza squisita per evitare difficoltà di digestione. Di fatto quella pietanza è pessima di per sé e avremmo tutto da guadagnare facendone a meno.

Vivere diversamente per vivere meglio, dunque. Ma tutto questo purtroppo non basta a farci cambiare direzione. Se bisogna fare di necessità virtù, conviene considerare per le società del Nord la decrescita come un obiettivo da cui è possibile trarre vantaggi. La decrescita non deve essere concepita come la crescita negativa, piuttosto come una a-crescita (come si parla di a-teismo) perché si tratta precisamente di abbandonare una fede, una religione dell’economia della crescita e dello sviluppo.

Conviene allora precisare i contorni di ciò che potrebbe essere una società di non crescita. Una politica di decrescita potrebbe consistere dapprima nella riduzione o soppressione dei corollari negativi della crescita, che va dalle spese della pubblicità a quelle delle medicine contro lo stress. Poi la rimessa in questione del considerevole volume di spostamenti di uomini e merci sul pianeta col conseguente impatto negativo sull’ambiente. Infine la questione del rapido invecchiamento dei prodotti e degli utensili usa e getta senza altra giustificazione che quella di far girare sempre più velocemente la megamacchina infernale. Questi semplici punti costituiscono delle importanti riserve di decrescita nei consumi di materiali. (S. Latouche p.163ss)

Un secondo stadio di strategia è quello di orientare i consumi e gli investimenti verso prodotti a minore impatto e verso servizi come la cura e la salvaguardia del patrimonio artistico, la produzione culturale, la difesa e la cura dell’ambiente, la cura degli spazi urbani, la prevenzione e la protezione da eventi catastrofici. Occorre riorganizzare la vita in termini di orari, spostamenti, aumento del tempo libero, nuove opportunità occupazionali in settori non mercantili. (A. Masullo p.147ss)

Vanno in questa direzione “tutte le iniziative che puntano a consumi più sobri; a stili di vita più responsabili; a forme di rapporto equo e solidale con il territorio e con il sud del pianeta”, ma lo fanno con l’ambizione di sottrarsi al mito della “crescita economica”. Pochi giorni fa Romano Prodi, in un’intervista radiofonica con un’emittente bolognese ha detto: “La sobrietà che era legata alla società contadina dovrebbe tornare ad essere legata anche alla società moderna, perché le risorse sono limitate... Occorre ripristinare tali comportamenti a livello collettivo e generale perché il risparmio delle risorse è fondamentale per tutti”.

I nostri tempi e gli anni che abbiamo davanti sono densi di sfide importanti, per le quali i tradizionali strumenti economici potrebbero non bastare. Per questo non guasterebbe un po’ di apertura ai nuovi filoni di pensiero economico e ambientale.

 

In conclusione:

  • perché non riprendere e valorizzare lo studio sull’impronta ecologica del Trentino, che aiuterebbe acollocare nella giusta luce i diversi rapporti sulla situazione economica della nostra comunità provinciale?
  • Perché non realizzare un’approfondita ricerca sulla “felicità pubblica” della popolazione trentina?
  • Perché non promuovere d’intesa con l’Università (in particolare Economia e Ingegneria ambientale) un ciclo di appuntamenti per conoscere e approfondire le branche dell’economia civile e della decrescita sostenibile e conviviale?
  • Ma, soprattutto, perché non pensare ad un tavolo permanente di confronto e lavoro sulle prospettive dello sviluppo, tema che a mio avviso sarà la vera grande sfida per una politica responsabile?

 

Non ho intenzione di presentare alcun ordine del giorno. Più semplicemente affido queste proposte al Presidente e alla Giunta, fiducioso che qualcuna possa essere raccolta e fatta propria.

 

Bibliografia:

- Patrick Viveret, Ripensare la ricchezza, Terredimezzo ed.

- L. Bruni e S. Zamagni, Economia civile, Il Mulino

- A cura di Bruni e Porta, Felicità ed economia, Guerini e Associati

- AA.VV., Economia e ambiente, EMI

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