Dopo la guerra

La guerra in Iraq, l'aggressione al suo popolo e l'occupazione delle sue città finiranno, prima o dopo. Questo corso è già iniziato: si profilano i primi segni di rivolta al Congresso americano; appaiono sulla stampa i primi articoli di fondo che chiedono il ritiro da quel paese; lentamente ma costantemente il movimento contro la guerra cresce ovunque negli Stati Uniti. I sondaggi d'opinione mostrano ora che il paese è decisamente contrario alla guerra e al governo Bush. La cruda realtà è ormai evidente: le nostre truppe devono tornare a casa. E mentre lavoriamo con sempre maggiore determinazione perché ciò si avveri, non dovremmo pensare al dopoguerra? Non dovremmo incominciare a pensare, anche prima che questa guerra vergognosa finisca, a por fine alla nostra mania di ricorrere alla cieca violenza e ad usare invece l'enorme ricchezza del nostro paese per i bisogni dell'umanità?

In altre parole: non dovremmo incominciare a parlare di farla finita con la guerra - non solo con questa o quella guerra, ma con la guerra in sé stessa? Forse è davvero arrivato il momento di finirla con la guerra e di avviare l'umanità sul sentiero della guarigione e della salute.

Un gruppo di personalità internazionali, stimate sia per le loro capacità che per la loro dedizione al servizio dei diritti umani (Gino Strada, Paul Farmer, Kurt Vonnegut, Nadine Gordimer, Eduardo Galeano, e altri) lanceranno fra poco una campagna mondiale per reclutare decine di milioni di persone in un movimento per la rinuncia alla guerra, con la speranza di arrivare al punto in cui ai governi - di fronte alla resistenza popolare - sarà difficile o impossibile impegnarsi in nuove guerre.

Contro questa possibilità si solleva una persistente argomentazione, che ho sentito da persone di qualsiasi persuasione politica: non riusciremo mai ad eliminare la guerra perché essa ha origine nella natura umana. La più efficace risposta a questa opinione ce la dà la storia. I popoli non si sono mai precipitati a muovere guerra ad altri popoli; è successo invece che i governi hanno dovuto lusingare i giovani con promesse di denaro, di istruzione, di una vita militare che gli avrebbe consentito di ottenere quel rispetto e quella elevazione sociale che le loro modeste condizioni di vita gli impedivano di raggiungere. E se queste lusinghe non funzionavano i governi usavano la coercizione, costringendo i giovani al servizio militare e minacciandoli di cacciarli in galera se non obbedivano. Non solo. I governi hanno dovuto persuadere i giovani e le loro famiglie che se da soldati morivano, o ritornavano mutilati, tutto questo era per una nobile causa, per la gloria di Dio e del loro paese.

Quando si guarda alla serie ininterrotta di guerre in questo secolo, è evidente che non è la gente comune a chiederle - anzi, vi oppone resistenza. E allora essa viene bombardata da esortazioni che fanno appello non ad istinti aggressivi, ma al desiderio di fare del bene, di diffondere la democrazia o la libertà, o di abbattere un tiranno.

Il presidente americano Woodrow Wilson scoprì che i suoi concittadini erano così riluttanti ad entrare nella prima guerra mondiale che dovette investirli di propaganda ed imprigionare i dissidenti per riuscire a spingere il paese nel macello che stava avvenendo in Europa.

E' vero, ad entrare nella seconda guerra mondiale c'era un forte imperativo morale che ancora risuona fra la maggior parte degli americani e che mantiene la reputazione di quel conflitto come di una "guerra giusta": bisognava sconfiggere il mostro fascista. E' stata questa convinzione che mi ha spinto ad arruolarmi nell'aviazione e a compiere missioni di bombardamento sull'Europa. Solo alla fine della guerra incominciai a dubitare della purezza di quella crociata morale. A scaricare bombe da un'altezza di 8 mila metri non si vedono le persone, non si sentono le loro grida, non si vedono i corpi smembrati dei bambini. Ma ora dovevo pensare a Hiroshima e Nagasaki, e alle bombe incendiarie che avevano distrutto Tokyo e Dresda, e alle 600 mila vittime civili in Giappone e al numero analogo in Germania.

Giunsi a una conclusione sulla condizione psicologica dei militari e di me stesso. Una volta che avevamo deciso, all'inizio, che noi eravamo dalla parte del bene e che gli altri erano da quella del male, una volta che avevamo fatto questo ragionamento semplice e semplicistico non c'era più bisogno di riflettere. E a quel punto potevamo commettere crimini abominevoli e pensare che andava bene così. Incominciai a pensare alle motivazioni delle potenze occidentali e della Russia di Stalin, chiedendomi se davvero fossero tanto preoccupate per il fascismo o non piuttosto per la perdita dei loro imperi, della loro stessa potenza - e se non era per questo, allora, che avevano preferito bombardare obiettivi militari invece che distruggere le linee ferroviarie che conducevano ad Auschwitz. Sei milioni di ebrei furono uccisi nei campi di sterminio (o forse fu consentito che fossero uccisi?). Se ne salvarono solo 60 mila - l'uno per cento.

Il mitragliere di un altro equipaggio, che era professore di storia e che diventò mio amico, mi disse un giorno: "Sai, questa è una guerra imperialista. I fascisti sono il male, ma noi non siamo molto meglio". Allora non potevo accettare questo giudizio, ma non riuscii a dimenticarlo. La guerra, fu la conclusione a cui giunsi, crea insidiosamente una moralità comune a tutte le parti coinvolte: avvelena chiunque ne sia parte, per quante differenze ci siano tra di loro; trasforma tutti in assassini e torturatori - come vediamo oggi; pretende di voler abbattere i tiranni, e può anche riuscirci, ma le persone che essa uccide erano proprio le vittime di quei tiranni; sembra ripulire il mondo dal male, ma questo risanamento non dura perché la guerra stessa produce nuovo male. La guerra, come la violenza in generale - questa la conclusione a cui sono giunto - è come una droga: i primi momenti sono di esaltazione, di emozione di vittoria; ma tutto ciò si affievolisce e si arriva alla disperazione.

Riconosco la possibilità di un intervento umanitario per evitare delle atrocità, come in Ruanda. Ma bisogna resistere alla guerra come ammazzamento indiscriminato di un gran numero di persone.

Quale che sia l'opinione sulla seconda guerra mondiale, considerandone la complessità, le circostanze delle guerre che seguirono - Corea, Vietnam, ecc. - erano talmente diverse da quelle di una vera minaccia da parte della Germania e del Giappone, che potevano essere giustificate solo ricorrendo allo splendore della "guerra giusta". L'ossessione del comunismo portò al maccartismo negli Stati Uniti e agli interventi in Asia e in America Latina (in maniera aperta oppure subdola), giustificati da una "minaccia sovietica" che era esagerata per poter mobilitare per la guerra.

Peraltro quella del Vietnam si rivelò un'esperienza salutare, perché gli americani, nel corso dei numerosi anni che durò, incominciarono a scoprire le menzogne che erano state dette per giustificare tutto quel bagno di sangue. Gli Stati Uniti furono costretti a ritirarsi da quel paese - e non fu la fine del mondo. La metà di un piccolo paese del sud-est asiatico si unì ora all'altra metà, comunista - e 58 mila vite americane e milioni di vite vietnamite erano state distrutte per evitare quell'esito.

La maggioranza degli americani aveva finito con l'opporsi a un conflitto che aveva provocato il più grande movimento contro la guerra nella storia del loro paese. La guerra del Vietnam finì con gli americani stufi di guerre. Credo che essi ritornarono ad uno stato più naturale per loro, una volta che l'offuscamento causato dalla propaganda fu dissipato. I sondaggi d'opinione indicavano che i cittadini americani erano contrari a mandare truppe in qualsiasi parte del mondo e per qualsiasi ragione. L'"establishment" si allarmò e il governo si propose di superare quella che chiamava la "sindrome del Vietnam" - l'opposizione all'intervento militare all'estero era considerata una malattia da curare. E così svezzarono l'opinione pubblica da quell'atteggiamento "insano" mediante un più severo controllo dell'informazione, la rinuncia alle chiamate di leva, e le brevi ed efficaci missioni di guerra contro paesi deboli (Grenada, Panama, Iraq) che non davano il tempo ai cittadini di sviluppare un movimento di opposizione.

Secondo me la fine della guerra del Vietnam consentì agli americani di scrollarsi di dosso la "sindrome della guerra" (un malattia innaturale al corpo umano), ma poterono essere infettati ancora, e gli attacchi dell'11 settembre diedero al governo questa opportunità. Il terrorismo diventò la giustificazione della guerra - ma la guerra stessa è terrorismo: produce furia e odio, come vediamo adesso.

La guerra in Iraq ha rivelato l'ipocrisia della "guerra al terrorismo" e il governo degli Stati Uniti - anzi ogni governo - si è dimostrato indegno della fiducia, nel senso che non gli si può affidare la sicurezza degli esseri umani, o quella del pianeta, o la custodia della sua aria, delle sue acque, delle sue ricchezze naturali, o il risanamento della povertà e delle malattie; non ci si può fidare delle sue capacità di affrontare l'allarmante crescita di disastri naturali che affliggono così tanti dei sei miliardi di persone che abitano su questa terra.

Non credo che il nostro governo riuscirà a fare come fece dopo il Vietnam - preparare la popolazione a nuove imprese di violenza e di disonore. Pare a me che quando la guerra in Iraq finirà, e si guarirà dalla sindrome della guerra, ci sarà una grande opportunità per rendere permanente questa guarigione.

La mia speranza è che la memoria della morte e del disonore sarà così intensa che gli americani saranno nella condizione di ascoltare il messaggio che anche il resto del mondo - reso sobrio dalle guerre senza fine - capisce: che il nemico della razza umana è la guerra stessa. I governi resisteranno a questo messaggio, ma il loro potere dipende dall'obbedienza dei cittadini: senza di questa i governi sono impotenti - lo si è visto di continuo nella storia.

L'abolizione della guerra è diventata non solo desiderabile, ma assolutamente necessaria se vogliamo salvare il nostro pianeta. E' arrivato il momento di realizzare questa idea.  

 

Howard Zinn

da The Progressive

Traduzione per Megachip di Lucio Sponza

 

www.megachip.info, 26 gennaio 2006

 

Cerca

Aggiornamenti

Aggiornati

Inserisci il tuo indirizzo e-mail.  Sarai avvisato ad  ogni aggiornamento  di Ecce Terra.

Inserisci