Proteste trentine

Contro l’inceneritore come Gandhi: in 689 a digiuno per un giorno

 

TRENTO. Uno sciopero della fame così lungo potrebbe meritare l’interesse di scienziati di mezzo mondo. Dal 21 marzo 2004, quasi due anni filati di digiuno, giunto oggi al giorno 689 (in lettere: seicentottantanove). Per protestare contro il progetto di un inceneritore che la Provincia di Trento vuole costruire a fianco dell’autostrada del Brennero. Senza cibo è l’architetto Carlo Sevegnani, professore all’Istituto statale d’arte Vittoria di Trento. Un’enorme resistenza fisica che supera ogni possibilità di resistenza umana? Un’abnegazione che non ha confronti nemmeno con gli anacoreti d’India? “No, una buona organizzazione e tanti amici che a turno si sono già prenotati fino a metà marzo”, sorride Simonetta Gabrielli, impiegata alla Camera di commercio e presidente dell’associazione Nimby trentino. I turni: già, il professor Sevegnani (per quanto motivato dall’opposizione all’inceneritore) non è al 689° giorno di digiuno personale, ma oggi è il 689° scioperante della fame nella Catena del digiuno. Ieri non ha mangiato il maestro Ezio Ferretti delle elementari De Gaspari di Trento; domenica è rimasta a secco la maestra Emanuela Taddia (687^); sabato la maestra Bruna Mattarei. Uno al giorno, senza cibo per un giorno.

Per questo motivo il superdigiuno dei trentini suscita non le attenzioni dell’arte medica bensì le curiosità più prosaiche dei cronisti.

L’abnegazione, comunque, ci vuole. Adriano Rizzoli (53 anni, geometra, vicepresidente dell’associazione Nimby trentino) si è passato per protesta ventotto interminabili giorni consecutivi senza cibo. “Dopo un paio di giorni, la fame giurassica scompare e la mente acquisisce una lucidità spiccata. I pensieri sono nitidissimi”. La lucidità è un’esperienza confermata da tutti i digiunatori di lungo corso. Come Fabrizio Forti, francescano al convento dei Cappuccini di Trento, un altro contestatore contro l’inceneritore. Alla catena del digiuno hanno partecipato undici religiosi, già addestrati alle rinunce. E’ il caso delle suorine del convento di Arco di Rovereto. Padre Fabrizio, impegnato “nel sociale” (dice messa in carcere e gestisce una mensa per i poveri), socchiude gli occhi e parla ispirato contro l’impianto: “In difesa di una dignità derisa e di un ambiente calpestato. Francesco aveva attualizzato il messaggio evangelico con il suo ”Laudato si’ mi Signore, per frate vento, et aere”, già allora contro l’inquinamento dell’aria”.

Ed ecco l’inceneritore, oggetto marginale in questo articolo dedicato non alle infrastrutture ma al fenomeno dell’opposizione alle infrastrutture. Da anni la Provincia - guidata dal presidente Lorenzo Dellai (Margherita) il “principe vescovo” al centro dell’attività politica trentina - e l’azienda di servizi di igiene urbana Trentino Servizi (i principali azionisti sono i Comuni di Trento e Rovereto e l’Asm Brescia) progettano un grande inceneritore capace di produrre elettricità. Due anni fa un referendum aveva, con l’astensione di due terzi dei votanti, nei fatti approvato il progetto. Ma l’impianto - che sorgerà sotto un’alta parete di roccia friabile, a fianco dell’autostrada, dell’Adige e soprattutto a fianco dell’impressionante montagna di “ecoballe” di rifiuti accumulati negli anni - è contestato soprattutto dai paesi vicini, come i viticoltori di Mezzocorona con la piana rotaliana (vi si producono lo spumante Rotari e il Teroldego). Sono certi che l’inceneritore renderà irrespirabile l’aria di Trento. Quali alternative all’inceneritore offre il Nimby trentino? Raccolta differenziata, riciclaggio e uno stile di vita più sobrio.

 

Jacopo Giliberto

Il Sole 24 ORE, 7 febbraio 2006

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