Nimby boom

Ambiente - Anche in Italia dilaga la protesta siglata Not in my back yard,

"non dietro casa mia".

Nel mirino, più di 200 grandi opere

 

Al pensiero del gigantesco parallelepipedo di cemento - il pilastro del Ponte sullo Stretto che sorgerà a cento metri dalle sue finestre, a Messina - gli vengono i brividi. "Ho speso tutto per comprare la casa dei sogni. Ora è su un cantiere", sospira Emilio De Domenico, 57 anni, che insegna Oceanografia biologica all'Università di Messina e partecipa attivamente alla Rete No Ponte, il coordinamento dei comitati di cittadini contro l'opera. "Questo tratto di mare è unico al mondo, una rotta migratoria per pesci e mammiferi marini, un monumento alla biodiversità. I cantieri verseranno sabbia e altro in acqua, danneggiando sedimenti pregiati".  Oltre al Ponte sullo Stretto, sono circa 200 le opere oggi contestate in Italia: impianti per lo smaltimento dei rifiuti, centrali elettriche e a carbone, ripetitori, siti industriali, antenne per la telefonia mobile, cave, parchi eolici, termovalorizzatori, rigassificatori, elettrodotti, ferrovie, autostrade. Dal Piemonte alla Sicilia il fenomeno Nimby, acronimo dell'espressione inglese not in my back yard, "non dietro casa mia", si allarga a macchia d'olio. Le manifestazioni si intrecciano, Internet fa da acceleratore. Le battaglie proseguono in tribunale, e a volte conquistano le pagine dei giornali: i "No Tav" in Val di Susa, i "No Mose" in Veneto contro il sistema di dighe mobili in laguna per salvare Venezia dall'acqua alta, i "No coke" contro la centrale a carbone a Civitavecchia, le contestazioni al deposito di scorie nucleari a Scanzano Jonico, in Basilicata, o contro i termovalorizzatori, in Campania. Beppe Grillo, nel suo blog (www.beppegrillo.it) rilancia le proteste e apre nuove discussioni.  

La "sindrome" - definizione che non piace agli ecologisti - Nimby nasce negli Usa a metà anni Cinquanta, all'epoca delle Freeway Revolts di Santa Rosa, in Florida, e nei Sessanta, ai tempi dei sit-in per bloccare la costruzione delle autostrade intorno alla baia di San Francisco. Con il passare degli anni, il fenomeno si è radicalizzato e gli acronimi moltiplicati: Banana, Build absolutely nothing anywhere near anyone ("non costruire nulla in nessun luogo vicino a nessuno"), Cave, Citizens against virtually everything ("cittadini contro tutto"), Nope, Not on planet Earth ("non sul pianeta Terra") e così via. "Nimby è un problema generale delle democrazie occidentali", spiega Luigi Bobbio, docente di Analisi delle politiche pubbliche all'Università di Torino e autore di La democrazia non abita a Gordio. Studio dei processi decisionali politico-amministrativi (Franco Angeli). "Rispetto a 30 o 40 anni fa i cittadini si sentono più forti, e così reagiscono alla minaccia al loro stile di vita, al cambiamento da cui non traggono benefici. In Italia si va per le spicce: quando si progetta una nuova opera non si fa attenzione alle comunità locali. Da parte dei proponenti c'è una rigidità terribile. Così, quando presentano il piano al pubblico, tutti protestano, ma loro non riescono più a modificarlo: hanno investito troppo. Per l'alta velocità in Val di Susa, il terreno andava preparato 15 anni fa".  

Per colmare il vuoto di comunicazione tra istituzioni e cittadini è nato il Nimby Forum (www.nimbyforum.net), osservatorio che riunisce imprese (Enel, Gruppo Impregilo, Tav, Gruppo Teseco, Endesa Italia), istituzioni (ministeri dell'Ambiente e delle Attività produttive) e associazioni (Legambiente, Acu, Cittadinanzattiva) per creare concertazione e dialogo con le comunità locali. Il 7 marzo il Nimby Forum ha fatto sedere allo stesso tavolo, a Milano, il presidente della comunità montana della Val di Susa, Antonio Ferrentino, e i rappresentanti della società incaricata di realizzare la Torino-Lione. Spiega Alessandro Beulcke, presidente Allea/Nimby Forum: "Un progetto, prima di essere promosso o bocciato, va conosciuto senza pregiudizi ideologici. Spetta ai proponenti preparare il terreno di confronto: le istituzioni devono attuare una corretta programmazione, le imprese gestire bene la commessa dal lato ambientale e sociale. Rispetto ad altri Paesi, purtroppo, in Italia ci sono scarso senso dello Stato, scarsa fiducia nelle istituzioni e una normativa poco chiara sulle garanzie di informazione e comunicazione". L'esperto si riferisce alla cosiddetta legge obiettivo del 2001 e al decreto "sblocca-centrali" dell'anno successivo, varati per velocizzare le autorizzazioni per grandi opere e centrali elettriche. "I due provvedimenti hanno ridotto il dialogo con le autorità locali. In Francia, all'inizio dei lavori per la Tav, hanno costruito un museo di 700 metri quadri e un punto informativo sul progetto che ne racconta peculiarità, finalità, impatti ambientali e tecnologie per ridurli, stato d'avanzamento. Prima di ampliare l'aeroporto di Vienna, sono state proposte alternative, e creati gruppi di lavoro per identificare interlocutori e argomenti da sviluppare".  In Italia, si sa, tira un'aria diversa. Nimby fa fioccare proteste e azioni giudiziarie. Contro il rigassificatore del porto di Brindisi, l'impianto della British Gas che ha già ottenuto le autorizzazioni per l'impatto ambientale e dovrebbe essere pronto nel 2008, lottano Regione, Provincia, Comune, comitati civici e associazioni; la Corte europea di giustizia e la procura di Brindisi hanno aperto due inchieste. "La nostra città", spiega Doretto Marinazzo, il consigliere nazionale di Legambiente che ha promosso il coordinamento con comitati, associazioni e organizzazioni, "è a elevato rischio di crisi ambientale, fra le prime 14 zone di interesse nazionale per la bonifica di siti inquinati. L'interramento di 20 ettari di mare per la costruzione del rigassificatore - 100-110 gasiere da 130-140 mila tonnellate e otto miliardi di metri cubi di metano l'anno - è incompatibile con lo sviluppo sostenibile del territorio, le attività turistiche, commerciali e industriali". Se però l'Italia per l'energia dipende dall'estero, qualcuno dovrà pur ospitare gli impianti di rigassificazione. E se gli ecologisti dicono sempre no, il rischio è che ogni nuova opera si trasformi in un caso Val di Susa. "Ci opponiamo ai nuovi impianti che consideriamo dannosi, ma non diciamo no a tutto", ribatte Edoardo Zanchini, responsabile per le politiche ambientali di Legambiente. "Per realizzare le nostre proposte in tema di trasporti, energia e innovazione industriale servono ferrovie e metropolitane, impianti eolici e solari, centri per la raccolta dei rifiuti differenziati e per il compostaggio". Sì, progetti astratti. Ma esiste un esempio positivo? "Siamo favorevoli alla nuova ferrovia del Brennero, con il tunnel di 50 chilometri analogo a quello della Val Susa. Il progetto è sotto osservazione da tre anni con una valutazione ambientale sofisticatissima. Quella linea è la più carica di traffico verso l'Europa; la Provincia di Bolzano ha stabilito che il raddoppio della ferrovia servirà a evitare la terza corsia sull'autostrada del Brennero. Il confronto con i Comuni ha portato a migliorare il tracciato. Il progetto definitivo verrà approvato a breve. Non ci sono proteste, la Provincia dialoga con la comunità locale e assume le proprie responsabilità". Tra le opere da realizzare subito, per Legambiente: il raddoppio dell'Aurelia Civitavecchia-Livorno, il potenziamento delle ferrovie siciliane, l'ammodernamento della Salerno-Reggio Calabria. 

Su alcuni temi, gli ambientalisti non sono compatti. Sull'energia eolica, Legambiente e Italia Nostra sono su posizioni diametralmente opposte. "Siamo a favore", afferma Zanchini, "ma nel rispetto del paesaggio. Per limitare l'impatto ambientale abbiamo sottoscritto un protocollo con l'Anev, l'associazione dell'industria eolica". Di tutt'altro avviso Oreste Rutigliano, consigliere nazionale di Italia Nostra. "In molti casi si tratta di torri alte fino a 120 metri, orrendi filari lunghi chilometri. Il meccanismo è sempre lo stesso: grandi imprenditori si accordano con Comuni fragili, offrendo vantaggi economici, posti di lavoro e royalties sui ricavi degli impianti".  

A dire il vero, negli ultimi tempi il settore non se la passa bene. In Sardegna, dove si era scatenata la corsa all'eolico - erano previsti impianti per duemila megawatt - resta in vigore la legge che impone l'alt alle pale. In Basilicata le regole per i nuovi impianti sono rigidissime, in Molise una moratoria decisa dalla giunta regionale ha detto stop ai parchi eolici in attesa del piano energetico. Una vittoria per Italia Nostra, le associazioni (Lipu, Mountain Wilderness, Coldiretti, Wwf, Cai, Terra Nostra), Cgil e il comitato dell'Alta Valle del Tammaro: da anni lottano contro la centrale che dovrebbe sorgere a sei chilometri dal sito archeologico di Saepinum.  

Se in Molise è forte il timore di danneggiare l'ambiente, sull'altro versante dell'Appennino la situazione è compromessa. Per il rapporto Ecomafia 2005 di Legambiente, la Campania ha il maggior numero di illeciti ambientali. Seguono Sicilia e Calabria. I traffici e gli smaltimenti illegali di rifiuti sono concentrati tra la zona nord del Napoletano e l'agro aversano, vicino Caserta. Di recente, la procura di Napoli ha scoperto un giro di affari per 27 milioni di euro: un milione di tonnellate di rifiuti industriali e nocivi smaltito illegalmente, e utilizzato come fertilizzante nelle campagne, con gravi rischi per la salute. Intanto va avanti la costruzione del termovalorizzatore di Acerra, vicino a Napoli. L'impianto, progettato per trattare duemila tonnellate di combustibile derivato dai rifiuti (Cdr) al giorno e dare energia a 70 mila famiglie, sarà pronto a fine anno. L'area occupa circa tre ettari, e le tre ciminiere sono alte 110 metri ciascuna.  

Ed è in dirittura d'arrivo il progetto di un altro termovalorizzatore, con una capacità di 400 mila tonnellate all'anno, nel Casertano. I comitati sono di nuovo sul piede di guerra. "Per decenni", afferma Giovanni De Laurentis, portavoce del comitato di Acerra contro l'inceneritore, "le industrie hanno sparso rifiuti tossici sul territorio. In Campania l'emergenza dura da dodici anni: se cinque anni fa fosse partita la raccolta differenziata, non saremmo a questo punto". In effetti, la Campania è drammaticamente lontana dagli obiettivi del decreto Ronchi: la raccolta differenziata copre il 12-13% dei rifiuti, contro il 35 imposto dalla legge. "La scelta di puntare tutto sul termovalorizzatore è incompatibile con la raccolta differenziata: se si riduce la massa dei rifiuti diminuisce anche la produttività dell'impianto. Ma non ci diamo per vinti: andremo avanti con la battaglia, in piazza e in tribunale".

 

Emanuele Coen

la Repubblica delle Donne,11 marzo 2006

 

 

 

I più odiati dagli italiani

 

Le nuove opere più contestate? La Tav in Val di Susa e le infrastrutture legate al ciclo dei rifiuti: discariche, compostaggio, isole ecologiche. Ma anche gli elettrodotti e le centrali a carbone. È quanto emerge dalla nuova edizione del Nimby Forum ‘05/06. Dall’analisi di 2500 articoli della stampa nazionale e locale, in soli sette mesi si registrano 129 nuove proteste. Questa la top ten: Tav Torino-Lione, termovalorizzatore di Trento, centrale termoelettrica di Bertonico (Lodi), termovalorizzatore di Firenze, rigassificatore di Brindisi, termovalorizzatori per rifiuti speciali di Silea e Mogliano Veneto (Treviso), quello di Acerra (Napoli), la centrale termoelettrica di Offlaga (Brescia) e quella a biomasse di Borgo a Mozzano (Lucca). La Lombardia è la regione dove si concentra il più alto numero di proteste, seguita da Veneto, Emilia Romagna e Toscana. A causare le contestazioni è soprattutto il timore per gli effetti sulla salute dei cittadini e sull’ambiente, ma anche lo scontro politico. Il sospetto di interessi illeciti o i disagi alla viabilità sembrano preoccupare meno i cittadini.

 

 

 

Decalogo per trovare un accordo

 

Un gruppo internazionale di ricercatori ha messo a punto il decalogo per prevenire la sindrome Nimby, sotto il nome di Facility Siting Credo.

PARTECIPAZIONE

Gli abitanti della zona che ospiterà l’impianto devono essere coinvolti nella scelta del sito.

CONSENSO

Tenere presenti interessi, valutazioni e bisogni di tutte le parti in causa.

CLIMA DI FIDUCIA

Chi realizza il progetto deve ammettere i propri errori e non fare promesse irrealizzabili. Altrimenti verrà sommerso dalle proteste.

LOCALIZZAZIONE VOLONTARIA

Occorre incoraggiare gli enti locali ad accogliere la nuova opera. L’impegno non è irreversibile ed esistono forme di compensazione (posti di lavoro, tagli fiscali).

PROCEDURA CONCORRENZIALE

Se possono essere scelti diversi siti per il nuovo impianto, è opportuno metterli in concorrenza tra loro.

PIANO REALIZZABILE

La fretta non porta consiglio: tutti i soggetti coinvolti devono avere il tempo sufficiente per esaminare tutte le possibilità.

DIVERSE ALTERNATIVE

La scelta non deve mai cadere su un unico sito. Anche nella fase finale, bisogna avere una o più opzioni di riserva.

CONTROINDICAZIONI

Si deve cercare un accordo sul fatto che il nuovo impianto sia necessario. Mettendo in rilievo gli svantaggi.

SOLUZIONE OTTIMALE

L’elenco delle possibili soluzioni va reso pubblico con un linguaggio non scientifico. I cittadini devono essere interpellati anche sulle scelte tecnologiche.

SICUREZZA E SALUTE

Non bisogna mai mettere a rischio la salute o la sicurezza dei cittadini. L’impianto deve essere conforme e alle norme. I cittadini possono chiedere che le regole siano più rigide.

COMPENSAZIONI AI CITTADINI

Aumento del valore delle proprietà fondiarie, offerta di alloggi in caso di esproprio, agevolazioni e tagli fiscali possono essere negoziati per compensare l’impatto negativo della nuova opera.

IL CONTRATTO

Per risolvere i problemi legati all’impianto è buona regola mettere nero su bianco le norme da seguire in caso di incidente, interruzione di servizio o se dovessero emergere nuovi dati scientifici sui rischi

EQUITÀ GEOGRAFICA

Non è opportuno concentrare troppe infrastrutture nella stessa area.

 

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