Giornalismo? Un mestiere come un altro

 

Presentiamo, qui e a pag. 24, due diverse esperienze di altrettanti nostri giovani collaboratori. Pur diverse, una nel mondo del lavoro e una in quello della politica, sono accomunate da un dato di fondo: la desolante vuotezza morale che spesso alberga nella nostra società, e con la quale un giovane si trova, a un certo punto, a fare i conti. Soprattutto se è impegnato, preparato ed esigente; e proprio queste doti si rivelano invece degli ostacoli. Perché si trova invece di fronte a una realtà che chiede l’opposto, fatta com’è di compromessi, di piccole arroganze, di sfacciato rampantismo. Purtroppo queste due storie, pur piccole in sé, non rappresentano casi isolati.

 

Ciampi ha invitato i giornalisti a tenere la schiena dritta. Solo che, a non piegarla, può succedere che si spezzi. L’episodio che sto per raccontarvi è accaduto qui da noi, in Trentino.

Ho 28 anni e una laurea a pieni voti in Scienze della Comunicazione. Finora, ho potuto praticare il giornalismo solo da collaboratore e da free-lance: tanto lavoro, poche gratificazioni, e soprattutto retribuzioni risibili. Tutte cose che si conoscono.

Finalmente, dopo tanto cercare, un mese fa arriva la telefonata tanto attesa, dalla redazione di una testata locale: “Il suo curriculum ci piace, qui da noi c'è la possibilità di essere assunti e fare praticantato”. Finalmente, un contratto. Niente di trascendentale, intendiamoci. Partenza con un periodo di prova, poi un contratto a progetto di un paio di mesi con mansioni circoscritte, quindi un contratto a progetto di qualche altro mese, questa volta da redattore a 360°, e infine un contratto da praticante, di 18 mesi. Rispetto a quello che facevo prima, però, una manna dal cielo.

Chi legge deve sapere che ho avuto di recente la soddisfazione di pubblicare un testo sul giornalismo con un editore nazionale. Al primo colloquio, pensando che la persona che dirige la redazione (la chiamerò A. e mi rivolgerò a lei al maschile) potesse apprezzare la cosa, decido di mostrargli il libro, al quale A. dà un'occhiata fugace: “Da giovane, la pensavo così anch'io - mi dice - Ti consiglio però di fare tabula rasa di tutte queste belle parole, perché la pratica è un'altra cosa”.

Ci resto male. Tabula rasa? Le “belle parole” contenute in quel testo non sono solo le mie, giovane con poca esperienza. Nella prefazione, il filosofo Pietro Barcellona, già parlamentare italiano e Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, ha scritto: “Il principale e originale valore del testo […] lo si può assaporare quando [l’autore] articola, in maniera assai ricca e densa, un'imponente descrizione empirica, mai arida, dei principali mostri mediatici partoriti in Italia, negli ultimi anni, da un'ottusa e pedissequa applicazione di quelli che i sociologi dei media amano chiamare i criteri di notiziabilità ”. Di questo dovrei fare tabula rasa? Mi sforzo di non ribattere nulla. È il primo colloquio, non è il caso.

Durante il periodo di prova, una mattina A. mi chiama in ufficio e mi fa presente che, siccome sto per essere assunto, in futuro, ogni volta che scriverò qualcosa per le altre testate con cui m'è concesso di continuare a collaborare, dovrò segnalarglielo ed ottenere il suo consenso: “Sai, è normale. Altri, al mio posto, ti avrebbero chiesto di cessare ogni altra attività”. Richiesta legittima, le rispondo. Per me non sarebbe un problema lavorare solo per voi, l'importante è che mi si permetta di fare un buon lavoro. Lo vedo perplesso, così gli faccio un esempio concreto.

Di recente, un importante convegno scientifico tenutosi nel capoluogo ha indicato le tante e convincenti ragioni per cui la scelta di incenerire di Ischia Podetti si può considerare sbagliata. L'ultimo pezzo che ho scritto per una delle testate per cui collaboro, spiego ad A., ha riguardato quel convegno, dal quale ho preso spunto per criticare la decisione dell'amministrazione di proseguire dritta per la sua strada, snobbando le argomentazioni del no all'inceneritore autorevolmente espresse al convegno, al quale il Presidente Dellai, pur invitato, non si era presentato. Ecco, gli dico, io non avrei nessun problema a raccontare tutto questo per voi. Se però da voi non ci fosse lo spazio necessario per approfondire e argomentare una critica simile, continuerei a collaborare per la testata che invece quello spazio me lo concede.

Lo vedo irrigidirsi. “Qui il Presidente non l'avremmo criticato, non per ragioni di linea politica, ma per il semplice motivo che qui non critichiamo nessuno. Niente opinioni. Qui ci atteniamo ai fatti, alla anglosassone. L'assenza del Presidente a quel convegno non è una notizia, per i nostri criteri di notiziabilità”.

Questa volta ribatto. I valori notizia non sono neutrali, gli faccio notare, e sottintendono precisamente una opinione. Si può pensare di attenersi ai soli fatti, ma decidere di dare notizia di alcuni e non di altri, o decidere di dare spazio a uno piuttosto che all'altro, non è frutto che di una opinione, né più, né meno. A. s'infastidisce. “Ti ho già detto che qui devi lasciar perdere le belle idee. Dimentica tutto quello che hai imparato all'Università, perché solo così puoi lavorare, non solo da noi, ma dappertutto”.

Ci salutiamo. Perplesso lui, perplesso io. Nelle ore successive, rifletto molto. Starò facendo la scelta giusta? No, non sono nella posizione di scartare quest'offerta, mi dico. Almeno fino alla fine del praticantato, lavorerò lì, nella maniera più dignitosa possibile. Non rinuncerò alle mie idee. Niente tabula rasa. Se ci sarà da discutere, si discuterà.

E così accade, ben prima di quanto immagini. Lo stesso giorno, e per l'ultima volta. Dopo qualche ora, ricevo una telefonata da A.: “Sai, ho pensato allo scambio di vedute di stamattina. Abbiamo idee molto diverse sul nostro mestiere. Penso proprio che non siano compatibili. È meglio non cominciare nemmeno”. Resto di sasso. Gli dico che mi sembra una decisione affrettata. Dobbiamo ancora conoscerci. Niente da fare, ad A. la dialettica in redazione non piace. Ha già avuto un'altra esperienza simile, mi dice, con un altro giovane aspirante. Un sacco di problemi. Non per questioni di colore politico, ci tiene a precisare. Ma perché di mettere da parte le “belle idee” non c'era proprio verso, nemmeno da parte di quell’altro giovane.

Rinuncio a proseguire la discussione. Licenziato ancor prima di firmare il contratto. Me ne resto col telefono in mano, una sensazione a metà tra l'amarissimo e, strano a dirsi, il sollevato. Ho evitato di vendermi, in fondo. Ma, mi chiedo, che farò ora? Che ne sarà della mia idea di fare il giornalista senza piegare la schiena? Tutto quello che ho scritto sulla nefasta adesione dei giornalisti a presunte regole di obiettività, sul loro immaginario incapace d'autonomia, sulla loro impossibilità di svolgere creativamente il mestiere: tutto questo rappresenta un muro per chi non vuole fare tabula rasa delle proprie idee e, al tempo stesso, col mestiere vuole anche viverci.

“Il tuo curriculum è sovradimensionato rispetto alla nostra redazione”, mi ha spiegato in quell'ultima telefonata A., riferendosi a quello che all’inizio doveva essere sembrato invece un curriculum ideale, visto che mi avevano scelto. “Secondo me, uno come te è meglio che si dia alla ricerca”. Già, per andare poi a insegnare cose sul giornalismo che chi le avrà imparate dovrà dimenticare, quando il primo direttore di testata glielo chiederà?

In questo momento di tristezza, mi vengono in mente le parole del medico cantato da De Andrè: “E allora capii, fui costretto a capire/che fare il dottore è soltanto un mestiere/che la scienza non può regalarlo alla gente/se non vuoi ammalarti dell'identico male/se non vuoi che il sistema ti pigli per fame”.

P.S.: Non ho voluto fare il nome della testata né di chi la dirige perché non mi interessava metterli all’indice, ma solo testimoniare l’esistenza anche in Trentino di certi meccanismi.

 

Questotrentino n° 5, 11 marzo 2006

 

 

 

A cena con D’Alema

 

La serata, organizzata dai DS di Bologna, ha un duplice obiettivo: inaugurare la nuova sede della Casa dei Popoli di Casalecchio e raccogliere fondi per la campagna elettorale. Pur avendo accettato di partecipare con qualche titubanza, mi accorgo che accanto alla ragionata perplessità verso un leader che ha sbagliato molto senza sostanzialmente pagarne uno scotto politico, sento anche un’istintiva emozione all’idea di incontrare una persona di acuta intelligenza e capacità politica.

Arriviamo puntuali al luogo dell’incontro, un grande e moderno centro polifunzionale sorto sulle nobili macerie della Casa del Popolo costruita dai militanti all’inizio degli anni ’60; a qualcuno scappa una battuta sulle Cooperative Rosse che con tutta probabilità hanno avuto in appalto la costruzione del nuovo edificio.

Il nostro sparuto gruppetto viene aggregato alla tavolata della Sinistra Giovanile, in una saletta laterale dalla quale posiamo seguire l’intervento del Presidente su di un maxischermo. I presenti sono più di cinquecento, l’80% ha più di sessant’anni, il restante 20% ne ha meno di trenta. In mezzo il vuoto.

Il discorso di D’Alema è efficace, e in qualche passaggio anche affascinante: ricorda i tonfi principali di questo governo, gli attacchi subiti in merito all’Unipol e propone un vademecum per punti su come ognuno può fare campagna elettorale, con tanto di risposte da controbattere alle obiezioni più ricorrenti. I signori e le signore ai tavoli ascoltano diligenti e partecipi, annuendo. Mi viene da pensare agli anni del PCI, quando leader come Longo o Berlinguer venivano da Roma per preparare gli operai e i contadini dell’Emilia rossa, poveri di istruzione ma ricchi di fede e volontà. Penso all’ideologia, oggi denigrata e screditata, che necessariamente avrà permeato tanti discorsi d’allora, semplificando e modificando la realtà, certo, ma permettendo tuttavia ad ogni militante di dare un senso alla propria vita, consentendo di guardare con fiducia al domani e prospettando quel sol dell’avvenire che oggi, invece, ci spaventa tanto. Capisco allora, al passaggio del compagno D’Alema, gli occhi lucidi di qualche anziana signora e le strette di mano emozionate dei loro mariti. Ciò che essi si trovano di fronte non è solo la persona, ma anche la carica, quel segretario nazionale che fino a Natta cessava il suo incarico quando cessava di vivere, che incarnava la loro massima istituzione nazionale, capo indiscusso di quel mondo pubblico, ma anche fortemente privato, che era il Partito.

La nostra tavolata di giovani è ben assortita, l’Italia è rappresentata da nord a sud, alcuni sono studenti, altri lavorano. Si parla di politica ma si ascolta poco. Sembra più importante dimostrare al vicino di conoscere tante persone e di possedere un eloquio convincente che scambiarsi delle impressioni. Un amico mi racconta di un seminario della Sinistra Giovanile a Napoli qualche settimana prima. Viaggio, vitto e alloggio erano pagati e al ristorante, al momento di ordinare, tanti ragazzi chiesero i piatti più costosi del menù, senza nemmeno badare a che pietanza fossero. È il segno, ne convengo, che qualcosa si è perso, e non solo nei militanti, ma anche nel partito, che nell’organizzare un seminario per i giovani, affitta un albergo senza nemmeno provare a pianificare la trasferta in modo che i giovani in arrivo siano ospitati dai giovani di casa. Parlare con un ragazzo che viene da un’altra città, che ha una storia e delle problematiche diverse, che vede la politica e il partito in modo diverso, sarebbe forse più utile e più bello del seminario stesso.

Quando D’Alema si avvicina per salutare la nostra tavolata, è il delirio. Cori e salti, autografi e fotografie. I leader della Sinistra Giovanile, che non erano nemmeno seduti al nostro tavolo ma nell’altra sala (con quelli che contano) sgomitano per stargli vicini. È una gara a pacche sulle spalle per dimostrare la maggior familiarità possibile col Presidente. Uno di loro si gira coi pugni festosi al cielo e ci dice: “Ve l’ho portato!”. Ma qual è il senso di questa enfasi? Come giovani avremmo tante ragioni per contestare l’attuale classe dirigente e potremmo (e dovremmo) farlo anche all’interno di noi stessi.

Poco dopo, le stesse persone che si sperticavano in calorose effusioni verso D’Alema, irridono, tentando di avere più vino del dovuto, un anziano signore che ha deciso di passare la serata a servire noi ai tavoli, facendo la spola tra la cucina e la sala da pranzo assicurandosi che a nessuno manchi nulla.

Ma cos’è la politica per costoro? E cos’è la militanza in un partito? Forse anche alla luce di questo si capisce il perché del tanto fascino di cui godono i movimenti spontanei, i centri sociali, il volontariato. Per chi vuole fare politica, nel senso più genuino del termine, oggi i partiti non sono forse lo strumento adatto: lì si gioca a fare i politici in miniatura e ci si accapiglia per distribuirsi le prime poltroncine. Da questi partiti tanto vale uscire. All’interno restino pure quelli per cui la militanza e il partito sono un’agenzia di collocamento.

 

Giovanni Agostini

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