Senza inceneritore potremmo fare così

 

Le polveri sottili fanno male. Molto male. Forse nessuno pensa il contrario, ma sta di fatto che finora non si è fatto molto per affrontare adeguatamente il problema. Tuttavia, dopo che, al convegno sull’inceneritore organizzato da Nimby trentino il 9 febbraio scorso, il dottor Stefano Montanari, massimo esperto mondiale in nanopatologie, è intervenuto spiegando per la prima volta in dettaglio alla platea trentina cosa fanno le polveri al nostro organismo, oggi nessuno può rimanere più inerte di fronte al pericolo che stiamo correndo.

Delle parole di Montanari abbiamo riferito nel precedente numero di Questotrentino. Le riportiamo anche qui. “Il pericolo maggiore - ha spiegato Montanari - viene dalle polveri con diametro inferiore ai 2,5 micron, le cosiddette ultrasottili. Esse, al contrario di quelle più grossolane, possono passare dai polmoni al sangue, e da lì a tutto l’organismo, dove non si degradano, ma rimangono causando infiammazioni croniche che alla lunga possono diventare tumori. Esse sono in grado di intaccare anche le cellule, causando alterazioni del DNA: a causa delle polveri ultrafini potrebbero nascere bambini deformi”. Uno scenario agghiacciante.

Di fronte a un pericolo del genere, che non si può più continuare a sottovalutare, è forse il caso di cambiare alcuni atteggiamenti. E che questo stia lentamente succedendo, anche all’interno di ambienti prima piuttosto restii al confronto con la cittadinanza, lo si è visto nel successivo convegno organizzato da Nimby trentino, quello su “Ambiente e salute”, tenutosi a Trento il 23 febbraio. Ad esso hanno infatti preso parte due tecnici dell’Agenzia Provinciale per la Protezione Ambientale (Appa), l’ing. Enrico Toso, dirigente del Settore tecnico, e l’ing. Giancarlo Anderle, direttore dell’Unità Operativa per la Tutela dell’Aria. In particolare, la presenza e i contenuti dell’intervento di quest’ultimo, chiamato a parlare della qualità dell’aria in Trentino, hanno dimostrato che finalmente dell’aria si può parlare, anche da parte di esponenti dell’amministrazione provinciale. Chiedere che se ne parlasse anche in maniera adeguata alla grave situazione di rischio era forse troppo. In ogni caso, il 23 febbraio quest’adeguatezza è mancata.

L’ing. Anderle, infatti, ha parlato come se avesse la briglia tirata, minimizzando senza troppo ritegno la portata del problema. Riguardo alle PM10 (polveri con diametro superiore ai 10 micron), che l’Appa misura da tre anni, eccessiva è parsa la fretta con cui Anderle ha voluto paragonare la situazione di Trento con la disastrosa situazione della vicina Verona: qui, nel 2005, ci sono stati oltre 200 sforamenti del limite giornaliero di 50 µg per m3, con una media annua di 60 µg, a fronte degli 80 sforamenti di Trento (il limite legale è 35), con una media annua inferiore ai 40 µg imposti dalla legge. Ora, è chiaro che due fave son meglio del piatto vuoto, ma questo non vuol dire che ci sazieranno. I dati di Trento (come quelli degli altri tre centri della provincia in cui avvengono le misurazioni, di poco migliori) restano insoddisfacenti, tanto più che gli stessi limiti di legge sono semplici convenzioni: come ha spiegato l’autorevole oncologo Lorenzo Tomatis, intervenuto anch’egli al convegno, “nessuno studio scientifico assicura che al di sotto dei limiti di legge si possa star tranquilli, ma, anzi, gli studi indicano che le patologie tumorali possono insorgere anche se l’esposizione alle sostanze cancerogene avviene a piccolissime dosi”.

A rendere più desolante il quadro, c’è stato il tentativo di Anderle di minimizzare il fatto che la concentrazione di PM10 nella nostra provincia sia aumentata ogni anno, dicendo che tre anni di misurazioni sono troppo pochi per evidenziare tendenze certe. Senza dubbio, ma sono certo sufficienti per ammettere la grave consistenza del problema.

Problema che peraltro non si riduce alle PM10, che anzi ne sono l’aspetto meno preoccupante. Nell’aria che respiriamo circolano infatti anche le polveri ultrafini di cui ha parlato Montanari, le PM2,5. L’Appa ha iniziato a misurarle da pochissimo tempo, e i dati ancora non sono stati diffusi.

“Perché non ci sono normative al riguardo, né indicazioni su come effettuare le misurazioni” hanno detto i tecnici provinciali, rifiutandosi di fornire i dati rilevati. Ragionamento apprezzabile, può essere senz'altro doveroso raccogliere dati, e diffonderli solo quando si avranno certezze sulla maniera migliore di elaborarli. Però non altrettanto apprezzabile, né coerente, è il contemporaneo giudizio, più volte espresso dagli stessi tecnici, sul buono stato di salute della nostra aria. Conclusione che sa tanto di irragionevole ottimismo da imbonitori: perché le PM10 sono di molto sopra i livelli di legge, e delle PM2,5, pur sapendo che sono ancor più pericolose, non si parla, ma solo perché la legge è a tutt’oggi latitante.

È in questo contesto che si inserisce, in maniera davvero sciagurata, l’ipotesi di costruire l’inceneritore di Ischia Podetti. Come abbiamo già scritto, il mix di legislazione vecchia (che agli inceneritori impone limiti di emissione relativi alle sole PM10) e di tecnologia nuova (che brucia i rifiuti a temperature maggiori, emettendo polveri molto più sottili, che i filtri non trattengono) ha aggravato l’impatto che l’inceneritore avrà sull’ambiente e sulla salute di chi ci vive.

Con un’aria attualmente già satura oltre ogni limite tollerabile di polveri fini e ultrafini, appare semplicemente folle voler dare il via libera a una macchina che ne emetterà delle altre. Sarebbe proprio come buttare la classica benzina sul fuoco.

Che fare, quindi? Se l’inceneritore non lo costruiamo, che facciamo coi rifiuti non differenziati, ce li mangiamo? È questa la domanda che pone chi è favorevole alla soluzione di incenerire. Una risposta arriva dal consigliere comunale Nicola Salvati, il quale ha allo studio una proposta che merita attenzione.

Consigliere Salvati, questo inceneritore non s’ha da fare?

“Direi proprio che ad oggi non ci sono le condizioni per dare il via ad un inceneritore. Si potrebbe considerare l’ipotesi di bruciare solo il CDR, il combustibile raffinato da rifiuti, in zona Ischia Podetti, solo se si riuscisse a far calare drasticamente l’attuale presenza di polveri che affligge l’area di Trento. Ma il problema delle polveri appare ancora ingovernabile, per varie ragioni. Anzitutto perché manca completamente una cultura favorevole a una radicale trasformazione del sistema di circolazione dei mezzi di trasporto, che sono oggi la principale fonte di emissione, quella che pesa per più del 50% sull’intero fenomeno. Basti pensare che siamo una delle rare città al mondo ad utilizzare una metropolitana di superficie con motori diesel!

Perché ci sono ancora troppo difetti di conoscenza scientifica e tecnologica. E, non ultimo, per il fatto che la soluzione del problema non dipende solo da noi: parte delle polveri arriva in Trentino dalla pianura Padana lungo le valli nord-sud, dell’Adige e del Garda. In questo contesto di incertezza e gravità per la salute, l’ipotesi di incenerire i rifiuti residui nel fondo della Val d’Adige, dove vive la più alta concentrazione di abitanti del Trentino, va fermata”.

Allora, che strada si può percorrere?

“Innanzitutto vanno messe in pratica le oltre 20 indicazioni contenute nell’Ordine del Giorno che il Comune di Trento ha votato il 4 ottobre 2005, riassumibili brevemente in: riduzione nella produzione dei rifiuti, raccolta differenziata a livelli molto maggiori di quelli odierni e trasformazione del residuo in CDR, combustibile da rifiuti raffinato”.

Molti Comuni, anche in Trentino, o intere zone con decine di migliaia di abitanti, come quella servita dal Consorzio Priula nel trevigiano, riescono già oggi a riciclare attestandosi sulla cifra del 70-80%. Se le risorse che si prevede di destinare all’inceneritore venissero investite nel miglioramento dell’organizzazione e delle tecniche di raccolta differenziata dei rifiuti, probabilmente tutto il Trentino arriverebbe in tempi brevi a quella percentuale di raccolta differenziata. Resterebbe un 20-30% di rifiuto non riciclato: qui entra in gioco la sua proposta. Ci spiega di cosa si tratta?

“L’idea nasce dalla semplice considerazione che ad oggi, nel Trentino, nonostante la presenza sul territorio di ben tre cementerie, non si è ancora aperto un mercato del CDR presso le stesse, o presso le centrali termoelettriche fuori provincia, e non vi sono ancora esperienze mature sulla gasificazione (detta anche pirolisi n.d.r.) del CDR, la tecnologia teoricamente più pulita per trasformare in energia il CDR.

C’è bisogno quindi di tempo per affrontare il mercato del CDR o per ottenere le prime esperienze industriali di gasificazione. Durante questo tempo è necessario accumulare a deposito la produzione del CDR che, ricordiamolo, è la frazione di rifiuto, a valle della raccolta differenziata, da cui vengono separati gli inerti, le plastiche residue e i metalli, e viene - tramite la bioessicazione - stabilizzato, cioè non è più un inquinante, si presta quindi ottimamente ad essere conservato per tempi pressoché illimitati. Nel Trentino non mancano i siti perfettamente idonei, ad esempio nelle varie aree di cava esaurite, nelle quali va ripristinata la conformazione del terreno. Nel Trentino ve ne sono tantissime, basti pensare alle cave di porfido: oggi (e per almeno altri 40 anni) si scavano oltre 3.500.000 tonnellate anno di porfido, mentre la produzione di CDR raffinato non supererebbe le 70.000 tonnellate anno (nell’ipotesi della raccolta differenziata ferma al 65%). Ci sarebbe quindi tutto il tempo per attuare politiche di contenimento della produzione di rifiuti e di incremento della raccolta differenziatafino all’80%. Per arrivare, tra una decina d’anni o anche meno, a tecnologie affidabili e sperimentate per il trattamento del CDR”.

Appunto, l’affidabilità: la gasificazione per pirolisi o sintesi del CDR consiste in un trattamento del CDR, il cui residuo gassoso può essere utilizzato come combustibile - depurato dalla maggior parte dei prodotti pericolosi, metalli pesanti, diossine etc. - per produrre energia termica ed elettrica. Chi è a favore di questa tecnologia sostiene che essa non abbia impatto ambientale e sia molto più efficace dell’incenerimento. Ancora nessuno, però, è andato a farle le pulci, come è stato fatto nel caso dell’inceneritore, e questo consiglia prudenza. C’è poi un’altra obiezione: se il CDR finisse in prevalenza nella zona del porfido, non rischierebbe di aumentarvi il già sostenuto traffico di mezzi pesanti? E perché, poi, gli abitanti di quelle zone dovrebbero accettare che sul loro territorio si realizzino depositi di CDR?

“Per quanto riguarda la pirolisi, stiamo a vedere i progressi della tecnologia, e ben venga chi le farà le pulci. Noi possiamo permetterci di aspettare che la tecnica produca soluzioni ottimali. Nel frattempo il CDR potrebbe essere utilizzato nelle cementerie o nelle centrali termoelettriche, che già esistono e già producono emissioni; oppure, come dicevo, può tranquillamente rimanere stoccato per diverse decine di anni. E a questo proposito, in merito al trasporto: non tutto il CDR raffinato dovrebbe finire, temporaneamente, nella zona del porfido, nel solo Comune di Trento vi sono cave esaurite, o in esaurimento, di capacità tre volte superiori al volume necessario per ospitare tutto il CDR prodotto in Trentino. E bisogna sottolineare come il CDR, essendo secco, del tutto privo di percolato e di emissioni gassose,non è un composto che crea disagi. Se lo si utilizza per riempire delle cave esaurite, che già dovrebbero essere mimetizzate, diventa addirittura utile. Rispetto poi alla questione del traffico, a trasportare il CDR verso l’area della cava esaurita potrebbero essere gli stessi camion che in andata trasportano il materiale di scavo, con nessun aggravio in termini sia di costi che di inquinamento”.

 

Marco Niro

Questotrentino n° 5, 11 marzo 2006

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