Insegnare in ateneo, una questione di Nervi

Ha 72 anni, voglia di capire e fare capire «La strada del rettore Bassi è in salita»

 

È una questione di passione, di voglia di trasmettere il sapere ai più giovani, di farli ragionare e andare sotto la superficie delle cose. Quando si parla con Pietro Nervi si coglie una filosofia da «docente vecchio stampo». È di quei professori che ti dice: «Ogni sera mi faccio l'esame di coscienza. A volte dormo sereno, a volte no, perché magari mi rendo conto di avere dimenticato di precisare qualcosa a lezione». Attenzione a non farsi ingannare dalle apparenze, perché Nervi, 72 anni, non è un «uomo di zucchero»: è capace di ironia e di battute taglienti.

Da due anni potrebbe rimanere a casa. Invece ha preferito proseguire la sua attività presso via Inama, dove - a contratto - insegna economia della proprietà collettiva ed economia montana. Dalla finestra del suo studio vede il duomo e la torre civica. Dice che il rapporto tra ateneo e territorio non è facile. In questa fase, in cui si parla della nascita dell'Università di San Michele (viticoltura ed enologia), lui - che conosce bene la realtà dell'accademia trentina e anche quella dell'istituto agrario (negli Anni Novanta per un breve periodo coprì la presidenza) - ha un atteggiamento «interlocutorio». «Io non dico se si tratta di un progetto giusto o sbagliato. Dico solo che un'università è fatta di laboratori, di ricerche sperimentali. Il fatto è che, se ci sono le risorse, un'università si può creare dalla sera alla mattina. Così è stato per Sociologia». «I tempi e i modi con cui è stato presentato il progetto di viticoltura ed enologia - aggiunge - è curioso. L'iniziativa venne resa pubblica non durante il mandato di Massimo Egidi, che si avviava alla conclusione, ma il primo giorno feriale dopo che Davide Bassi assunse la carica di rettore». Un segnale da interpretare, dice. Nei rapporti con il territorio, con la politica locale, la strada di Bassi è in salita? «Io dico solo che l'ambiente locale gli ha creato molte difficoltà. La decisione di creare un'università a San Michele e l'insistenza con cui si è parlato di presunte irregolarità nei concorsi mi lasciano pensare».

Si dice preoccupato per il futuro dell'ateneo. «Da una decina d'anni assistiamo ad un allentamento delle relazioni fra professori. C'è uno scollamento. Forse tanti docenti non si riconoscono più nell'istituzione in cui operano, ma nell'ente pubblico con cui collaborano». Il riferimento è all'attività di consulenza che viene offerta alla Provincia da alcuni professori? «Quella delle consulenze date dai professori è una questione aperta. Io penso che, se viene richiesto un parere tecnico, sia giusto darlo. Altra cosa è essere "a libro paga". È una questione di trasparenza. Mi domando: un corpo legislativo, che approva una legge promossa da consulenti, è responsabile o no degli effetti? La soluzione potrebbe essere la pubblicazione dei pareri che vengono dati: fornisco un parere, lo rendo pubblico e quindi sono chiaro, sono cristallino».

Poi parla di chi si dedica all'insegnamento e alla libera professione. Ne fa una questione di opportunità. «La domanda che ci dobbiamo porre è questa: la libera professione aiuta il docente ad approfondire la materia? La cosa strana è che ormai chi si dedica solo agli studi è considerato un minus habens». Un lavoro sempre più difficile, pare di capire. Però ben pagato, o no? Spesso si parla della «casta dei professori universitari». Insomma i docenti sono o non sono dei baroni? «Non credo che i professori prendano stipendi molto alti. Basterebbe fare un confronto con i compensi mensili di certi dirigenti della Provincia. E onestamente credo che le responsabilità di un docente siano molto grandi: chi insegna ha sotto le mani un capitale umano, gli studenti, che non può essere rovinato. Non parliamo poi del percorso ad ostacoli che si deve fare per arrivare alla docenza».

Di studenti ne ha visti passare molti nelle aule di via Inama. I giovani di oggi sono più o meno preparati rispetto a quelli di un tempo? «Oggi sono diligenti, ma anche sufficientemente sprovveduti, nel senso che a volte si fidano troppo di ciò che afferma il professore. Non sono sufficientemente smaliziati da pensare che il docente può anche sbagliare. E questo vale soprattutto per le materie umanistiche. L'esame "tipo test" è criticabile: bisogna fare in modo di verificare se l'allievo ha veramente fatto proprio l'argomento, con un ragionamento personale. Tengo sempre a mente una regola: io devo andare a vedere ciò che lo studente non sa, non ciò che sa. Per questo parto da un argomento conosciuto, il classico "argomento a piacere", per poi approfondire».

Pietro Nervi è spesso fuori provincia per lavoro e per ragioni familiari (un figlio vive a Roma, una figlia a Vicenza). La loro è stata una fuga dalla società trentina? «No. La vita li ha portati lontano. Certo sulla società trentina ci sarebbe molto da dire. Una volta dissi che era di stampo stalinista, dove il vertice non tollera il dissenso. La situazione si è aggravata. È una società brezneviana, che non accetta neanche il dissenso interno».

 

Andrea Tomasi
l’Adige, 27 marzo 2006

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