L'impegno, la fatica le minacce: «Mi hanno sparato tre volte»

Un prete contro la mafia

Ieri a Trento don Turturro: in una sala semivuota

 

Due occhi azzurro chiaro e sorriso luminoso. Don Paolo Turturro, sacerdote palermitano, ieri pomeriggio era a Trento, presso il Centro ecumenico culturale Bernardo Clesio.

Rifiuta la posizione ex cathedra e si avvicina al pubblico, davvero poco numeroso. Inversamente proporzionale, come spesso accade, alla ricchezza dell'incontro.

«Cinque sono i mali che affliggono la Sicilia: affari, politica, droga, prostituzione e il pizzo sacro». Don Paolo non si arresta di fronte a nulla. Dalla sua bocca sgorgano, come una cascata, le piaghe che tormentano, più o meno silenziosamente, la "sua" isola. Dal suo racconto emerge la caparbietà, la volontà, la ferma determinazione di un uomo, prima ancora che sacerdote, schierato in prima linea, in difesa degli umili, degli emarginati, ma anche con una mano protesa verso i piccoli e grandi criminali, pronto, insomma, al perdono, fiducioso nel pentimento, nel riscatto, nella redenzione.

Un religioso che in prima persona ha "disobbedito", che si è ribellato alla situazione di degrado imperante, che ha deciso di reagire. «Non è stato facile. Mi trovavo in missione in Africa, quando negli anni Ottanta mi chiamarono a Palermo. All'inizio mi trovavo malissimo. Celebravo la messa in una chiesa totalmente vuota». Fuori, il degrado, la povertà, l'emarginazione, la criminalità, la mafia. «Ho incontrato una bimba di sei anni che mi ha offerto una bustina di droga. Ho capito che dovevo uscire allo scoperto, che dovevo andare tra la gente».

Anni durissimi e intensi, in cui don Paolo dimostra coraggio, forza d'animo e anche una certa dose di imprudenza. «Cristo mi fa diventare cretino - scherza -. Per lui farei qualsiasi cosa. Accade così anche ai fidanzati innamorati».

Cresce il suo impegno per il recupero dei ragazzi di strada. Offre un pallone in cambio di droga o di armi giocattolo che poi fa ardere in piazza. Le minacce non tardano ad arrivare. «Hanno provato a spararmi tre volte. La prima è stata quando mi sono impegnato a favore della costruzione di una scuola media a Borgo Vecchio. La mattina era frequentata dai ragazzi, il pomeriggio dalle mamme, la sera dai papà. Crescere, sapere, imparare è considerato un peccato, un male. Hanno provato a dissuadermi dal portare avanti la mia missione. Mi hanno detto che un prete non doveva occuparsi di queste cose, ma non mi sono arreso».

Don Paolo infatti non si arresta; spalleggiato e sorretto dal cardinale Pappalardo, prosegue il suo viaggio e la sua battaglia, porta avanti, come dice lui, le sue "sfide". Nel suo racconto portentoso trovano posto le tragiche uccisioni di Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino. Momenti drammatici che il sacerdote vive da vicino, da molto vicino.

I primi segni si avvertono, la rinascita prende, dapprima impercettibilmente, il via. È l'epoca delle "lenzuola bianche", della "Primavera palermitana", il risveglio delle coscienze non del tutto addormentate. Ma la paura, il terrore, sono ancora alti, le implicazioni politiche, economiche, religiose quasi insormontabili. Avvertimenti, dapprima lievi, ad ogni livello, dal piccolo spacciatore, al grande "appaltatore" che gli si presenta a casa preannunciandogli la sua fine.

Coraggioso e irremovibile anche nella processione del 1995 quando ai tre spari d'arma da fuoco rimane immobile, tra il trambusto delle diecimila persone accorse e il dileguarsi della sua scorta (otto uomini).

Le intimidazioni, le minacce non bastano, si sgretolano di fronte al risveglio crescente della «coscienza del popolo, che ora vuole conoscere, che vuole sapere, percorrendo una via di legalità. La gente comunica a ribellarsi, il percorso di coscienza è ormai avviato e irreversibile». E l'associazione "Dipingi la pace" da lui fondata non è che una delle prove del suo nobile impegno per la sua terra.

«La Sicilia non ha nulla a che fare con gli sceneggiati che sono proposti in televisione. Non è vedendo Il commissario Montalbano o La Piovra che si comprende e si conosce quest'isola. I siciliani sono gente povera, onesta, intelligente. Gente che lavora nel silenzio, lentamente per riconquistare il proprio territorio. È necessario svincolarsi dagli elementi folkloristici o dalle frasi fatte che non danno minimamente la misura della situazione reale. Il degrado è forte, si fa davvero fatica ad arrivare a fine mese. La maggior parte della gente si vede privata dell'infanzia, del sole, della libertà e della dignità».

 

Manuela Pellanda

l’Adige, 31 marzo 2006

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