PROCESSO ALLA CENTRALE

La condanna più alta inflitta dal giudice all’ex amministratore delegato Franco Tatò: sette mesi

Enel sapeva di inquinare, risarcimenti milionari

Riconosciuto il danno ambientale, tutti colpevoli e il colosso energetico dovrà scucire le provvisionali alle parti civili

 

ADRIA. Enel sapeva che l'attività della centrale Enel di Polesine Camerini, Porto Tolle, inquinava e danneggiava l'ambiente e le coltivazioni. Nonostante ciò, ha continuato a tenere l'impianto in funzione, senza nessuna miglioria tecnica per ridurre l'impatto ambientale. Il giudice ha condannato i due ex amministratori delegati di Enel Francesco Luigi Tatò e Paolo Scaroni ed i due ex direttori della centrale Carlo Zanatta e Renzo Busatto, imputati nel processo aperto in seguito alle ricadute oleose provocate dalla centrale ed alle emissioni irregolari in atmosfera. La pena più alta, sette mesi, è stata inflitta a Tatò, mentre gli altri tre imputati se la sono cavata con ammende e sanzioni pecuniarie. Condanne lievi, alle quali, però, si aggiungeranno i risarcimenti richiesti dalle 22 parti civili.

 

Nostra redazione

Enel sapeva benissimo che la centrale Enel di Polesine Camerini di Porto Tolle (Rovigo) inquinava. L'amministratore delegato del colosso energetico, dal 1999 al 2002 Francesco Luigi Tatò, era a conoscenza delle emissioni moleste e delle ricadute oleose provocate dall'attività dell'impianto, così come dei danni ad auto, biancheria e coltivazioni che producevano. Nonostante ciò, le scelte strategiche dell'azienda non sono mutate di una virgola: nessuna misura per attenuare l'impatto delle emissioni, mancato utilizzo di combustibile a minore impatto ambientale e sottoutilizzo dell'unico tra i quattro gruppi elettrogeni della centrale "ambientalizzato".

Una ricostruzione, quella tracciata dal giudice Lorenzo Miazzi in Tribunale ad Adria, che ha portato alla condanna di tutti e quattro gli imputati nel processo aperto proprio in seguito alle ricadute oleose. Al termine di 52 udienze e oltre 500 ore di discussione è stata riconosciuta la penale responsabilità dei due ex amministratori delegati di Enel, Francesco Luigi Tatò e Paolo Scaroni, condannati rispettivamente a sette mesi (pena sospesa) e a un mese (convertito in ammenda di 1.140 euro), e dei due ex direttori della centrale di Polesine Camerini, Carlo Zanatta, condannato a due mesi (convertiti in 2.280 euro) e Renzo Busatto, che se l'è cavata con 260 euro.

Secondo il giudice, la scelta di inquinare consapevolmente fu presa nel corso della gestione Tatò. Zanatta, pur non essendo il responsabile di queste decisioni, era ben al corrente dei problemi provocati dalla centrale. Di qui la condanna di entrambi per il reato di danneggiamento, il più grave tra quelli contestati, perché doloso, ossia perpetrato consapevolmente. Sotto la gestione Scaroni, invece, la situazione sarebbe andata migliorando.

La decisione del giudice è arrivata dopo sette ore di camera di consiglio: dalle 11,30 alle 18,30. Quando è rientrato, prima di pronunciare la sentenza, Miazzi ha letto una nota: «A far sì che sia stato un giudice a doversi pronunciare su questo caso è stata una serie di inefficienze amministrative e politiche. È inaccettabile che un peso del genere venga posto sulle spalle di un solo magistrato. Ciò detto, mi assumo l'intera responsabilità della mia decisione, che ho preso in autonomia e senza influenze esterne».

Pronunciate le condanne, si apre ora il capitolo dei risarcimenti che Enel dovrà pagare alle 22 parti civili, tra privati, associazioni di cittadini ed associazioni ambientaliste, Stato ed enti locali. Il giudice ha deciso che ai cinque cittadini di Porto Tolle costituiti parte civile vadano dai 2 agli 80mila euro, mentre il "Comitato cittadini liberi di Porto Tolle", Wwf, Legambiente Emilia Romagna, Legambiente Veneto e Italia Nostra otterranno rispettivamente 70mila, 50mila, 5mila, 5mila e 70mila. Per le altre parte civili, il risarcimento sarà deciso nel corso di un separato processo, ma Miazzi ha comunque individuato la provvigionale, ossia l'anticipo, che Enel dovrà versare a Parco del Delta del Po, Veneto e dell'Emilia Romagna, alla Regione Veneto ed alla Regione Emilia Romagna, al ministero dell'Ambiente, alle province di Ferrara e Rovigo e ai Comuni di Adria, Goro, Mesola, Porto Tolle, Rosolina, Taglio di Po: una somma complessiva di circa 2milioni e 500mila euro.

Non nasconde la sua soddisfazione il pubblico ministero Manuela Fasolato. «L'importante - spiega - è che il giudice abbia accolto il punto centrale dell'impianto accusatorio, che criticava la gestione complessiva della centrale, non solo alcuni episodi isolati come le singole ricadute». Una vittoria che ora la Fasolato cercherà di far tornare utile anche nella seconda indagine che sta conducendo sulla centrale di Polesine Camerini. In questa inchiesta, i medesimi imputati condannati ieri sono indagati per omicidio colposo plurimo e omissione o rimozione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro. L'ipotesi investigativa è che le emissioni della centrale possano avere causato numerose patologie, in gran parte tumori, ai residenti nel Delta. «Il materiale probatorio emerso nel corso del processo - conclude la Fasolato - finirà nel nuovo fascicolo».

Perplessità, invece, tra gli avvocati Enel . «Non capisco - si domanda Carlo Marchiolo, difensore di Tatò - come abbiano potuto contestarci il dolo. Attendiamo le motivazioni, poi valuteremo il ricorso in Appello».

 

Lorenzo Zoli

Il Gazzettino, 1 aprile 2006

Edizione di Rovigo

 

 

Nostra redazione

«Finalmente un giudice coraggioso e indipendente ha riconosciuto che il Delta del Po è stato maltrattato da Enel, che ha sempre ritenuto di avere impunità e licenza di inquinare. Quella di oggi è una sentenza storica: è crollato il mito dell'onnipotenza di Enel». A parlare è Luigi Migliorini, commissario del Parco del Delta del Po, ma anche avvocato, impegnato nel processo contro Enel assieme a nove colleghi. Tra loro, Matteo Ceruti, Valerio Malaspina, Giampaolo Schiesaro, Carlo Marcello, Pier Francesco Ruzza.

Pochi minuti dopo la sentenza, la sensazione, tra i presenti, è che sia crollata un'aura di inviolabilità che, fino a quel momento, avvolgeva e difendeva Enel. Nelle lunghe ore che hanno preceduto la decisione del giudice molti, in tribunale e fuori, dubitavano della possibilità che potesse arrivare una condanna.

«Quando, nel 2002, abbiamo iniziato la nostra lotta - racconta Giorgio Crepaldi, fondatore del "Comitato cittadini liberi di Porto Tolle" - non pensavamo di arrivare fino a questo punto: le amministrazioni locali ci hanno sempre osteggiato. Ora, però, sono contento. I soldi che abbiamo ottenuto come risarcimento serviranno ad assistere i malati di tumore che vogliono prendere parte alla nuova indagine su Enel».

Un tema, quello dell'atteggiamento del mondo della politica e degli amministratori, mai critico verso Enel , che torna anche nelle parole di Gino Sandro Spinello, vicepresidente della Provincia di Rovigo e unico amministratore ieri presente in aula. «È una sentenza esemplare per i principi che fissa - spiega Spinello - Individua precise responsabilità a carico di Enel e prende atto delle conseguenze sulla popolazione. La decisione dovrà essere un elemento di riflessione e di autocritica per tutti. Sono d'accordo con quanto ha detto il giudice. Il fatto che a prendere una decisione di questa portata abbia dovuto provvedere un magistrato fa pensare. Sono altri i soggetti che sarebbero dovuti intervenire. Il mondo della politica, in primo luogo, quindi Enel stessa».

Un intervento, quello di Enel , che, tuttavia, a quanto emerge dalla sentenza, non è mai arrivato. «Oggi il Polesine - attacca Legambiente Veneto -, accettando la riconversione a carbone della centrale, ha di fronte la prospettiva di altri decenni di rapporti con una azienda priva di credibilità. Enel ha sempre nascosto i veri livelli dell'inquinamento ambientale, ha fatto in modo che l'indagine epidemiologica decisa all'atto di costituzione della centrale fosse svolta in modo da non rivelare i reali effetti sulla salute, ha ritardato o ha omesso di applicare tecnologie avanzate di riduzione del rischio ambientale».

 

(L.Z.)

 

 

 

La scheda

Iniziato il 26 maggio scorso, il "Processo Enel " si è svolto nell'arco di 52 udienze, per un totale di oltre 500 ore di discussione. Davanti al giudice Lorenzo Miazzi sono sfilati 76 testimoni e sono stati chiamati 24 periti. L'azienda, per difendersi, ha schierato 7 avvocati, mentre il pubblico ministero Manuela Fasolato ha potuto contare sull'aiuto di 10 avvocati di parte civile.

 

 

 

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