Prodi & Chiamparino equilibristi sul filo del tav

 

Romano Prodi e Sergio Chiamparino sono attori (non registi, che i registi si sa albergano in ben altre stanze) di due commedie così ricche fra loro di consonanze da farle somigliare ad un’unica rappresentazione.

Prodi sta per insediarsi, o meglio lo farà quando tutti i controlli delle schede elettorali contestate ne sanciranno la vittoria, a capo del governo, grazie ad una maggioranza di voti talmente risicata da far sì che perfino l’esiguo numero degli elettori che vivono in Valle di Susa avrebbe potuto risultare determinante, nel caso i valsusini avessero deciso di non recarsi alle urne.

Chiamparino ad un mese dalle elezioni può considerarsi già virtualmente il “nuovo” sindaco di Torino, dopo aver incassato l’adesione di Rifondazione Comunista e di conseguenza superato l’unico scoglio che si frapponeva fra lui ed una rielezione praticamente scontata.

Entrambi hanno vinto, o se preferite vinceranno, aggiudicandosi la poltrona più ambita, ed entrambi per vincere hanno dovuto passare attraverso le forche caudine del progetto TAV.

Un progetto in virtù del quale verranno dissipate risorse inestimabili, nell’ordine dei 130 miliardi di euro (ma nessuno ad oggi è in grado di stimare con precisione l’esatto esborso monetario che comporterebbe il completamento dell’Alta Velocità/Capacità in Italia) a fronte di un’opera sostanzialmente inutile in grado di devastare l’equilibrio socio/ambientale di vaste zone del nostro Paese.

Entrambi appoggiano praticamente da sempre il progetto, poiché i loro registi sono le persone deputate a spartirsi larga parte di quei 130 miliardi di euro, che avrebbero potuto se usati diversamente, risolvere molti problemi riguardo al cuneo fiscale o alla detassazione.

Entrambi per vincere avevano bisogno dell’appoggio di quelle poche forze politiche (o meglio degli elettori delle stesse) che si erano dichiarate contrarie al progetto TAV.

Entrambi per coniugare ciò che in realtà non era coniugabile sono ricorsi ad un esercizio alchemico di grande raffinatezza, deputando alle parole (fredde e razionali) tutto ciò che avrebbe dovuto competere alle idee (infuocate e coinvolgenti) fino a raggiungere il risultato voluto.

Romano Prodi, riducendo il senso delle parole ad un mero esercizio sillabico è riuscito a proporre un “programma” sostanzialmente imperniato sulle “Grandi Opere” e votato alla sistematica cementificazione del territorio, nell’ottica di trasformare l’Italia in una piattaforma di movimentazione merci, ma lo ha fatto riuscendo a non nominare mai per nome l’asse Torino - Lione che fra le Grandi Opere risulta di gran lunga il punto più caldo.

Ha confermato pubblicamente che la Torino - Lione “si farà punto e basta” casomai i registi dovessero prendersela a male, ma il suo sforzo di equilibrismo sillabico è stato premiato dalla condivisione del programma da parte di Rifondazione Comunista, dei Verdi e dei Comunisti Italiani che attraverso i loro elettori ne hanno consentito la vittoria, ottenuta al fotofinish anche attraverso la “manciata” di voti dei NO TAV valsusini.

Sergio Chiamparino, il “sindaco olimpionico” fra i più accaniti sostenitori del TAV, insieme ai compagni di merenda Bresso e Saitta, per vincere facile (forse l’avrebbe spuntata lo stesso) aveva bisogno dei voti di Rifondazione Comunista, rinvigorita dall’ottimo risultato elettorale di pochi giorni fa in Valle di Susa.

Anche in questo caso si trattava di due posizioni antitetiche praticamente inconciliabili. Anche in questo caso ampio spazio all’equilibrismo della parola scritta che millanta e illude, senza mai costringere a prese di posizione “scomode”.

L’Osservatorio di Palazzo Chigi, creato da Gianni Letta ad uso e consumo di coloro che vogliono imporre il TAV, si trasforma così da ectoplasma allo stato embrionale a organismo super partes pregno di saggezza e in grado di tutelare gli interessi di tutti i valsusini.

Rifondazione incassa un paio di papabili poltrone, rimette tutta la propria avversità contro il progetto TAV nelle mani “dell’Intoccabile responsabile dell’Osservatorio”, che deciderà egli solo la posizione in cui tenere il pollice, ringrazia il popolo per i suffragi deputategli e monta soddisfatta sul carro del vincitore.

A tutti noi ora non resta altro che perderci in infinite discussioni sul significato delle parole, che quando sono prive di un senso intrinseco rischiano di non significare nulla, poiché la realtà delle cose spesso non alligna in ciò che è scritto bensì in ciò che è sotteso, ma nel “detto” spesso non si ritrova strada alcuna per giungere al “non detto” ed occorre ricominciare da capo.

 

Marco Cedolin

Torino, 19 aprile 2006

 

 

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