La rivolta dei virus

e il mistero H5N1

 

Le più importanti testate giornalistiche escono da mesi con titoli cubitali e le maggiori reti televisive mostrano da anni le tristi immagini dei falò di carcasse di polli ed anatre che illuminano le notti di Jakarta ed Hanoi e i mercati del Guandong brulicanti di uomini, maiali, volatili e… virus. Da quelle fiamme e povere baracche giungono fino a noi poche immagini disperate e confuse, che potrebbero essere le prime avvisaglie di un dramma planetario, che credevamo di non dover più vivere. E invece lo spettro di una terribile pandemia, la prima del III millennio dell’era cristiana, sembra davvero sul punto di materializzarsi: anche i bollettini dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dei CDC di Atlanta – solitamente piuttosto cauti e rassicuranti - non sembrano lasciar dubbi e persino l’ONU preannuncia cifre da capogiro, tanto sul piano dei costi economici (parlando di una crisi finanziaria globale che potrebbe offuscare nella quella del ’29), che di quelli sanitari (delineando scenari apocalittici in confronto ai quali sarebbero le spaventose immagini del ‘18-‘19, della grande Pandemia di Spagnola, a passare in secondo piano). Ma quello che forse stupisce maggiormente la gente comune, abituata a pensare alle grandi epidemie come ad un lontano retaggio dei secoli bui, è che a seminare dolore, panico e morte potrebbe non essere uno di quei virus dai nomi inquietanti (Ebola, Marburg, Nipha, Hendra) che da decenni popolano romanzi e film ispirati al mito angosciante della cattiva scienza venduta al miglior offerente - uomini di governo, magnati texani, bioterroristi o agenti segreti più o meno deviati, certamente privi di scrupoli e affetti da delirio di onnipotenza – ma un banalissimo virus influenzale, senza nome e contrassegnato con una semplice, anonima sigla: H5N1. Come mai? E’ davvero una “Natura matrigna” a creare tali minuscoli agenti del Caos o proprio il disordinato Sviluppo umano è responsabile anche di questo possibile dramma planetario? Siamo certi che i virus siano soltanto questo: malefici agenti del disordine, contro cui solo una Scienza high-tech è in grado di difenderci? O ciascuno di noi può fare ancora qualcosa?

Per cercare di rispondere a domande simili partiamo da una data simbolica: il 1978, l’annus mirabilis della Sanità occidentale.

Prima di tutto perché fu l’anno della grande Conferenza Internazionale di Alma Ata, conclusasi con l’omonima, solenne Dichiarazione. Un documento concreto, siglando il quale i governi di tutto il mondo si impegnavano a investire risorse in prevenzione, promozione della salute ed assistenza sanitaria di base. La sua applicazione, anche soltanto parziale, avrebbe contribuito a risolvere molti dei problemi socio-sanitari che incombono: quali l’aumento esponenziale della patologia degenerativa, neoplastica e immuno-mediata nel I° Mondo e il drammatico ritorno di patologie infettive vecchie e nuove, dovute ad un impressionante assortimento di batteri, parassiti e virus resistenti ad antibiotici e chemioterapici, ed al continuo emergere di “nuovi” patogeni - virus, viroidi, prioni - che, per motivi insufficientemente indagati e chiariti, stanno abbandonando le comode nicchie eco-sistemiche, tissutali e genomiche nelle quali dormivano da milioni d’anni, per penetrare nel sangue, nei tessuti e nelle cellule di altre specie e in particolare di homo sapiens sapiens.

Ma il 1978 può essere definito annus mirabilis anche perché, al termine di una grandiosa campagna di vaccinazione, che rappresenta a tutt’oggi il risultato più importante del suo primo mezzo secolo di esistenza, l’Organizzazione Mondiale della Sanità poté annunciare, almeno ufficiosamente (la dichiarazione ufficiale è del 1980), la definitiva scomparsa dalla scena, del peggior serial killer della storia umana: variola major, agente patogeno del vaiolo.

Erano infatti gli anni in cui, a seguito dei grandi risultati ottenuti in 3-4 decenni di antibiotico-terapia e di immuno-profilassi attiva di massa, si era diffusa in tutto il mondo (anche e soprattutto tra gli addetti ai lavori) la convinzione di una imminente e definitiva vittoria sui microbi. Tanto che in quello stesso anno il Direttore del Dipartimento della Sanità USA aveva dichiarato che era venuto il momento “di chiudere il capitolo delle malattie infettive” e lo storico della medicina Wilam Beveridge aveva pubblicato un libro, intitolato Influenza, the last great plague, nel quale si indicava la grande Spagnola come l’ultima grande pestilenza della storia umana.

Raramente nell’arco della storia umana, profezie furono più radicalmente e dolorosamente smentite dai fatti.

Per dare maggior significato e vigore al racconto è utile seguire la ricostruzione che di quel momento di crisis ci ha lasciato uno dei maggiori storici della medicina: Mirko Grmek.

Riflettendo sulla genesi del “flagello del nostro tempo”, in un libro prezioso, tradotto in italiano col titolo Aids, storia di un’epidemia attuale, Grmek scriveva: “Studiando l’apparizione dell’epidemia, la sua prophasis, si può restare sconcertati, o quantomeno stupiti, da tutta una serie di coincidenze cronologiche.

Nel 1978, l’uomo si trova per la prima volta in possesso dei mezzi concettuali e tecnici che gli permettono di identificare e di isolare un retrovirus umano patogeno. E proprio in quel momento ha avuto inizio la diffusione dell’Aids. Supporre che il virus dell’Aids sia nato, a causa di una brusca mutazione, in quel preciso momento, non significherebbe accordare un ruolo preciso al Caso, attribuendogli cioè una coincidenza tanto improbabile?

In ogni caso la scoperta di un secondo virus dell’Aids è venuta a dare il colpo di grazia ad ogni nostra residua esitazione: non è possibile sostenere l’ipotesi di due mutazioni aleatorie, parallele e indipendenti, che si sarebbero realizzate in tutta la storia dell’umanità proprio nel momento in cui, per la prima volta, si era in grado di registrarle. Aggiungiamo un’ulteriore coincidenza: il vaiolo, la malattia virale che fu, in passato, responsabile del maggior numero di morti tra gli uomini, si era spenta nel 1977; l’ultimo malato fu un africano, un somalo; e proprio dall’Africa sarebbe allora partito il germe che ne prende la successione… Non è che tutti gli eventi che abbiamo citato si condizionino a vicenda; piuttosto essi derivano tutti da una fonte comune: i progressi della medicina, o meglio, gli sconvolgimenti tecnologici che caratterizzano il mondo moderno. E’ grazie a questi progressi delle scienze e delle tecniche che gli uomini hanno sconfitto il vaiolo, messo a punto i metodi per lo studio dei retrovirus e, infine, spianato la strada alle devastazioni provocate da un germe con il quale, poco tempo prima vivevano in silenzioso equilibrio (il germe dell’Aids è un retrovirus estremamente mutevole, mantenuto in letargo dalla pressione della selezione naturale, che favoriva i ceppi poco virulenti).

La medicina vi ha contribuito sia attraverso la rottura della patocenosi, cioè sopprimendo delle malattie che sbarravano la strada all’Aids, sia facilitando la trasmissione del virus, in particolare grazie alle nuove modalità di contatto diretto con il sangue. Inoltre la tecnologia moderna è all’origine dell’incrocio delle popolazioni e della liberazione dei costumi, ulteriori fattori dell’emergere e del diffondersi dell’Aids. L’epidemia è insomma l’altra faccia della medaglia, il prezzo inatteso che dobbiamo pagare per avere perturbato così radicalmente equilibri ecologici millenari”.

Così si esprimeva, di fronte al progredire tumultuoso e inatteso dell’Aids, lo storico facendosi interprete dei segni dell’operato di una scienza incapace di riconoscere e rispettare il mistero e la sacralità della Vita le vere origini di un’alterazione repentina e pericolosa della patocenosi e dello stesso equilibrio dell’ecosistema microbico, che iniziava a manifestarsi proprio in quegli anni secondo due direttrici fondamentali: la diffusione “epidemica” delle resistenze ai farmaci in quei microrganismi (batteri e parassiti) esposti, nell’ultimo mezzo secolo, ad un bombardamento scriteriato a base di antibiotici e chemioterapici; il misterioso emergere di sempre “nuovi” e micidiali virus, incautamente destati da un sonno profondo di milioni di anni nelle fitte foreste d’Africa e d’Amazzonia e nelle ancor più misteriose profondità dei genomi dei nostri cugini primati e degli altri animali da noi sviscerati e seviziati senza pietà nei laboratori, negli allevamenti e nei mattatoi di tutto il mondo.

È da qui che dobbiamo partire anche noi, di fronte all’incombere della minaccia di una nuova pandemia, se vogliamo comprendere le ragioni di un doloroso rito sacrificale che la Natura periodicamente celebra, per ristabilire gli equilibri che alcuni tra i suoi figli più forti e “competitivi” tendono ad alterare a proprio vantaggio e rammentare all’uomo che nessun essere vivente dovrebbe porsi al di fuori e al di sopra del grande organismo di cui è parte integrante.

È ormai chiaro, di fronte ai segnali molteplici che ci invia il pianeta ferito, che una singola specie vivente non può attribuirsi l’uso di tutte le risorse energetiche e materiali disponibili, non può bruciare impunemente ogni giorno milioni di tonnellate di combustibili fossili, non può scaricare in aria, acqua e terra milioni di tonnellate di sostanze chimiche inquinanti, non può attribuirsi l’utilizzo monopolistico dell’acqua dolce di superficie, fino a provocare l’estinzione di un quarto delle specie aviarie esistenti sulla terra, non può stravolgere in pochi decenni i delicati equilibri climatici, il regime dei venti, la circolazione delle correnti oceaniche, il ciclo stesso delle acque e dei gas che mantiene e regola la vita.

È difficile non concordare con l’analisi di Grmek, non riconoscere che la società industriale da alcuni decenni rischia di interferire in modo devastante non solo con l’equilibrio attuale della biosfera e dell’ecosistema microbico che ne rappresenta la struttura portante, ma con l’intero processo creativo/evolutivo che continuamente modella e trasforma la Natura. I microbi sono sulla terra da 4 miliardi di anni e l’uomo da un milione; mentre tutti gli organismi superiori hanno un ruolo del tutto accessorio, la vita sulla terra non potrebbe sussistere in assenza di microrganismi, che del resto costituiscono il 60/90% (a seconda che si metta nel computo la cellulosa) della cosiddetta materia organica.

In questa luce possiamo capire il significato della grande epidemia. Al pari dell’aumento delle manifestazioni climatiche estreme e di altre catastrofi in-naturali, anche il ritorno delle grandi epidemie non può oggi essere visto semplicisticamente come un ”inevitabile evento naturale periodico”.

 

Tenendone conto possiamo ancora tentare di ridurre l’impatto e di prevenire le possibili repliche di un evento che ha origine nello sconquasso (micro)bio-ecosistemico prodotto dai nostri, irresponsabili metodi di sfruttamento intensivo della terra e degli animali e dall’uso sempre più estensivo di molecole chimiche bio/geno-tossiche e di pratiche bio-mediche invasive ed incuranti dei delicati equilibri propri della (micro)bio-sfera e delle barriere che la Natura ha posto tra le specie viventi.

 

Animali, uomini e virus

Grmek, nella sua analisi, mescola in modo magistrale dati epidemiologici, sociologici, microbiologici, interpretazioni scientifiche e riflessioni metafisiche:

  • per dirci che nella biosfera, anzi in un pianeta-ecosistema vivo, in cui tutto interagisce, in cui la trasformazione improvvisa di una singola molecola di adenina può trasformare un virus in un serial killer pandemico e spazzare via un’intera specie animale, l’uomo dovrebbe ritrovare la coscienza dei propri limiti;
  • per ricordarci che persino una grande vittoria come quella sul vaiolo, potrebbe aver avuto un triste “rovescio della medaglia”: perché anche il più minuscolo degli esseri viventi, anche un singolo batterio o virus, ha un suo posto ed un ruolo preciso nella misteriosa catena degli esseri, un posto conquistato in un percorso coevolutivo di miliardi di anni e fatto di competizione e di lotta, ma anche (e i fondamentalisti dell’evoluzionismo spesso lo dimenticano) di alleanze e sinergie misteriose;
  • per ammonirci che non soltanto la cosiddetta black science, ma persino una prassi medica quasi universalmente considerata un luminoso prodotto della white science potrebbe avere conseguenze funeste e irreversibili, se persino un virus nefasto aveva, nell’ambito della biosfera, una sua funzione equilibratrice se non addirittura selettiva, certo dolorosa per le sue vittime, ma necessaria.

Un’analisi come quella di Grmek è stata ascoltata, contraddetta, confutata?

Non è facile spiegare come mai la comunità scientifica internazionale, non abbia mai tradotto questi avvertimenti in proposte di norme precise; pur avendo riconosciuto, almeno in linea teorica, la validità scientifica delle analisi di autori come Grmek, Mc Michael, Diamond, che illustrano le origini eco-sistemiche delle malattie e pandemie; pur essendo costretta da anni ad ascoltare gli appelli di microbiologi e virologi - inevitabilmente i più consapevoli della pericolosità della situazione - che in congressi internazionali ripetono le drammatiche parole di Joshua Lederberg che già alla fine degli anni ’60 metteva in guardia i ricercatori di tutto il mondo dal continuare ad interferire pesantemente con i microrganismi, con “sperimentazioni che rischiano di portare l’uomo all’auto-sterminio”.

In parallelo con i continui, stupefacenti progressi nel campo della biologia molecolare (che hanno avuto evidenti ricadute positive nel campo della ricerca e nella diagnostica di laboratorio), sono aumentati negli ultimi decenni tanto i rischi direttamente collegati alla manipolazione in vivo ed in vitro di microrganismi, di virus e di componenti della genosfera, quanto gli episodi ed i segnali che documentano il progressivo stravolgimento epidemiologico e (micro)bio-ecosistemico del pianeta. Si sono infatti moltiplicati gli outbreaks planetari da microrganismi multi-drug resistent e sono emerse nicchie eco-sistemiche e genomiche in cui dormivano, da milioni di anni, legioni di nuovi virus.

Proprio tra la fine degli anni ’60 ed i primi anni ‘70, mentre Lederberg lanciava i suoi drammatici appelli, più o meno contemporaneamente in varie aree del pianeta, fecero la loro comparsa alcuni dei più spaventosi agenti-killer del nostro tempo: i virus delle febbri emorragiche di Lassa, Junin, Hanta, Marburg, Ebola. Virus morfologicamente assai diversi e accomunati soltanto dal fatto che il loro programma genetico è inscritto in molecole di RNA (dotate del resto di un assetto genomico estremamente diversificato): caratteristica che li rende instabili e consente loro di trasformarsi continuamente e sfuggire alla sorveglianza dei sistemi immuncompetenti degli organismi superiori. Virus che da milioni di anni sono ospiti di specifiche specie animali (in genere roditori e primati) e solo di recente l’aggressione dell’uomo al loro habitat naturale ha spinto al “salto di specie”. Virus che, pur così diversi ed evoluti in contesti tanto distanti, sembrano produrre malattie abbastanza simili e spesso incredibilmente violente. La loro inaudita virulenza, più che dalla specifica conformazione ed azione del virus, dipendono dalla subitaneità con cui si è prodotto il salto di specie, dal roditore o dal primate all’uomo, e dalla conseguente reazione violenta che i nostri sistemi di prima difesa mettono in atto di fronte ad un agente patogeno totalmente ignoto.

Così avvenne in Sud America nei tardi anni ’60, allorché le multinazionali diffusero nella pampa in monocolture di mais, le quali per crescere in un terreno inadatto richiedevano tonnellate di sostanze chimiche: ciò sconvolse l’ecosistema dei roditori e favorì alcuni criceti, portatori del virus di Jenin, che trasmisero il loro scomodo ospite all’uomo.

Così avvenne in Africa dove analoghi interventi umani misero a soqquadro, negli stessi anni, gli ecosistemi animali e microbici, provocando il passaggio all’uomo dei virus della febbre di Lassa, di Marburg, di Ebola. La stessa cosa è avvenuta, con modalità diverse, anche per l’Hiv, su cui i microbiologi ed epidemiologi, che pure hanno lungamente indagato, non hanno ancora raggiunto una visione comune... forse perché alla sua genesi e diffusione potrebbero avere contribuito alcune prassi sanitarie di primissima importanza nella stratega sanitaria che l’Occidente ha imposto all’intero pianeta: in primis, negli anni ’50 e proprio nelle aree di partenza dell’epidemia di Aids, la sperimentazione del vaccino antipolio, che potrebbe aver favorito il salto di specie, dalla scimmia all’uomo, di alcuni virus ed in particolare del Siv, che potrebbe essere il diretto progenitore di almeno uno dei ceppi virali che hanno scatenato la pandemia…

 

H5N1: oscuro oggetto del panico dei nostri giorni

L’H5N1 di cui parlano i giornali ha già seminato dolore e morte in Asia e attraverso le migrazioni degli uccelli selvatici (da millenni serbatoio naturale dei virus influenzali di tipo A) potrebbe propagarsi in pochi mesi in tutto il pianeta e potrebbe trovare nei flussi e circuiti sempre più vertiginosi ed eterogenei di uomini, animali, microbi e merci, tipici del mondo ai tempi della globalizzazione, il terreno di coltura e diffusione ideale

 

Come si sa H5N1 è un orthomyxovirus mutante: cioè un tipico virus influenzale che sembrerebbe aver già acquisito, almeno in parte, le temute caratteristiche genico/antigeniche necessarie a fare il “salto di specie” dagli uccelli all’uomo, trasformandosi nel primo virus pandemico del III° millennio in un virus altrettanto micidiale del suo progenitore, o se si preferisce fratello maggiore, H1N1 che nel 1918-9 uccise decine di milioni di essere umani, colpendo di preferenza donne ed uomini nel pieno delle forze.

Uno degli argomenti più dibattuti di questi mesi, quello del paragone con la Spagnola, la prima e più terribile pandemia sensu stricto, che colpì il mondo a due riprese tra il 1918 e il 1919, facendo in pochi mesi più vittime delle granate, delle mine, della fame e delle epidemie di tifo e colera della Grande Guerra, che pure avevano già mietuto circa dieci milioni di persone.

Alla fine della seconda e più tremenda ondata pandemica, infatti, il computo dei decessi presunti (di molti paesi abbiamo un’idea alquanto vaga) raggiunse i 30 o 40 milioni di morti, molti dei quali giovani o giovanissimi.

Tra le affermazioni, apparentemente ineccepibili, messe in campo da quanti, temendo qualsiasi tipo di allarmismo, rifiutano il paragone con la Spagnola, spiccano le seguenti:

  • nel 1919 anche le popolazioni del Nord del pianeta erano, rispetto ad oggi, poco nutrite e quindi immunodepresse;
  • a quel tempo non esistevano antibiotici e le complicanze batteriche, che sono la vera causa della morte di migliaia di anziani in corso di influenza, potevano fare strage;
  • il virus dell’influenza fu isolato solo nel 1933, ed anche per questo motivo oggi siamo infinitamente più preparati ad affrontarlo con farmaci e, soprattutto, con vaccini efficaci e sicuri…

Purtroppo nessuna di queste affermazioni, apparentemente sensate, è del tutto veritiera, per la stessa, identica ragione per cui, come abbiamo già detto a proposito dei Filovirus e degli Arenavirus delle febbri emorragiche (Ebola, Marburg, Jenin), ciò che rende micidiale per l’uomo e per gli animali l’incontro con un virus che abbia subito da poco le trasformazioni genetiche ed antigeniche necessarie al salto di specie è proprio la reazione violenta dell’organismo ospite! Cioè l’infezione da virus mutante è grave in proporzione alla capacità di reazione dell’organismo ospite: il che spiega l’alta frequenza, apparentemente paradossale, delle morti giovanili del 1919 e giustifica le odierne apprensioni degli esperti.

Numerosi report scientifici dimostrano come, nei casi gravi di influenza da H5N1 fin qui studiati, la morte sembra conseguire ad una grave reazione immunomediata (la cosiddetta “tempesta dicitochine”) con shock tossico e coagulazione intravascolare disseminata, un meccanismo del tutto simile a quello ipotizzato per spiegare le tante morti giovanili della spagnola!

Anche la tesi di una molto maggior efficacia degli attuali presidi farmacologici e immuno-profilattici non appare molto fondata. Gli antibiotici possono al massimo ridurre il numero e la gravità delle complicanze tardive (che di solito colpiscono gli anziani e comunque i soggetti più fragili); per quanto concerne gli antivirali, la loro efficacia è relativa e limitata alla fase iniziale, pre/pauci-sintomatica; per quanto concerne infine i vaccini, bisognerebbe ricordare che per produrre e somministrare a centinaia di milioni di persone un nuovo vaccino specifico (che ancora non c’è) sarebbero necessari almeno 10-12 mesi: un tempo superiore a quello di diffusione planetaria della pandemia (questo sì di molto inferiore a quello necessario 80 anni fa). Però H5N1 sta ancora mutando e le multinazionali del farmaco non possono iniziare la produzione industriale finché il virus non ha acquisito (magari dopo ricombinazione con un “ceppo umano”) un assetto abbastanza stabile/definitivo. Il fatto stesso che un vaccino specifico per un virus aviario non possa essere prodotto sulle “tradizionali” cellule embrionali di pollo (H5N1 le ucciderebbe immediatamente), ma debba essere “creato” con tecniche sofisticate di genetica inversa, in grado di produrre mutazioni genetiche mirate e ricombinazioni controllate, rischia di allungare ulteriormente i tempi, senza contare che esistono persino allarmi intorno ad un possibile effetto paradosso (da amplificazione della reazione immunologica) indotto, in fase pandemica, dagli anticorpi prodotti da alcuni vaccini…

 

È certo che proprio H5N1 sia il mutante tanto atteso e temuto da anni?

Non è ancora possibile dare al quesito una risposta, bisogna però ammettere che il virus sembra avere tutte le carte in regola per esserlo. Sul piano genetico: visto che sembra aver conseguito fin dall’inizio la fatidica mutazione nella zona calda del gene codificante per la proteina antigenica HA, che permette il clivaggio della proteina e quindi l’attracco e l’ingresso del virus nelle cellule respiratorie umane, si può dire che almeno a partire da quel momento H5N1 rappresenta un mutante pericoloso per l’uomo e lo ha ampiamente dimostrato, uccidendo decine di giovani in vari paesi (le statistiche non sono attendibili e rendono gli indici di letalità, fin qui a dir poco terrificanti, a loro volta poco credibili). Il fatto che il virus non si sia ancora ricombinato con ceppi “umani” (cioè già noti al nostro sistema immunocompetente) rende forse meno certa la sua trasformazione in agente pandemico, ma non determina una minor pericolosità dell’infezione; tanto più che la possibile ricombinazione potrebbe addirittura rendere il virus meno patogeno. Mentre la documentata esistenza dei primi cluster familiari, potrebbe far pensare ad una capacità di trasmissione interumana già acquisita, da parte di alcuni sottotipi.

 

In conclusione bisogna sottolineare il vero nodo da sciogliere: la comparsa contemporanea sulla scena, in varie parti del pianeta, di tanti virus mutanti/ricombinanti e/o migranti da una specie all’altra.

Perché se anche è vero che H5N1 rappresenta il problema del giorno, ciò che dovrebbe destare l’interesse degli esperti e spingere le autorità sanitarie e politiche di tutto il mondo ad affrontare in modo più organico e radicale la situazione, non è l’improvvisa mutazione di un singolo ceppo virale, ma una trasformazione sempre più radicale del quadro epidemiologico e patocenotico globale.

La mai del tutto chiarita “vicenda SARS”, in cui un Coronavirus - un virus respiratorio morfologicamente piuttosto simile ai virus influenzali e geneticamente ed antigenicamente molto diverso dai suoi simili, che avevano in precedenza colpito i mammiferi (più spesso popolazioni aviarie e suine, ma anche uomini) - si è improvvisamente trasformato in un killer… Il quasi contemporaneo emergere in varie parti del pianeta di vari ceppi influenzali mutanti (H5N1, H5N2, H7N1, H7N7, H9N2…) che sembrano aver acquisito caratteristiche genetiche ed antigeniche nuove, in grado di trasformarli in killer delle stesse popolazioni aviarie di cui sono stati ospiti silenziosi per millenni (anche in questo caso non è soltanto il numero degli outbreaks a colpire - ma la loro sempre più rapida successione) e di favorire un loro, del tutto inusuale, salto di specie dagli uccelli all’uomo… L’emergere in pochi decenni di numerosi retrovirus e di altri agenti virali in grado di indurre l’insorgenza di epatiti, encefaliti e febbri emorragiche.

Il verificarsi di tutti questi eventi “epocali” proprio nel momento in cui, secondo la “lezione” di Grmek, possediamo gli strumenti tecnici e concettuali per interpretarli, dovrebbe spingerci a indagare più a fondo intorno a quella che appare, ogni giorno di più, una trasformazione radicale dei rapporti tra organismi superiori e virus: una trasformazione che sarebbe difficile non imputare agli stravolgimenti eco-sistemici indotti dall’uomo.

 

La rivolta dei virus, silenziosi postini della genosfera

Il problema che dobbiamo affrontare non è “soltanto” quello di una pandemia che pure minaccia di portare indietro l’orologio della civiltà di alcuni decenni, ma qualcosa di più generale, che riguarda l’intero assetto di una società e di una cultura basate su un dominio scriteriato della Natura e su uno sfruttamento sempre più brutale di miliardi di altri esseri viventi.

Significa che è sempre più evidente come soltanto la via della prevenzione e della promozione della salute, tracciata ad Alma Ata e mai seguita, potrebbe permettere all’uomo di evitare catastrofi come una pandemia inutilmente prevista e annunciata da anni. Perché non c’è medico, biologo, microbiologo o epidemiologo che non sappia quanto sia difficile cercare di eliminare dalla scena un virus, una volta che un nostro comportamento irresponsabile lo abbia “slatentizzato” e trasformato in un “agente caldo”. Ciò per una regola biologica basilare, che riguarda non solo tutti gli esseri viventi, ma le stesse molecole che contengono e trasmettono i loro programmi genetici (DNA e RNA): una tendenza irrefrenabile a riprodursi e a diffondere liberamente e senza limiti di spazio e di tempo. Per questi motivi sarebbe necessario ed urgente imporre in tutto il mondo regole precise che pongano un freno al grande esperimento prometeico (ma potremmo anche dire luciferino) condotto da un demiurgo irresponsabile, che si è arrogato il diritto di trasformare la Natura in un gigantesco laboratorio e tutti gli esseri viventi in cavie.

Non si può che definire scriteriata ed irresponsabile la decisione di ricercatori e biotecnologi che, pur avendo scoperto con stupore che i virus non sono schegge imperfette di materia, sospese tra il regno minerale e quello della vita, e neppure semplici parassiti o “scarti dell’evoluzione”, ma parte integrante ed attiva di tutti i genomi, misteriose staffette del trasferimento genetico orizzontale, cercano di asservirli e di utilizzarli secondo programmi ed obiettivi di profitto, rischiando di trasformarli in “agenti del caos”.

Infatti è certamente possibile sostenere che il coronavirus mutante della SARS ed i vari ceppi di othomyxovirus influenzali mutanti siano prodotti di eventi genetici ricorrenti nel misterioso mondo dei virus; ma sarebbe sciocco affermare che anche l’improvvisa aggressione alla nostra e ad altre specie viventi, da noi tenute in condizioni di vita profondamente innaturali, da parte di decine di virus patogeni improvvisamente e contemporaneamente “vocati al salto di specie” rappresenti un evento del tutto naturale.

È legittimo sperare che H5N1 non si trasformi in un serial killer e che la prima pandemia del terzo millennio arrivi il più tardi possibile ed in forma attenuata; ma sarebbe auspicabile che la paura che lo spettro della pandemia ha suscitato serva almeno a riconoscere il vero grande problema che biologi, microbiologi, biotecnologi dovranno al più presto affrontare: quello della rivolta dei virus, silenziosi postini della genosfera.

 

Ernesto Burgio

L’Ecologist n° 4, aprile 2006

 

 

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