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Dossier rifiuti

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Massimo Serafini

 

 

PRIMO:

IL MODELLO DEI CONSUMI

 

 

Dopo i tanti e troppo spesso rituali appelli, da parte di autorevoli rappresentanti  del centro-sinistra a discutere di programmi, abbiamo deciso che la “rivista” aprisse una riflessione sul problema della gestione dei rifiuti, tema su cui sicuramente chi vuole contendere il governo del Paese al centro-destra e a Berlusconi deve saper indicare con chiarezza con quali scelte e progetti si intende promuovere un’alternativa. Per farlo abbiamo chiesto a Legambiente una serie di contributi, che riflettessero la sua elaborazione programmatica in materia, ma anche le esperienze che l’associazione ha sviluppato nel Paese in questi anni. Su questi contributi intendiamo aprire un confronto serio con l’insieme delle forze di centro-sinistra.

Sarebbe un grave errore, da parte dell’Ulivo, pensare che sul problema della gestione dei rifiuti possa bastare, per ottenere consensi, richiamare il Decreto Ronchi, senza fare i conti con le resistenze che incontrò anche durante l’esperienza del governo di centro-sinistra. Ancora peggio sarebbe pensare che, se fossero gestite dal centro-sinistra, le soluzioni puramente impiantistiche o di “smaltimento” potrebbero funzionare e ottenere consenso popolare. L’ipotesi di affidare la gestione dei rifiuti solo a inceneritori o discariche, è, infatti, destinata a incontrare forti resistenze popolari, chiunque la proponga.

Bisogna quindi agire, ripartendo -se si vuole uscire da questa logica del bruciare tutto o seppellire tutto- da un intervento forte sul modello di produzione e dei consumi, in altre parole sul modello di sviluppo. Per ridurre i rifiuti, raccoglierli in modo differenziato e riusarli bisogna costruire un progetto che sia capace di incidere sul concetto di crescita, superando l’idea che la “famosa” ripresa dipende solo da una ripresa dei consumi, qualunque essi siano. E’ necessario, insomma, mettere in campo un radicale progetto di cambiamento della società.

E’ facile dire che non tutto è chiaro nelle proteste popolari conto gli inceneritori e in particolare in quella di Acerra. Ma ciò che manca a questi movimenti è un progetto alternativo, a cui riferirsi, che però nessuno ha tentato di proporre. Nella vicenda campana non c’è solo il fallimento del centro-destra e delle sue politiche ambientali, ma anche l’incapacità del governo di centro-sinistra della Regione di offrire una soluzione diversa e convincente a questo problema. Si è preferito subire o accettare la logica dell’emergenza e dei commissari con poteri di ordinanza. Si è in definitiva persa una grande occasione per chiarire alla gente, su una questione così coinvolgente e indicatrice della qualità della vita di una società, quale era il progetto di cambiamento della Campania che il centro-sinistra e Bassolino intendevano perseguire. In buona sostanza, si è oscillato fra una delega  totale del problema al commissario e all’intervento straordinario e un’accettazione ed esaltazione acritica delle scelte del movimento.

Per uscire da questa situazione, che rischia di alimentare nel popolo astensionismo e sfiducia nella politica, è importante che l’insieme del centro-sinistra si misuri con la vicenda campana e più in generale con il problema della gestione dei rifiuti. Ci auguriamo che questi contributi aiutino ad andare in questa direzione.

 

 

 

Massimo Serafini

 

 

 

 

Dossier rifiuti

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Andrea Poggio

Duccio Bianchi

 

 

USCIRE DALL’EMERGENZA

 

 

Primo: ridurre

 

 

Tra il 1996 e il 2002 la produzione di rifiuti urbani è aumentata di 4 milioni di tonnellate. La produzione di rifiuti urbani corre ancora più veloce della crescita dei consumi e del reddito: l’intensità di rifiuto per l’unità di reddito a prezzi costanti è passata da 27,8 t per milione di euro nel 1996 a 28,7 t per milione di euro nel 2002. Insieme ai consumi energetici (e alla artificializzazione del suolo) è uno dei pochi importanti fattori di pressione ancora in crescita assoluta (ed è l’unico che ancora cresce più dei consumi e del reddito). Stabilizzarli o avviarne addirittura una progressiva contrazione costituisce una condizione per una gestione sostenibile dei rifiuti e per una pianificazione credibile.

Ridurre la crescita dei rifiuti è un obiettivo praticabile. La crescita dei rifiuti urbani è oggi addebitabile quasi per intero al flusso dei materiali cartacei e dei materiali plastici impegnati per consumi usa e getta, largamente presente oltre che nei rifiuti anche e soprattutto nei rifiuti di origine commerciale e produttiva spesso raccolti nello stesso circuito dei rifiuti urbani.

Laddove i rifiuti generati da questi consumi hanno avuto un costo specifico in capo al produttore -come nel caso degli imballaggi- i consumi si sono quasi stabilizzati. Tra il 1996 e nel 2003 il consumo interno di imballaggi è cresciuto del 27 % (ad un tasso quasi doppio rispetto alla crescita dei rifiuti urbani), ma tra il 2000 e il 2003 la crescita si è limitata ad un +3 %. Flussi cartacei, imballaggi, prodotti elettronici sono i flussi critici per i rifiuti urbani, ma in tutti questi campi esistono tecnologie, soluzioni di design, comportamenti d’uso che potrebbero drasticamente minimizzare consumi e rifiuti non necessari. La revisione di alcuni sistemi di imballaggio ha fatto conseguire una riduzione di rifiuti fino al 70%. La semplice adozione di stampanti e fotocopiatrici duplex (con fronte retro) potrebbe quasi dimezzare i consumi di carta negli uffici.

Ciò che manca sono le politiche -anche di diffusione delle conoscenze e di educazione- e l’impiego di strumenti economici che inducano in questo settore una disseminazione di innovazioni tecnologiche, comportamenti virtuosi e cambiamenti di mercato.

 

 

 

Secondo: differenziare

 

 

E’ passato il tempo in cui differenziare serviva solo per qualche frazione del rifiuto casalingo (in genere il vetro), che era possibile avviare facilmente al riciclaggio diretto in vetreria. Oggi in Italia la differenziazione serve soprattutto per indirizzare al corretto ed economico trattamento la totalità dei rifiuti prodotti nelle nostre città: all’ultima edizione dei “Comuni ricicloni”! Legambiente ha premiato ben 507 comuni italiani, che indirizzano a differenti riciclaggi tra il 50 e il 70% dei rifiuti prodotti. La quota rimanente viene poi spesso trattata e ulteriormente divisa tra stabilizzazione, recupero energetico e trasformazione in inerte per riempimenti e cementifici. Intere regioni come Veneto e Lombardia portano a riciclaggio più del 35% dei propri rifiuti, così come molte altre Regioni di centro Europa lo fanno per la metà dei loro scarti.

Dopo la prima selezione domestica le varie frazioni vengono indirizzate a differenti e appropriati impianti di primo trattamento: compostaggio per la frazione organica, selezione per i materiali riciclabili, biostabilizzazione ed epurazione degli inquinanti per la preparazione al recupero energetico, inertizzazione e avvio alla discarica per la sola frazione inerte. Scrivevamo già nel 1990: “Non c’è quindi, da parte di Legambiente, alcuna pregiudiziale contro l’una o l’altra tecnica di trattamento o smaltimento del rifiuto. Permane invece un non deciso ad ogni soluzione impiantistica che pretenda di trattare tutto il rifiuto urbano raccolto in maniera indifferenziata: non solo discariche e inceneritori, ma anche impianti di compostaggio e di selezione, se partono dal rifiuto tal quale, si presentano complessi, spesso diseconomici, più inquinanti e con forti difficoltà a trovare sbocchi di mercato per il prodotto del riciclo” 1. Barriere ideologiche applicate a principi tecnologici non hanno mai avuto fondamento.

 

 

 

La Campania che ricicla

 

 

Anche in Campania esistono diverse esperienze di buona gestione dei rifiuti, come dimostrano i dati dei “Comuni ricicloni”: quest’anno sono stati premiati una ventina di comuni delle province di Napoli e di Salerno, che hanno abbondantemente superato il minimo di legge (35%) e raggiunto, nel caso di Bellizzi (13.000 abitanti), il 68% di raccolta differenziata avviata al riciclaggio di materia. Ecosportello, l’ufficio di Legambiente che offre consulenza e aiuto gratuito ai Comuni nella gestione dei rifiuti urbani, in accordo con il CONAI, ha appena concluso un’interessante ricerca su 5 casi comunali di successo: Pollica (2.500 abitanti, centro piccolo e turistico), Montecorvino Rovella (12.700 abitanti, comune medio, dove il riciclaggio è gestito da una società a capitale comunale), Marigliano (38.000 abitanti), tre quartieri di Napoli in cui si è sperimentata la raccolta degli imballaggi e dell’organico porta a porta e, infine, di un caso di servizio consortile di 45 comuni del salernitano (140.000 abitanti). Lo scopo della ricerca, i cui risultati saranno presentati al pubblico nelle prossime settimane a Napoli, è quello di cercare e verificare sia le soluzioni adottate e i fattori di successo, che le criticità e i fattori ostativi alla realizzazione di un moderno sistema integrato di smaltimento dei rifiuti in una grande Regione del Mezzogiorno.

Ecco in sintesi le conclusioni:

a-  in tutti i casi (anche a Napoli) la raccolta differenziata è balzata a valori elevati solo con il servizio “porta a porta”, sostenuto da una adeguata campagna di sensibilizzazione e supportato dalla realizzazione di piccoli centri di raccolta differenziata distribuiti sul territorio;

 

b-  la raccolta del rifiuto umido (delle cucine) raggiunge in Campania percentuali più elevate (sino al 40%) della media nazionale e, di conseguenza, l’organizzazione della sua raccolta separata e la costruzione di un  numero elevato di impianti di compostaggio è indispensabile;

 

c-  le carenze impiantistiche, su tutte le tipologie di impianti (centri di quartiere, impianti di selezione e trasferimento, compostaggio dell’umido e anche recupero energetico), determinano alti costi di trasporto e forti tensioni e incertezze sull’organizzazione della raccolta e sui costi per i Comuni e i cittadini.

 

 

 

Più, o meno impianti di smaltimento

 

 

E’ quindi insensata la contrapposizione emersa ad Acerra tra un governo che pensa di bruciare tutto quello che prima finiva in discarica e una rivolta nazionale, che rifiuta qualsiasi impianto di smaltimento in quanto potenzialmente dannoso. La soluzione non è e non può essere rappresentata da pochi forni di incenerimento e discariche per i rifiuti in gran parte indifferenziati, magari presidiati giorno e notte dalla polizia. Dobbiamo però riconoscere che la raccolta differenziata precede la realizzazione di un numero di impianti decisamente più alto (in ogni Regione centinaia di centri, decine di impianti diversi, officine, fabbriche, uffici), con diverse centinaia di tecnici, commerciali, lavoratori impiegati. Altro che “moratoria” degli impianti!

Si è fatto un gran parlare dei 47 inceneritori italiani, censiti dall’Osservatorio nazionale dei rifiuti, capaci di trattare solo il 9% dei rifiuti nazionali (metà dei quali in Lombardia) e della necessità di costruire qualche decina di altri impianti di recupero energetico per tutta Italia. E diciamo subito che è una necessità anche per la Campania, dove è però necessario realizzare alcuni impianti di termovalorizzazione. Quanti, dipende dalla capacità ma prima ancora dalla volontà di raggiungere gli obiettivi prefissati di riduzione e di raccolta differenziata. Dove, è presto detto: gli impianti vanno costruiti in aree industriali e preferibilmente vicino alle città dove si producono più rifiuti: il che significa che Acerra, per l’appunto area industriale, è tra i siti “candidabili” ad ospitare un termovalorizzatore, così come Napoli e Salerno.

Vale la pena di ricordare però che una quota analogamente bassa di rifiuti italiani (2,5 milioni di tonnellate di urbani, più altrettanti di origine diversa) viene trattata in 240 impianti di compostaggio di qualità, che chiudono i loro bilanci vendendo ammendante di qualità. Di simili impianti se ne dovranno costruire altri 500 nei prossimi anni. Grazie alle raccolte dei vari materiali e imballaggi oggi sono qualche migliaio le aziende e le unità produttive coinvolte nel riciclaggio di 7 milioni di tonnellate di materiali, con un fatturato stimato in 2 miliardi di euro. Se il riciclo raddoppia, raddoppieranno realisticamente le dimensioni del settore.

C’è poi qualche altro centinaio di impianti, che punta a trattare in qualche modo il rifiuto non differenziato, cercando di esaurire o tamponare la degradazione della parte putrescibile: sono le così dette “ecoballe”, o “biostabilizzato”, o nel caso più virtuoso “combustibile derivato dai rifiuti”, spesso “stoccati” in milioni di tonnellate nelle vicinanze degli impianti, in attesa della costruzione di discariche o impianti energetici che vogliano o possano bruciarli.

 

 

 

Dai rifiuti nuovo lavoro

 

 

Gli ancora pochi casi virtuosi di smaltimento dei rifiuti delle province di Napoli e Salerno dimostrano che l’uscita dall’emergenza è possibile, al Nord come al Sud, solo a patto che divenga una reale opportunità di creazione di lavoro e di imprese sane. Imprese fortemente intrecciate con le esigenze del territorio, rappresentato da un lato dai Comuni e la tipologia dei rifiuti prodotti e dall’altro dalle imprese utilizzatrici dei materiali rigenerati (compost per l’agricoltura e Consorzio nazionale imballaggi). L’aumento della tassa di smaltimento dei rifiuti non deve servire a pagare prevalentemente il trasporto dei rifiuti in Germania o in alcuni grandi impianti assistiti (inceneritori) o in perdita (discariche o biostabilizzatori), ma, in primo luogo, a sostenere la crescita di un nuovo comparto produttivo come quello del riciclo.

La gestione sostenibile dei rifiuti -dalla minimizzazione al riciclo- significa in primo luogo rendere più sostenibili i processi di produzione e di consumo: produrre e consumare pensando di generare meno rifiuti e di reimmetterli nei cicli di lavorazione o di uso, attraverso il design, la sostituzione di materiali, l’attenta gestione dei processi di distribuzione, la modifica dei comportamenti d’uso quotidiani. Stiamo insomma cercando di creare, accanto al sistema di produzione dei beni con i suoi impianti, le sue imprese e tecnologie, un  nuovo settore dell’economia, basato sul reimpiego di materie “seconde”: carta, vetro, metalli, ammendante agricolo, nuove plastiche, nuovi mobili, materiali da costruzione e, perché no, un po’ di energia e materiali di riempimento per ripristini ambientali e discariche.

 


Dai rifiuti nuovi mercati

 

 

La legge italiana prevede che il 30% degli acquisti delle istituzioni pubbliche (ministeri, Comuni, caserme, scuole) e delle società pubbliche (Anas, ferrovie, municipalizzate, acquedotti, aziende ospedaliere) sia costituito da materiali di riciclo. Manca però la capacità di farlo (esemplari gli strumenti messi a punto dalla provincia di Cremona), la volontà di attuare la norma e, persino, l’offerta di mercato e le forme di certificazione della provenienza dei materiali: Legambiente ha messo a punto un’importante iniziativa, rivolta esclusivamente alla promozione di un mercato dei prodotti di riciclo -che abbiamo chiamato “Pubblici riacquisti”-, con l’aiuto dei Consorzi di filiera (imballaggi, compost, inerti …) e dell’Osservatorio nazionale dei rifiuti.

E’ evidente che la creazione di una nuova “economia dei rifiuti” è un processo complesso, spesso discontinuo, che richiede, soprattutto inizialmente, alti costi e investimenti, costruzione di esperienze, imprese, conoscenze. Non solo: un tessuto industriale forte come quello lombardo e veneto ha saputo più facilmente rispondere alla crisi del vecchio sistema di smaltimento dei rifiuti, grazie anche alla presenza diffusa di operatori del recupero che vivevano degli scarti industriali (20 anni fa metà degli iscritti alle associazioni dei “cartacciai” e “recuperatori” avevano sede in provincia di Milano) e delle grandi industrie, che avevano bisogno di quella materia prima (le cartiere stanno da Firenze in su, i grandi riciclatori di legno sono mantovani, la lavorazione dei rottami metallici fa capo a Brescia). Insomma, a rendere più difficile la soluzione dell’emergenza rifiuti nelle regioni Campania, Puglia e Sicilia, non pesa solo il controllo diretto della criminalità organizzata sul ciclo dei rifiuti, quanto piuttosto la carenza di un forte tessuto imprenditoriale sia pubblico che privato, di una capacità amministrativa che sappia rafforzare le imprese esistenti e crearne di nuove. Insomma, anche sui rifiuti, sono i nodi strutturali di sviluppo di queste regioni che vengono al pettine: ed è sul fatto che questi non vengano risolti che la criminalità organizzata fonda il suo interesse e potere.

 

 

 

Non siamo svizzeri

 

 

Qualche mese fa il Consiglio di zona di un quartiere di Como vicino al confine con la Svizzera ha evidenziato un aumento considerevole degli abbandoni di rifiuti per le strade e per le piazze: Le verifiche e i controlli hanno fatto emergere una realtà sconcertante: i sacchetti di rifiuti domestici abbandonati provenivano dal Canton Ticino. Alcuni controlli a campione eseguiti alla frontiera di Ponte Chiasso hanno bloccato due macchine che portavano in Italia i loro scarti. A Lugano, infatti, la produzione di rifiuti non differenziata costa cara: l’apposito sacco messo a disposizione dalle autorità viene venduto ad un franco l’uno. I proventi pagano il servizio pubblico. E siccome tutto il mondo è paese, anche gli svizzeri sono tentati ad evadere le tariffe e scaricare i rifiuti dove capita.

Ma perché in Italia, visto che i comaschi ormai riciclano quanto loro? Perché non abbandonare i sacchetti in una più comoda strada o piazza di Lugano? Perché in Svizzera verrebbero segnalati, scoperti e multati, in Italia no. Ecco forse la vera differenza: il controllo del territorio, la partecipazione dei cittadini e la fiducia nelle istituzioni preposte a questo scopo. Questa la vera differenza tra i nostri paesi. Per anni ci avevano raccontato che gli italiani erano impreparati alla raccolta differenziata. Non era vero. Forse invece gli italiani non pensano che sia utile avvisare i vigili quando vedono che qualcuno scarica rifiuti. Ancor meno utile segnalare ad una autorità reati ancor più gravi come un traffico di rifiuti industriali o un abuso edilizio. E come dargli torto con un condono edilizio in corso e i colpi di spugna per tutte le violazioni delle leggi ambientali concesse dal governo!

 

 

 

Gli effetti ambientali

 

 

Tutti gli impianti generano emissioni nell’ambiente. Ma dopo venti anni di conflitti ambientali e l’introduzione di nuove normative su scala europea, oggi le tecnologie di trattamento e smaltimento dei rifiuti non sono più le stesse. Su questo fronte abbiamo vinto. Le tecnologie e le pratiche gestionali (importantissime) hanno radicalmente modificato il potenziale impatto ambientale sia di una discarica che di un inceneritore o di un impianto di compostaggio. Questi impianti (se hanno la tecnologia adeguata e se hanno una gestione corretta!) hanno emissioni e provocano comunque qualche disagio, ma non sono più una importante fonte di inquinamento.

Si rifletta soltanto su quanto sono cambiate in 10 anni le emissioni di un impianti di incenerimento:

 

Emissioni

Limiti italiani 1994

(mg/mc)

Limiti 2004

(dir. 76/00)

(mg/mc)

Emissioni medie

 nuovi impianti:

stato dell’arte

(mg/mc)

Polveri

30

10

< 3

SO2

300

50

< 20

NOX

650

200

< 50

HCL

50

10

< 5

HF

2

1

< 1

CO

100

50

< 50

Metalli tot

5

0,5

< 0,1

HG

0,1

0,05

< 0,01

TCDD (ng)

5

0,1

< 0,01

 

Il carico aggiuntivo da questi impianti, in un’area mediamente antropizzata, generalmente non supera l’1-2% delle emissioni per nessun parametro. In termini di impatto aggiuntivo per le concentrazioni al suolo -quelle che si respirano- gli incrementi possono essere molto modesti o irrilevanti. Una recente stima di impatto sanitario effettuata per l’area fiorentina ha mostrato per inquinanti chimici come il cadmio e il mercurio una concentrazione aggiuntiva che nel punto massimo era inferiore di 5 ordini di grandezza (10.000 volte più piccola) rispetto ai valori-limite per l’esposizione negli ambienti di lavoro. Anche per le diossine, le ricadute determineranno sull’area vasta incrementi dell’esposizione nell’ordine dello 0,25-0,5%: e anche nei punti di massima ricaduta le concentrazioni resterebbero ben al di sotto di quelle registrate in aree rurali.

Analogamente, anche per gli impianti di compostaggio si sono introdotte tecnologie di processo e di trattamento degli effluenti che hanno drasticamente minimizzato gli impatti ambientali. Persino le discariche, a parte l’occupazione di suolo, possono oggi essere gestiti con bassissimi impatti: lo smaltimento finale solo di flussi di rifiuti stabilizzati (secondo corrette tecniche di “end composting” e non furbesche tecniche di “eco-balle”)  riduce drasticamente non solo i cattivi odori, ma anche le emissioni di biogas e la formazione di percolati inquinanti.

Riconoscere questi dati di fatto non significa sposare le politiche e gli interessi di chi vuole bruciare tutto. Significa affrontare razionalmente la realtà.

 

 

 

Compensazioni sì, ma ambientali

 

 

Si assiste sui giornali all’incensamento di sindaci che, ospitando discariche e inceneritori, sono riusciti a ridurre i costi dei servizi resi ai cittadini, dimezzare o persino annullare l’ICI. Non è un atteggiamento né nuovo né virtuoso. Da sempre industrie inquinanti e infrastrutture invasive hanno ripagato i comuni ospitanti con piscine, asili o campi da calcio. L’ambiente, si sa, è una risorsa che si può svendere con scarsa lungimiranza. Più interessante invece parlare di compensazioni ambientali.

Se l’emissione zero dell’impianto non può esistere si può e si deve cercare di ottenere compensazioni che producano -nell’area interessata- un effetto “emissione zero” e possibilmente un miglioramento della qualità ambientale. Non si tratta di monetizzare il rischio, di compensare un danno o un disagio solo con una ICI più bassa o la riduzione delle tariffe elettriche. La compensazione ambientale è invece l’eliminazione del danno, l’azzeramento delle emissioni che gravano su una certa area territoriale intervenendo sull’insieme dei fattori di inquinamento.

Questo approccio è praticabile -e comporta costi assolutamente sopportabili- non solo attraverso il recupero di energia dagli impianti, ma anche attraverso interventi collaterali -non direttamente legati agli impianti-, che migliorano la qualità ambientale: interventi di riqualificazione edilizia (isolamento termico ed acustico), impiego di fonti rinnovabili e sostituzione di caldaie inefficienti (in molte aree del Meridione il teleriscaldamento non ha senso), potenziamento del trasporto pubblico, bonifica di aree inquinate, interventi su sorgenti industriali, costruzione di spazi verdi, ecc. Questi interventi da un lato riducono emissioni o fattori di danno ambientale esistenti nell’area interessata dall’impianto, dall’altro migliorano la qualità urbana e della vita localmente. E il potenziale di riduzione dell’inquinamento locale ottenibile con questi interventi è generalmente ben superiore alle ricadute locali delle emissioni degli impianti.

Il maggior costo derivante dalle compensazioni ambientali è, d’altra parte, equo socialmente. Come avviene anche con altre infrastrutture di uso collettivo, la realizzazione di un impianto di smaltimento dei rifiuti inevitabilmente concentra gli impatti ambientali (più o meno grandi che siano) su un’area ristretta e su una popolazione limitata rispetto all’area e alla popolazione ben più ampia che serve.

 

 

 

Agevolazioni perverse

 

 

E’ noto che il mercato da solo non sappia regolarsi, specie nel caso dei rifiuti, il cui valore, per chi se ne vuole liberare, è evidentemente pressoché nullo. Per spingere le imprese verso forme di smaltimento controllato, attento all’ambiente, recuperando energia e soprattutto nuovi materiali, oltre agli obblighi e ai controlli è giusto far leva anche su tasse e incentivi. E’ giusto quindi tassare la discarica e incentivare il recupero energetico. Ma ancor di più si dovrebbe sostenere il riciclaggio materiale.

Il sistema attuale tassa la discarica (ancora molto poco), favorisce enormemente l’incenerimento con la triplicazione del prezzo del chilowattora elettrico, favorisce poco il riciclaggio -attribuendo parzialmente il costo delle raccolte differenziate al CONAI-, non favorisce per nulla il compostaggio come tecnologia ottimale per il trattamento della frazione organica, la lotta all’impoverimento del suolo agricolo italiano e la costituzione di serbatoi di carbonio utili al controllo dei gas climalteranti.

E’ inoltre assurdo che le agevolazioni all’incenerimento gravino impropriamente sulla bolletta elettrica e siano parificate in tutto e per tutto alle migliori energie rinnovabili. Sarebbe necessario un ripensamento generale degli strumenti economici di governo del mercato dei rifiuti, in modo da eliminare elementi distorsivi e favorire le soluzioni ambientalmente ed economicamente più corrette. Insomma, il mercato da solo è insufficiente ad indirizzarci verso la sostenibilità vera, ma le politiche pubbliche, anche e soprattutto del nostro governo, fanno talvolta di tutto per indirizzarlo dalla parte sbagliata.

 

1 Relazione di Andrea Poggio al Convegno nazionale sui rifiuti, organizzato da Legambiente con il patrocinio della Regione Lombardia e tenuto a Milano nell’ottobre del 1990, ora in Atti del Convegno, a cura di Legambiente.

 

Andrea Poggio e Duccio Bianchi

fanno parte delle Segreteria nazionale di Legambiente

 

 

 

 

 

Dossier rifiuti

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Stefano Ciafani

Michele Buonomo

 

 

IL CASO CAMPANIA

 

 

 

Tra i blocchi stradali o ferroviari di chi manifesta contro la costruzione dell’inceneritore di Acerra e le rassicurazioni del ministro dell’Ambiente o del commissario straordinario sulla bontà di quella scelta impiantistica, ai non addetti ai lavori oggi risulta complicato capire da che parte sta la ragione. E se davvero, come qualcuno sostiene, l’incenerimento dei rifiuti è una pratica pericolosa per la salute dei cittadini. Ancor più difficile poi è risalire alle cause dell’impasse attuale in Campania e soprattutto trovare il modo per uscirne. In realtà i motivi, le responsabilità e le soluzioni al problema rifiuti in Campania non sono poi così difficili da individuare.

Per capirne un po’ di più dobbiamo tornare indietro al 1994, anno in cui venne dichiarata l’emergenza rifiuti in Campania. I motivi? I rifiuti allora venivano smaltiti solo ed esclusivamente nelle oltre cento discariche attive, praticamente tutte sull’orlo della chiusura per esaurimento delle volumetrie disponibili, e, dato non certo trascurabile, in diversi casi di proprietà di soggetti non proprio “trasparenti”. Di fatto non si sapeva più come e dove smaltire quegli oltre 2 milioni di tonnellate annui di rifiuti urbani che i campani allora producevano.

Erano gli anni in cui a farla da padrona nello smaltimento in discarica dei rifiuti era la camorra dell’ambiente -o l’ecomafia, come l’ha ribattezzata Legambiente-, che stroncava sul nascere qualsiasi tentativo di gestire in maniera alternativa e più sostenibile i rifiuti, proprio perché dovevano finire per forza nelle “buche” di loro proprietà. Nelle loro discariche venivano smaltiti i rifiuti urbani conferiti dai cittadini nei cassonetti stradali ma anche, in maniera del tutto illecita, i rifiuti più pericolosi di origine industriale, provenienti spesso dal Nord Italia, che l’ecomafia aveva incominciato a trafficare già dai primi anni ’80.

La dichiarazione di emergenza sembrava allora un modo efficace per risolvere in tempi brevi una situazione a dir poco drammatica. Ma così non fu. In questi dieci anni si sono succeduti diversi commissari di governo, a cui la legge attribuiva poteri straordinari proprio per risolvere più velocemente i problemi: si è passati dai prefetti ai presidenti di Regione, prima di centro-destra e poi di centro-sinistra, per ritornare di nuovo oggi alla figura del prefetto. Ai poteri straordinari vedremo che non seguiranno che pochissimi quanto insufficienti risultati concreti per chiudere l’emergenza.

Negli anni successivi al 1994 sono stati anche presentati diversi Piani regionali per l’emergenza, che hanno dato letteralmente “i numeri” sugli impianti, in particolar modo su quelli di incenerimento: dai sei iniziali si è passati a due, per arrivare infine all’ipotesi recentemente fatta dall’attuale commissario di costruirne tre. Il bando per la costruzione degli impianti di produzione (sette) e di incenerimento (due) del combustibile derivato dai rifiuti (CDR) viene vinto dalla FIBE, azienda del gruppo Romiti, a cui il commissario delegò anche, incredibilmente, il compito di localizzare le aree dove costruirli, lavandosene di fatto le mani. Una responsabilità, questa, non di poco conto, che in genere è affidata alle amministrazioni locali ai vari livelli e che invece in questo caso viene delegata ad un’azienda privata. Con tutti i limiti del caso. A partire da una scelta della localizzazione a dir poco anomala dei due inceneritori che nella “lotteria” dei siti possibili finiscono ad Acerra e a Santa Maria La Fossa, due comuni a soli 40 chilometri di distanza l’uno dall’altro, tra le Province di Napoli e Caserta, in un’area né baricentrica della Regione, né strategica per i trasporti, soprattutto per le zone più lontane come quelle appenniniche interne o la parte più a Sud della Provincia di Salerno. Mentre, per altro verso, questa localizzazione coincide proprio con quella che la Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti ha più volte definito “la terra dell’ecomafia”.

Aggiudicato l’appalto per la costruzione degli impianti, poi, non venne fatto nessun intervento concreto per limitare il conferimento dei rifiuti nelle discariche ormai in via di esaurimento. E non fu deliberato nessun sostegno alle raccolte differenziate, che infatti non decollarono, mentre l’unico intervento che venne realizzato fu la costruzione degli impianti di produzione del CDR impacchettato nelle famigerate “ecoballe”. In questo contesto, da subito scoppiarono le proteste dei cittadini e delle amministrazioni locali che bloccarono la realizzazione dei due termovalorizzatori.

Sette anni dopo la dichiarazione di emergenza la situazione precipitò e scoppiò il caos. Nel 2001, infatti, la magistratura campana chiuse per inquinamento delle falde acquifere le discariche di Tufino e Parapoti, che servivano le Province di Napoli e Salerno. Non esistendo ancora alternative gestionali e impiantistiche alla discarica, si scatenò l’inferno. Rifiuti che si ammassavano sulle strade e che sommergevano i cassonetti. Odore nauseabondo. Animali di tutti i tipi che “pascolavano” nelle miriadi di discariche, abusive e spontanee, nate sull’asfalto di molti Comuni del napoletano e del salernitano.

Con i rifiuti in strada viene accelerata la costruzione degli impianti di produzione del CDR, non risolvendo però il problema. Prima di tutto perché -non esistendo a livello regionale un efficace servizio di raccolta differenziata, che intercettasse i rifiuti prima del loro conferimento agli impianti di CDR (soprattutto a causa della latitanza dei Comuni di dimensioni più grandi, a partire dai capoluoghi di Provincia)- il sistema di selezione dei rifiuti andò in tilt. Proprio a causa delle quantità eccessive dei rifiuti conferiti agli impianti, il CDR contenuto nelle “ecoballe” era troppo umido ed emetteva cattivi odori. In poche parole, un prodotto di scarsa qualità. In più, fin dall’inizio gli impianti, per una certa approssimazione nella fase di costruzione oltre che per la quantità e la qualità dei materiali conferiti,  presero a funzionare male, creando notevoli disagi nelle popolazioni locali e costituendo un pessimo precedente, capace di minare la fiducia di quelle destinate ad ospitare gli ulteriori impianti.

Altro problema non trascurabile è che -tardando a partire i cantieri dei due termovalorizzatori- le “ecoballe” di CDR, prodotte incessantemente, dovevano essere stoccate in siti “temporanei”, sempre più difficili da trovare. Ma che qualcuno, soprattutto nelle zone calde sotto il punto di vista della presenza criminale, riusciva sempre ad offrire sul mercato e neanche a buon prezzo.

 

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E siamo arrivati quindi alle cronache di questi giorni. Dopo dieci anni le raccolte differenziate continuano a viaggiare su percentuali inferiori al 10% (il dato del 2002, riportato in un recente rapporto dell’APAT, l’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente, e dell’Osservatorio nazionale sui rifiuti è un misero 7,3%), gli impianti che producono il CDR continuano a funzionare male, a tal punto di incorrere nel blocco imposto dalla magistratura al fine di apportare le necessarie modifiche impiantistiche, i cantieri dei due termovalorizzatori sono ancora fermi, mentre degli altri impianti previsti dal Piano, come quelli del compostaggio, che dalla frazione organica dei rifiuti producono ammendante agricolo, non se ne vede traccia.

Insomma è la proclamazione definitiva del fallimento del commissariamento per l’emergenza rifiuti. Una procedura straordinaria nata per garantire scorciatoie per la ricerca snella della soluzione del problema e che invece si è dimostrata totalmente fallimentare, così come in Calabria, Puglia e Sicilia ( a cui si è aggiunto nel 2001 anche il Lazio), commissariate per l’emergenza rifiuti per gli stessi motivi della Campania. Questa scelta, inoltre, ha deresponsabilizzato le amministrazioni locali, sempre in attesa delle decisioni prese dall’alto del commissario, che a sua volta si è “deresponsabilizzato”, rinunciando al compito di fare la scelta della localizzazione degli impianti, con una procedura trasparente e partecipata, e lasciandone l’onere a chi deve costruirli.

Ma allora come se ne esce? Innanzitutto con la fine del commissariamento e con il ritorno alle procedure ordinarie previste dalla legge. Poi occorrono decisioni forti, come potrebbe essere la risoluzione del contratto con la FIBE, che si è dimostrata inadatta ad assolvere il compito assegnatole. Al pari dei vari commissari che si sono succeduti in questi dieci anni, che non hanno capito che la soluzione è dietro l’angolo. E’ quella scritta a chiare lettere nelle direttive europee e nel decreto Ronchi, che le ha recepite e che si chiama “principio delle 4R”.

In cosa consiste? Si deve partire, innanzitutto, dalla riduzione della produzione dei rifiuti, disattesa finora in Italia e in altri Paesi industrializzati, ma che può essere fortemente contenuta con semplici strumenti a portata di mano delle amministrazioni locali (si pensi -tanto per fare un esempio- all’incentivazione del compostaggio domestico, praticato con successo in diverse zone d’Italia).

Occorre poi puntare su un forte recupero di materia, possibile solo mediante capillari raccolte differenziate del tipo intensivo, quelle per intenderci basate sul sistema porta a porta secco/umido, che permettono di intercettare grandi quantità di rifiuti prima del loro conferimento agli impianti di produzione del CDR o in discarica. Un sistema che erroneamente è considerato tipico delle Regioni del Centro-Nord e che si sta diffondendo, con troppa lentezza a dir la verità, anche in alcune Regioni meridionali. Tra queste proprio la Campania, che ha visto più di venti sue città premiate da Legambiente nella rassegna “Comuni ricicloni 2004” per aver raggiunto percentuali di raccolta differenziata che vanno dal 25% fino ad arrivare addirittura al 70%.

Come convincere gli altri Comuni campani ad adottare questo sistema dopo aver speso ingenti somme per acquistare mezzi e contenitori per fare la raccolta di tipo stradale, antitetica a quella porta a porta? Con un finanziamento ad hoc, magari prelevato dal fondo dell’ecotassa (una sovrattassa regionale introdotta con una legge nazionale nel 1995 per disincentivare lo smaltimento in discarica dei rifiuti), finalizzato all’abbandono del vecchio sistema stradale per passare a quello porta a porta, erogato dal commissario o, con la fine dell’emergenza, dal presidente della Regione.

Parallelamente alla messa a regime delle “vere” raccolte differenziate su tutto il territorio regionale andrebbero realizzati quegli impianti di compostaggio, previsti dal Piano regionale ma mai realmente costruiti.

A questo punto possiamo parlare di temovalorizzatori. Che, se si è fatto quanto finora elencato, saranno in numero limitato e dalla taglia medio-piccola, caratteristiche fondamentali per non decretare la morte di quelle raccolte differenziate, che nel frattempo sono andate a regime. La loro localizzazione dovrà essere prevista preferibilmente in aree industriali e quanto più vicino possibile alle zone di maggiore produzione di rifiuti, dopo aver bonificato una parte non trascurabile della zona che li dovrà ospitare, in maniera tale da garantire un bilancio ambientale positivo per l’intera operazione sul sito.

In questo scenario virtuoso, che parte da una raccolta differenziata del 40-50% a livello regionale e che finisce per bruciare e smaltire in discarica una piccola parte dei rifiuti totali, noi di Legambiente saremmo i primi a spiegare ai cittadini che il termovalorizzatore non significa necessariamente emissioni di diossina o veleni simili. E che un impianto del genere è utile per recuperare energia da quella frazione combustibile residuale che altrimenti finirebbe, come avviene oggi, in discarica.

Se invece si punta solo alla costruzione dei forni per bruciare la maggior parte dei rifiuti perché è più conveniente, grazie esclusivamente agli incentivi statali non previsti per il riciclaggio, inficiando di fatto le raccolte differenziate e la speranza di poter contenere -se non addirittura ridurre- il quantitativo di rifiuti prodotti, allora è un’altra storia. Che va incontro alle resistenze più che legittime anche della nostra associazione.

 

Stefano Ciafani è

coordinatore dell’Ufficio scientifico

della Direzione nazionale di Legambiente.

Michele Buonomo è

presidente di Legambiente della Campania.

 

 

 

 

 

 

 

Dossier rifiuti

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Lucia Venturi

 

 

UN PROBLEMA DI GOVERNO

 

 

Il tema della gestione dei rifiuti, o, se si vuole essere più realistici, del loro smaltimento, è di quelli particolarmente caldi, su cui si misura la capacità di governo di una classe dirigente. Lo è, sia che si parli di quelli di cui ognuno di noi, in varia misura, è quotidianamente produttore, sia che si tratti di scorie che mai avremmo voluto fossero generate, come ad esempio quelle che ci sono rimaste in eredità dalle centrali nucleari, chiuse da oltre quindici anni. Per comprendere le dimensioni del problema e le grandi difficoltà (di consenso sociale in particolare) che ci sono per risolverlo, basta ricordare che la produzione dei rifiuti continua inesorabilmente a crescere più del PIL e mantiene un incremento su base annua di due punti. Inoltre, sulla capacità o meno di risolvere questo problema, si misura la qualità della vita di un Paese, il suo modo di consumare e di produrre, insomma la sua capacità di costruirsi un futuro. Sarà dunque uno dei temi decisivi su cui sfidare Berlusconi e il governo di centro-destra, che anche su questo terreno ha ampiamente fallito, come dimostrano le numerose rivolte popolari che caratterizzano ogni localizzazione di discariche e di impianti di incenerimento.

Le radici delle infuocate proteste che si sono registrate nel novembre scorso a Scanzano Jonico e in Campania negli ultimi mesi (in occasione della riapertura della discarica di Montecorvino Pugliano e della costruzione dell’inceneritore di Acerra)  sono, infatti, assai simili. L’elemento che le accomuna è la denuncia di un approccio sbagliato verso la gestione dei rifiuti, che ha caratterizzato per decenni il nostro Paese, in maniera più o meno diffusa tra le varie Regioni. Ovvero il ricorso allo smaltimento finale in discarica come unica via di gestione, senza quindi promuovere serie politiche di prevenzione come l’utilizzo delle raccolte differenziate. Riduzione, raccolta differenziata e riuso, le famose “R” che caratterizzano una politica di prevenzione e che dovrebbero precedere qualsiasi ipotesi di smaltimento, sono state troppo spesso una pura indicazione di carattere simbolico. O, altrimenti, sono state praticate per ricevere incentivi fantasmagorici -ma spesso, per la verità assai sporadici-, che sono stati promossi più per l’alto costo di smaltimento in discarica che per scelte politiche lungimiranti.

Nasce da qui, da questa impostazione sbagliata, il rifiuto che si manifesta in gran parte della popolazione, e in tante situazioni diverse. Eppure, con l’approvazione del decreto Ronchi durante il governo di centro-sinistra, si erano create molte speranze, poi rapidamente svanite. Quella riforma provò, infatti, a scardinare questa mentalità consolidata e diffusa, che considera il problema dei rifiuti solo un problema di smaltimento, portando così il nostro Paese in linea con i Paesi del Nord Europa. Ma questo percorso purtroppo ha trovato nel suo procedere grandi ostacoli, dovendo fare i conti con un’arretratezza culturale assai diffusa, con una pubblica amministrazione che ha sempre osteggiato le scelte più innovative e strategiche -come ad esempio il passaggio della vecchia tassa sui rifiuti ad un vero e proprio sistema di pagamento a tariffa-, ed infine con un settore industriale poco preparato ad affrontare un’innovazione di tale portata.

Certamente, nonostante le resistenze incontrate, la riforma avviata aprì comunque un solco difficilmente colmabile, soprattutto a livello culturale, che contagiò positivamente quasi tutti i settori coinvolti e portò anche a qualche parziale risultato. Che non è bastato però ad impedire che l’attuale governo azzerasse le innovazioni ed i timidi passi avanti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti ed è testimoniato dal vero e proprio incancrenirsi della crisi dei rifiuti nel Mezzogiorno, nel quale quasi tutte le Regioni sono commissariate, per ciò che riguarda la loro gestione.

L’impostazione dell’attuale governo è stata subito piuttosto chiara ed era -per dirla con le parole del capo del gabinetto del Ministero dell’Ambiente, Togni- quella di “mandare in soffitta il decreto Ronchi”. Ciò ha determinato, sin dall’inizio della legislatura, un quadro di provvedimenti molto nebuloso, fatto di iniziative legislative ad hoc per favorire alcune categorie (ad esempio, le nuove norme sui rottami ferrosi o sui rifiuti petroliferi di Gela), di semplificazione delle procedure di autorizzazione, che hanno premiato solo i meno virtuosi, e di annunci di controriforme. Questi hanno preso maggior consistenza con l’avvio dell’iter parlamentare della Legge delega di riordino della normativa ambientale, che ha rimbalzato più volte tra Camera e Senato e che -anche se dovesse riuscire a essere approvata- non avrà, fortunatamente, più i tempi tecnici per poter essere pienamente operativa.

Le indicazioni contenute nella tanto stentata controriforma possono essere riassunte sinteticamente in questo concetto chiave: anziché perdere tempo a studiare sistemi funzionali ed efficienti di raccolte differenziate, per poi recuperare il materiale di risulta e favorire quindi un sistema industriale che ha finalmente dimostrato di essere capace di innovazione, il grosso dello sforzo deve essere concentrato nella ricerca di siti idonei alla costruzione di forni dove incenerire -di fatto- quello che adesso va in discarica. L’obiettivo dichiarato dal Ministero dell’Ambiente era quello di costruire un inceneritore per ogni Provincia: senza, perciò, alcuna logica di programmazione e di pianificazione sul territorio.

Questi orientamenti hanno innescato un diffuso senso di confusione in un settore quale quello dei rifiuti, dove ad atteggiamenti di forte dinamismo positivo si coniugano immobilismi gattopardeschi. Situazione che non ha certo impedito agli amministratori dotati di spiccato senso civico -tanti per fortuna- e che hanno scommesso sin dall’inizio sulla gestione integrata dei rifiuti, di continuare ad operare nella giusta direzione, ponendosi e raggiungendo anche obiettivi ambiziosi con politiche basate sulla trasparenza della azioni, sul coinvolgimento dei cittadini nelle scelte e su strategie ormai consolidate in modo diffuso in Europa. Così è avvenuto in gran parte delle Regioni del Nord, del Centro e in qualche realtà anche al Sud, dove alla logica dello smaltimento si è anteposto un circuito di riciclaggio e di recupero della gran parte dei rifiuti prodotti, reso possibile da un efficiente sistema di raccolta differenziata e da una costante opera di informazione dei cittadini.

Ma la volontà espressa a gran voce, da parte di questo governo, di privilegiare la parte del recupero energetico rispetto alle altre ha offerto alibi a chi non ha mai abbandonato la logica dello smaltimento come gestione, con la variante che oggi si vuole passare dalla filosofia del “tutto in discarica” a quella del “tutto all’incenerimento”, o -come molti la chiamano- alla termovalorizzazione. Anche su questo punto è necessario fare chiarezza: il fatto che gli impianti di incenerimento debbano giustamente operare in maniera obbligatoria il recupero energetico, non ne cambia la natura originaria di inceneritori di rifiuti. Lo ha ribadito anche la Corte di giustizia europea il 13 febbraio dello scorso anno, quando con due sentenze ha messo fine ad una querelle tra due Stati membri, e ha ribadito che l’incenerimento è a tutti gli effetti una operazione di smaltimento di rifiuti e come tale -insieme alla discarica- si colloca all’ultimo scalino della scala gerarchica nella loro gestione.

L’ultimo gradino appunto: e non l’unico. Solo il ristabilimento di queste gerarchie nella gestione dei rifiuti, una diffusa ricerca del consenso e la trasparenza nelle decisioni può far capire e forse accettare ai cittadini di Acerra (ma la stessa cosa si può dire per tante città meridionali) che per quello che resta dei rifiuti -dopo la riduzione della quantità dei rifiuti prodotti, una raccolta differenziata efficace e controllata e dopo il riuso- qualche inceneritore con capacità di recupero di energia (che sia dotato della migliore tecnologia, sia dimensionato sulla base delle esigenze di bacini omogenei di utenza e venga collocato in un’area industriale) va fatto.

 

Lucia Venturi

fa parte della Segreteria nazionale

di Legambiente.   

         

 

 

 

da la rivista del manifesto - ottobre 2004, pagg. 17-25

 

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