Stralci da

“Dove sono le ragioni del sì?”

 

Premessa

 

Voleva essere solo un esercizio, a uso dei miei studenti del corso di “Analisi delle politiche pubbliche”, la lettura in classe dei tre maggiori quotidiani italiani (“Il Corriere della Sera”, “La Stampa” e “La Repubblica”) del 7, 8 e 9 dicembre 2005 alla ricerca delle ragioni del sì alla Tav in Val di Susa. Una digressione, una breve parentesi prima di passare all’analisi di alcuni casi di studio con i quali concludere il corso.

Ma quelle iniziali letture sembravano essere solo la prima parte di una vicenda giornalistica che si stava sviluppando attraverso un linguaggio e una sintassi – una logica – che ci hanno immediatamente reso perplessi, colpito nella loro inadeguatezza. E abbiamo deciso di continuare a seguire il corso della vicenda, curiosi di vedere l’esito di quel processo di travisamento che ci sembrava essere stato messo in moto dai primi editoriali.

Il breve testo di sintesi di quelle prime letture se ne era andato nel frattempo per la sua strada attraverso la rete internet, era uscito dall’aula (universitaria) nella quale era nato e dal mio sito web. Ho iniziato a ricevere commenti alle mie preliminari riflessioni su come i tre principali quotidiani italiani stavano trattando il tema della Tav in Val di Susa nei giorni dello sgombero violento del presidio, delle manifestazioni, della moratoria decisa dal Governo. E i commenti erano in genere sconfortati, di lettori che si sentivano sopraffatti da quel giornalismo, che lo rifiutavano e cercavano altre vie.

Ai miei studenti, in effetti, commentando gli articoli, leggendoli e riflettendoli sullo sfondo della disciplina mentale che impone un corso universitario, stavo insegnando a difendersi da quel giornalismo. Mi sono fatto, ci siamo fatti più attenti, più critici via via che leggevamo testi senza logica, senza contenuto, senza decenza persino. Ho ripetuto gli esercizi di auto-difesa con i miei studenti del “Laboratorio di economia urbana”. Ho scritto e discusso con loro altre riflessioni critiche sui testi che via via apparivano nei tre maggiori quotidiani.

Sono andato molto oltre le mie intenzioni iniziali. Ma non mi aspettavo che giornalisti di indiscusso valore intervenissero nei maggiori quotidiani se non per declinare con argomentazioni prive di senso la loro opinione immancabilmente favorevole. Non mi aspettavo tanta superficialità, tanta fretta nell’affrontare una politica pubblica, un investimento infrastrutturale – la nuova linea ferroviaria merci Lione-Torino – tra i più impegnativi della storia economica italiana. Un investimento, inoltre, contestato da una comunità locale così ampia – e contestato in modo così deciso, prolungato – da diventare un caso di rilievo politico.

E sono giunto a pensare, dopo alcuni giorni di letture e riletture in classe, che questo giornalismo non merita di avere i nostri studenti come lettori. Che si dovrebbe fare del tutto per evitare di esporli a questi testi giornalistici nei loro anni di formazione: ogni ora dedicata alla loro lettura non è solo un’ora sottratta allo sviluppo intellettuale, ad altre più proficue e morali attività, ma è anche un tempo di dis-educazione alla modestia, alla disciplina della parola.

Preoccupazione tardiva e inutile, comunque, la mia. Tanti di loro lo avevano già capito – molto prima di me – che non ne vale la pena. Leggevano questi articoli con distacco, in un certo senso per dovere. In qualche modo costretti. Su questo giornalismo molti giovani hanno messo una pietra sopra.

Questo breve saggio raccoglie le riflessioni di due settimane di letture e di discussioni con i miei studenti su come “Il Corriere della Sera”, “La Repubblica” e “La Stampa” hanno trattato il tema della Tav in Val di Susa. L’ho scritto per loro soprattutto, memoria di un viaggio di iniziazione che abbiamo fatto insieme in questa Italia dai tanti declini, l’uno legato all’altro. L’ho scritto, nel modo più semplice che ho potuto, anche per dare un sostegno morale a quei lettori che si sentono sopraffatti dall’autorevolezza dei giornalisti, da editoriali e corsivi ai quali non sanno dare un significato, che non capiscono, che cercano inutilmente di capire. Spero di rincuorarli, mostrando che in molti casi non c’è nulla, proprio nulla da capire.

 

1. Alla ricerca delle ragioni del sì

 

Per questo motivo – appunto, per l’evidente carattere strategico dell’opera – siamo partiti alla ricerca delle ragioni del sì nei maggiori quotidiani con molto impegno. Consapevoli di stare esaminando una decisione di grande importanza strategica per l’Italia. Una decisione, inoltre, molto rischiosa, nel senso di incerta nei suoi effetti finali, come sono le decisioni i cui effetti si proiettano su un arco temporale molto lungo, che dipendono da un contesto sociale ed economico soggetto a profondi cambiamenti nel tempo e che conducono all’impiego di ingenti risorse. Caratteristiche che accomunano, appunto, i mega progetti.

Di fronte a una decisione rischiosa, un agente razionale si fa ancora più attento, e per questo ci aspettavamo argomentazioni coerenti, fondate su ipotesi corroborate, dati affidabili, preferenze collettive ben ponderate. (In realtà, il fatto che si tratti di un’opera rischiosa – nel senso in cui gli economisti usano questo aggettivo – non sembra essere considerato nel dibattito pubblico).

Abbiamo iniziato la nostra esplorazione con concentrazione e impegno anche per un altro motivo. Un movimento di protesta di quella natura – per la sua ampiezza e il tipo di partecipazione sociale – solleva in un corso di “Analisi delle politiche pubbliche”, sullo sfondo dei concetti della disciplina, interrogativi molto interessanti e suggerisce riflessioni di varia natura. Paradossalmente, un movimento di opposizione come quello che si è espresso in Val di Susa – anche per le forme che ha assunto – è un’opportunità per una democrazia: è un’occasione per mostrare quanto legittimati e fondati siano i processi decisionali. Qualcosa di molto simile a ciò che spesso avviene in classe, quando uno studente alza la mano, dice di non aver capito e chiede un chiarimento. E quel chiarimento il docente lo dà volentieri, perché sa che è un’occasione per dire meglio ciò che voleva dire e che ritiene corretto, pertinente – e non è riuscito a comunicare in modo chiaro.

Alcune decine di migliaia di cittadini che alzano la mano e chiedono un chiarimento è un evento che per i decisori pubblici costituisce un’opportunità. Permette loro di dimostrare ciò che a forza di dare per scontato finisce per essere svilito nel suo significato: la razionalità delle decisioni pubbliche – la razionalità sociale di quella decisione è la razionalità del decisore stesso. È un’opportunità per mostrare, inoltre, come una democrazia riesca a redimere un contrasto tipico della società europea contemporanea, il contrasto che si determina tra i tanti livelli di regolazione politica che ci siamo dati (e di cui andiamo, giustamente, molto fieri). Tutto questo discutere della dialettica locale-globale, tutto questo parlare di autonomie locali-regionali presuppone la capacità di trovare un punto di equilibrio tra interessi locali-regionali, nazionali ed europei. E questa era un’occasione per dimostrare che abbiamo messo a punto delle procedure per risolvere questi conflitti – conflitti che in una società liberale sono abbastanza comuni, persino endemici.

Abbiamo, infine, iniziato un itinerario di lettura alla ricerca delle ragioni del sì perché logica vuole che, in casi come questi, le ragioni del no siano una messa in discussione del valore delle ragioni del sì. Avrei anche potuto dire ai miei studenti di visitare direttamente i siti dei movimenti no-Tav. Ma sarebbe stato come consigliare loro di iniziare a leggere un libro partendo dalla seconda metà. Inoltre, non siamo forse una democrazia come tutte, con un complesso sistema decisionale al quale abbiamo delegato la costruzione delle politiche pubbliche? E, quindi, il primo passo deve essere sempre lo stesso: interrogarsi sulle ragioni della decisione, prendere seriamente le scelte dei decisori collettivi.

 

2. La “Tav in Val di Susa” e i grandi quotidiani italiani

 

Che tipo di ragioni ha, allo stesso modo, Sergio Chiamparino? La cronista de “La Stampa” che raccoglie l’intervista non si accorge – o forse sì, chissà – del modo improprio con cui il Sindaco di Torino prende di nuovo posizione.

Anche lui, a questo punto dell’evoluzione della vicenda, diventa più cauto. Se si deve cercare il dialogo, si deve almeno dare l’impressione che qualcosa su cui dialogare ci sia. E la concessione – di alcuni politici e giornalisti autorevoli – è che si devono rifare gli studi di impatto ambientale, di convenienza economica. Questa ammissione è, l’ho già fatto notare, inammissibile per noi che cerchiamo le ragioni del sì. Perché significa che la decisione era stata presa senza che avesse un fondamento razionale. Il che, per implicazione, significa che gli oppositori avevano ragione e i sostenitori torto – un torto grave, peraltro, investire tutte quelle risorse sulla base di una vaga idea.

Ma il Sindaco di Torino prosegue lasciandoci di stucco, affermando che “anche se mi auguro che non emergano cambiamenti nelle impostazioni di fondo”. Né l’intervistato né l’intervistatore si accorgono di quanto contraddittoria sia questa affermazione. Perché il Sindaco di Torino “si augura che non emergano cambiamenti”? Quale ragione – politica, estetica, psicologica – ha per augurarsi che gli approfondimenti tecnici dimostrino comunque l’utilità dell’opera, l’opportunità che questa nuova linea ferroviaria si faccia? Oltre alla convenienza sociale, esiste un’altra ragione per realizzare l’opera? In una democrazia non vi possono essere altre ragioni. Le uniche ragioni ammissibili sono quelle che scaturiscono da una valutazione sociale – non quelle che sono nella mente del politico, del giornalista, dell’analista di turno. Sono scelte collettive, queste.

La stessa contraddizione la ritroviamo nella citata intervista al Commissario ai Trasporti dell’Unione Europea, Jacques Barrot. Anche lui prima invoca nuovi, approfonditi studi condotti da analisti indipendenti, poi afferma che l’opera è comunque fondamentale. Su quella base può affermare che questa opera è “fondamentale” se non conosce ancora i risultati degli studi che lui stesso invoca? Peraltro, fornisce dati ai quali si richiama, sembra, per mostrare la assoluta necessità della nuova linea merci. Ma sono gli stessi che, per implicazione, lui stesso ha messo in discussione poche righe prima affermando che si devono rifare le analisi. Quindi, anche lui dubita dell’attendibilità di questi dati. E allora, perché li usa per sostenere la validità del progetto?

 

3. Altre strategie di sviluppo spaziale

 

Ma dov’è questo piano di investimenti di lungo periodo, questo progetto di infrastrutturazioni per l’Italia pensata come piattaforma logistica d’Europa? Dove sono le ragioni della strategia che stiamo perseguendo facendo finta di niente e realizzando progetti autonomi, ciascuno in sé definito “irrinunciabile” (e, addirittura, “indiscutibile”)?

Modernità significa scegliere il nostro futuro in questo modo? Questa sarebbe la famosa “società del rischio”? Condotti per mano da un giornalismo che non sa neppure di cosa si stia discutendo, ma che scrive e scrive autoinvestitosi della missione di tenere alto il vessillo della modernità, della logica economica, della razionalità collettiva, sostenuti dalle ambizioni astratte dell’Unione Europea stiamo realizzando, pezzo per pezzo, un piano di investimenti che, allo stato attuale delle cose, è un salto nel buio per l’economia e la società italiana.

La discussione sulla Lione-Torino – per merito, un merito straordinario, di una comunità locale – è una opportunità per riflettere su quella che stiamo facendo, sul futuro che stiamo costruendo. Esplorare il mondo delle alternative attraverso la disciplina dei costi-opportunità è faticoso e, soprattutto, costoso. Inoltre, è difficile in una democrazia. A ogni alternativa corrisponde una configurazione di costi-benefici per gruppi di individui e questi gruppi possono bloccare il processo di esplorazione intorno a determinate alternative – alternative che potrebbero anche essere lontane da quelle socialmente migliori e persino fallimentari. Inoltre, nei processi di decisioni collettive vi possono essere, per tante ragioni, dei “blocchi cognitivi”. Il sistema si blocca in una decisione che è sub-ottimale. Come è stato fatto notare, potrebbe anche darsi, allora, che “siano proprio gli abitanti della Val di Susa che, con l’opposizione a questo progetto di Tav, stanno facendo l’interesse nazionale”. Che ci stanno facendo riflettere sulla convenienza sociale di trasformare l’Italia nella piattaforma logistica d’Europa. Ci stanno, cioè, cercando di dire che la decisione è frutto di un “blocco cognitivo”, di una incapacità di esplorare correttamente le alternative. Ci stanno spingendo a essere razionali, a esplorare altre possibilità sullo sfondo dei nostri valori collettivi – esplorazione abbandonata forse troppo presto o mai iniziata.

 

4. Una società della conoscenza?

 

Questa sarebbe dunque la società della conoscenza? Un ambiente relazionale nel quale l’attività principale – quella che assorbe più risorse – è selezionare l’informazione rilevante in un mare di informazione gran parte della quale è falsa, irrilevante, inutilizzabile? Questa sarebbe una “democratica società della conoscenza”, quella che vogliamo far diventare la “più competitiva e dinamica del mondo”?

Ma l’economista è costretto a sottolineare che questa attività di selezione, anche solo provando a svolgerla, ha un costo – che si chiama costo di transizione. Che questa attività di generazione di informazione fittizia ha anch’essa un costo – che si chiama costo di produzione. E che questi costi sono risorse che potremmo impiegare in ben altro modo. E, soprattutto, l’analista di politiche pubbliche è costretto a ricordare che in un ambiente relazionale, in una società nella quale circola tanta informazione falsa, non pertinente, irrilevante i processi di apprendimento degli individui e dei decisori pubblici vanno in direzioni sbagliate o possono semplicemente bloccarsi.

Ciò che stiamo costruendo è una società della pseudo-conoscenza – con tutte le conseguenze del caso. Questo sistematico, quotidiano, per quanto involontario, travisamento della realtà ha conseguenze che pagheremo a caro prezzo. Che stiamo già pagando a caro prezzo.

 

Antonio G. Calafati

http://www.calafati.univpm.it/

 

www.seb27.it/scheda.html?id=72, 04 maggio 2006

 

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