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L’INCENERIMENTO DEI RIFIUTI :

E’ UNA DOMANDA O E’ LA RISPOSTA ?

E se fosse una scorciatoia che conduce in un vicolo cieco ?

 

Alcune note sui contributi di esponenti di Legambiente nel Dossier Rifiuti pubblicato da la Rivista de il Manifesto

 

 

Queste note intendono portare un contributo nella discussione aperta con il “Dossier Rifiuti” pubblicato sul numero 54 de la rivista de il Manifesto.

Quello su cui si vuole discorrere è una contraddizione rilevabile tra le premesse "canoniche" (perlomeno tali tra gli ambientalisti) sulla riduzione, prevenzione, riciclaggio e recupero dei rifiuti - come pure la necessità di intervenire sul quadro più ampio del modello di produzione e di consumo - e un passo successivo degli autori ove, chi più chi meno, propone o accetta l’incremento dell'incenerimento (per alcuni "termovalorizzazione") dei rifiuti.

Vorrei far emergere tali contraddizioni pur concentrandomi su alcuni aspetti di carattere ambientale/sanitario relativi alla pratica dell'incenerimento, ancorché "con recupero energetico" che vengono sottovalutati nel Dossier.

A proposito, Andrea Poggio e Duccio Bianchi affermano che "Le tecnologie e le pratiche gestionali (...) hanno radicalmente modificato il potenziale impatto ambientale sia di una discarica che di un inceneritore o di un impianto di compostaggio. Questi impianti (se hanno la tecnologia adeguata e se hanno una gestione corretta !) hanno emissioni e provocano comunque qualche disagio, ma non sono più una importante fonte di inquinamento"; Stefano Ciafani e Michele Buonomo vanno oltre e arrivano a dire - in riferimento al caso di Acerra - "noi di Legambiente saremmo i primi a spiegare ai cittadini che il termovalorizzatore non significa necessariamente emissioni di diossina o veleni simili” (fortunatamente non tutte le realtà di Legambiente hanno questa posizione).

Partiamo da queste due osservazioni per portare all'attenzione quanto segue.

 

 

Gli inceneritori, un modello di inquinamento portato a sistema

 

Gli impianti di incenerimento sono notoriamente delle fonti di emissioni estremamente eterogenee (sia in termini qualitativi che quantitativi) di sostanze chimiche di diversa pericolosità per il semplice motivo che il loro combustibile è eterogeneo e che non esiste (e non esisterà) una forma di depurazione con una resa pari al 100 %. Uno dei pochissimi studi che ha affrontato il problema (e non si è fermato ai pochi parametri oggetto di normativa delle emissioni in atmosfera degli inceneritori) ha censito, per le sole sostanze organiche, oltre 250 singoli individui chimici.

Molte delle sostanze emesse hanno altrettanto note caratteristiche di elevata tossicità, cumulabilità nell'ambiente e negli organismi, bassa degradabilità ambientale e metabolica, sono bioaccumulabili (si concentrano nella catena alimentare e "tornano" all'uomo attraverso il cibo : il 95 % della esposizione umana a diossine emesse da inceneritori o daaltre fonti è dovuta all'alimentazione) oltre ad essere dei cancerogeni, mutageni, teratogeni e dei disturbatori endocrini.

Per quanto concerne il rapporto tra emissioni, limiti normativi e conoscenze tossicologiche, rammentiamo che la Commissione dell’Unione Europea ha recentemente evidenziato che i progressi tecnologici e normativi finalizzati alla riduzione dell’immissione ambientale di PCDD/PCDF e PCB hanno compiuto un percorso parallelo con l’incremento delle conoscenze degli effetti di tali tossici, il risultato è la necessità di ulteriori interventi di riduzione dell’esposizione.

La Commissione ha infatti evidenziato che :

  • Lungo la catena trofica si osservano fenomeni di bioaccumulo da ricondurre al rilascio di queste sostanze (diossine, furani, PCB, ndr) provenienti da discariche, suoli inquinati o sedimenti. La netta diminuzione dei cosiddetti <> nell’ambiente osservata nell’arco degli ultimi 20 anni, si ripeterà difficilmente nei decenni futuri”;
  • “Sembra che le caratteristiche tossiche delle sostanze siano state sottovalutate: recenti studi epidemiologici, tossicologici e sui meccanismi biochimici riferiti in particolare agli effetti sullo sviluppo cerebrale, sulla riproduzione e sul sistema endocrino hanno dimostrato che gli effetti delle diossine e di alcuni PCB sulla salute sono molto più gravi di quanto precedentemente supposto, anche a dosi estremamente ridotte”;
  • “L’esposizione a diossine e a PCB diossino-simili supera la dose tollerabile settimanale (TWI…) e la dose tollerabile giornaliera (TDI…) in una parte considerevole della popolazione europea”; in particolare si riferisce che “dati più recenti e rappresentativi sull’assunzione giornaliera indicano che i valori medi di diossine e PCB diossino-simili assunti con la dieta alimentare nell’Unione europea sono compresi tra 1,2 e 3 pg/kg di peso corporeo/giorno” (a fronte del valore indicato dall'OMS nel 1988 che indicava un TDI pari a 1 (obiettivo) e 4 (limite massimo) picog/kg di peso corporeo/giorno.

 

In diversi casi - per rimanere all’Italia - gli episodi di “sforamento” per questi e altri contaminanti si sono verificati anche recentemente (pur se nascosti in tutti i modi e anche con la complicità di assessori “verdi”) e per impianti considerati “moderni” (Sesto San Giovanni, Pietrasanta, ma anche Milano - Figino 2 - che è stato inaugurato con banda musicale e Ministro Matteoli nel settembre 2003 dopo due anni dalla sua messa in funzione per i notevoli problemi riscontrati; per rimanere a quelli di diretta conoscenza di chi scrive).

Inoltre, come ci ricordano dei ricercatori, in merito alla gestione corretta di inceneritori, è esemplare il caso belga : “I primi campionamenti in continuo sono stati installati nel Belgio nel 2000 dopo uno studio condotto sugli inceneritori. La ricerca ha evidenziato che l’ambiente circostante ad un impianto di incenerimento era inquinato da diossine. Però da misure effettuate risultava che l’impianto non inquinava, e che emetteva ben al di sotto del limite di legge dei 0,1 nanog/TE/Nmc. Studi empirici, che valutavano l’inquinamento dell’area circostante, ne presupponevano una concentrazione superiore a 10 nanog/TE/Nmc. Dopo che l’esercizio dell’impianto è stato vincolato all’installazione di sistemi dicampionamento in continuo – sorpresa – sono stati trovati tra gli 8,2 e 12,9 ng TE/Nmc” (cioè 82 e 129 volte oltre il limite normativo).

Un altro aspetto - in questo come in altri casi - non è solo l’entità dell'emissione ma quale sia il percorso dei contaminanti fino all'uomo.

Infatti, una osservazione che viene esposta proprio dai sostenitori di tali impianti (come di altri ad elevato impatto) è da un lato l’ammissione della pericolosità degli inquinanti emessi ma, nel contempo, viene prospettata la necessità di considerare l'entità della ricaduta delle emissioni e di analizzare i diversi percorsi ambientali (inalazione, ingestione o contatto dermico con il suolo, catena alimentare) fino all’uomo, confrontare il risultato con standard internazionali (per sostanze non cancerogene come pure cancerogene le quali, come è noto, non hanno una soglia, un "limite" ponderale al di sotto del quale, pur essendo esposti, il rischio è zero; solo l’assenza di esposizione a cancerogeni garantisce un rischio zero).

Da un tale percorso di valutazione del rischio emergerebbe l'accettabilità o meno del rischio sanitario connesso all'impatto dell’impianto analizzato (qualcosa del genere avviene in ambito lavorativo con i cosiddetti TLV o MAC).

Stanno parlando non di assenza di rischio ma della individuazione e quantificazione di un livello di accettabilità del rischio (condizione evidentemente sottoposta a incertezze e arbitrarietà connesse a molteplici ragioni, tecnologiche, di conoscenze tossicologiche, etiche come economiche e politiche).

Qualcuno, tecnico e/o politico, stabilisce i parametri cui corrisponde l’accettazione d’ufficio per cui qualcun altro sarà esposto al rischio in nome di un presunto interesse collettivo (in questo caso lo smaltimento dei rifiuti).

Questa filosofia è sottesa a quanto indicato da Poggio e Bianchi nel loro articolo, tant'è che fanno riferimento anche alla "stima di impatto sanitario effettuato per l'area fiorentina (che) ha mostrato per inquinanti critici come il cadmio e il mercurio una concentrazione aggiuntiva che nel punto massimo era inferiore di 5 ordini di grandezza (..) rispetto ai valori-limite per l'esposizione negli ambienti di lavoro" (una estrapolazione peraltro del tutto impropria in quanto non stiamo parlando di persone esposte per 35-40 anni di lavoro per 8 ore al giorno, ma di persone che possono essere esposte anche, dalla nascita, per tutta la vita, giorno e notte; per non dire del silenzio su molti altri contaminanti che non hanno "valori-limiti" lavorativi).

Potremmo fermarci qui rammentando quello che evidenziava Barry Commoner più di 20 anni fa : “… la prassi ambientalecorrente è un ritorno all’atteggiamento del Medioevo di fronte alla malattia, quando questa - e con essa la morte - era considerata uno scotto inevitabile, un debito da pagare a causa del peccato originale. Questo tipo di filosofia è stato ora rielaborato in forma più moderna: un certo livello di inquinamento e un certo rischio per la salute sono il prezzo inevitabile da pagare per i vantaggi materiali offerti dalla tecnologia avanzata… e il problema della fissazione degli standard diventa un campo di battaglia in cui si scontrano interessi economici, politici e morali contrapposti. Questi scontri sono elaboratamente ammantati di statistiche, in modo da poterli far passare per <<scienza>> ”:

 

Ma chi scrive ha anche voluto “vedere le carte” dei giocatori.

I manipolatori delle correnti metodiche di valutazioni del rischio ci rammentano, in primo luogo, la distinzione tra pericolo (caratteristica intrinseca di una sostanza), danno (patologia) e rischio (probabilità che un pericolo, dovuto a caratteristiche intrinseche di un agente chimico o fisico che sia, si "materializzi" in un danno, in una malattia). Occorre pertanto che vi sia una concreta esposizione all’agente pericoloso e pertanto necessita una dettagliata valutazione del rischio, caso per caso.

Per confutare gli allarmi di chi, come il sottoscritto, va a dire alla gente che un inceneritore (e altri impianti) emettono "veleni" (dato inconfutabile), si afferma che occorre valutare se questi veleni emessi possono raggiungere le persone, se sì, in quale misura, e, infine, se questa esposizione può rappresentare un rischio sanitario.

Questa richiesta fa - paradossalmente - emergere un limite di un'altra "tradizionale" osservazione pro-incenerimento.

Mi riferisco alla dichiarazione (presente anche tra le righe di quanto scrivono Bianchi e Poggio) che erano i vecchi inceneritori, con limiti alle emissioni più elevati, ad essere pericolosi mentre quelli moderni non rappresentano più un rischio significativo in quanto le emissioni sono sensibilmente inferiori.

La richiamata necessità di una valutazione del rischio (risk assessment), invocata e presentata dai committenti degli impianti, per dimostrare la innocuità dell'impatto ambientale/sanitario di un inceneritore (o di un altro impianto con una emissione puntuale) parte proprio dalla negazione che le caratteristiche e l’entità dell'emissione siano un parametro definitivo per qualificare e quantificare il rischio : una data emissione da un camino, ci dicono, è solo la rappresentazione di un mero pericolo che non è detto si possa tramutare in un danno per l’uomo o che lo stesso sia proporzionale all’entità dell’emissione.

Il dato emissivo è solo un input di base sul quale costruire il percorso (a partire dalla stima della ricaduta dei diversi contaminanti nelle aree limitrofe all'impianto ovvero considerando le condizioni meteoclimatiche come pure le condizioni fisiche dell'emissione, portata, altezza, temperatura, velocità, etc). Dopodiché occorre ricostruire le possibili vie di accumulo ambientale e quindi la concentrazione nelle diverse matrici ambientali con cui i contaminanti raggiungono la popolazione esposta. Solo allora, previo confronto con gli standard, si possono tirare le fila e verificare l’accettabilità del rischio.

Avendo voluto vedere le carte di alcune valutazioni del rischio, posso segnalare alcuni recenti esempi seguiti in fase di istruttoria di “giudizio di compatibilità ambientale”.

  • Inceneritore di Trento : docenti del Politecnico di Milano hanno utilizzato valori di ricaduta diversi da quelli presentati nello Studio di impatto ambientale (inferiori) e hanno concluso la loro valutazione stimando un rischio cancerogeno aggiuntivo pari a 4,4 casi alla 10 –7 (4,4 casi aggiuntivi di tumore per 10 milioni di persone esposte per 70 anni, dovuti all’inceneritore in questione, ovvero un ordine di grandezza inferiore al criterio indicato dalla Agenzia Ambientale Statunitense, l’EPA : non andare oltre a 1 caso alla 10-6, un caso di tumore aggiuntivo per un milione di esposti). Un ricalcolo presentato da chi scrive, basato sui valori di ricaduta presenti nello studio (e non utilizzati nella valutazione), ha portato a ridefinire il rischio ad un livello ben più elevato e superiore al criterio dell’US EPA ovvero tra 1,6 e 7,5 casi per milione;
  • Inceneritore (terza linea) di Forlì-Coriano : in questo caso oltre a “autoridursi” le concentrazioni delle ricadute dei contaminanti, gli estensori dello Studio ambientale per conto della società Hera, hanno deciso di considerare unicamente la via inalatoria tralasciando la via principale (quella alimentare) che, per esempio, “pesa” per circa il 95% dell’esposizione umana a diossine;
  • Inceneritore società Energica di Faenza, in questo caso la valutazione del rischio è stata rimandata ad eventuali approfondimenti successivi all’istruttoria dello Studio di impatto ambientale richiamando comunque che i "campi di concentrazione degli inquinanti atmosferici a livello del suolo sono caratterizzati da valori ampiamente contenuti entro i limiti di legge".Oltre alla assenza di tale valutazione, si sottolinea l’aberrante principio, alquanto diffuso in questi studi, derivante dal passaggio citato : confrontare la ricaduta al suolo di un inquinante emesso da una data (singola) fonte con i limiti inerenti la qualità dell’aria (e ancor più a limiti da non superare ovvero di attenzione e/o di allarme) non ha alcun significato in termini di valutazione di impatto in quanto sarebbe davvero catastrofico che una singola emissione (o un singolo impianto) sia in grado di condizionare così fortemente la qualità dell’aria di una determinata area (questo sarà vero in situazioni estreme come quella di Porto Marghera ma non può essere un criterio “accettabile” nel caso di impianti come quelli in esame).
  • L’inceneritore FIBE di Acerra (per il quale non è mai stata svolta alcuna Valutazione di impatto ambientale) è stato esaminato da chi scrive. Pur non disponendo di dettagli idonei sulle condizioni ambientali - e quindi costretti a qualche approssimazione - adottando la metodologia di valutazione del rischio sopra richiamata e nonostante le emissioni garantite fossero molto al di sotto dei limiti di legge, il risultato è stato di un rischio cancerogeno pari a 6,5 casi per milione (6,5 volte il criterio US EPA). In questo caso (ma anche in quelli dell’impianto di Forlì e di Trento) si è tentato anche di pesare il contributo dei principali contaminanti (quelli soggetti a monitoraggio continuo e periodico) alla qualità dell’aria, calcolando un indice di rischio sulla falsariga dei metodi adottati in ambiente lavorativo per valutare l’esposizione contemporanea a più agenti. Tenendo conto che le indicazioni (Norme UNI/EN per le esposizioni professionali) indicano parametri pari a 1/10 e 1/4 nel rapporto tra concentrazione di esposizione e limite di riferimento (un indice superiore a 1 significa una palese inaccettabilità); in questo caso abbiamo riscontrato indici in un range tra 0,74 (limiti aria “vigenti”) e 1,92 (limiti obiettivo delle recenti direttive “per la protezione della salute umana”). In altri termini, l’apporto aggiuntivo dell’impianto in questione (senza considerare il cumulo con altre condizioni locali preesistenti, nel caso di Acerra alquanto pesanti) variava tra “molto significativo e inaccettabile”.

E questi sono i casi in cui è stato possibile presentare osservazioni su valutazioni (Studi di impatto ambientale) mentre il più delle volte anche questa possibilità viene negata (es. terza linea dell’inceneritore di Brescia) ai sensi di una norma emessa dall’allora ministro Edo Ronchi. In nome di una implicita accettabilità dell’impianto si fa strame, in primo luogo, della democrazia e quindi del diritto costituzionale alla salute e all’ambiente salubre.

 

 

 

Il riduzionismo sotteso all’accettabilità dell’incenerimento dei rifiuti

 

In sintesi ritengo vi sia un errore dovuto a "riduzionismo tecnologico" nell'affermazione che gli indubbi progressi nella tecnologia abbiano risolto i problemi di impatto. Oltre a quanto già detto, rammento che questi progressi per gli inceneritori sono stati realizzati principalmente nei sistemi di abbattimento dei fumi, ovvero nella capacità di trasferire gli inquinanti da una fase aeriforme (i fumi) a una fase solida (polveri, ceneri, scorie). Gli inquinanti non vengono distrutti ma, parzialmente trasformati, spostati in matrici di contaminazione diversa e solo un po’ più differita nel tempo (ad ogni inceneritore sono "accoppiate" almeno una discarica per rifiuti non pericolosi e una per rifiuti pericolosi); anche in questo caso la osservazione di Lavoisier è ferrea : "Nulla si crea e nulla si distrugge".

Per dirla con quanto riportato nella Convenzione di Aarhus : “Va inoltre tenuta in considerazione la destinazione delle polveri raccolte da una migliore depurazione dei gas. Infatti, il vantaggio di una minore emissione nell’atmosfera di polveri e fumi di processo sarà sminuito da un impatto ambientale negativo derivante da un’errata gestione dei suddetti rifiuti”.

Un ulteriore errore concettuale, conseguente a tale postulato, è considerare che ove un impianto rispetti dei limiti (come detto sempre discutibili, ovvero che rappresentano il compromesso raggiunto in un dato periodo tra esigenze di tutela ambientale/sanitaria, esigenze economiche e livello tecnologico) è di per sé "permissibile".

Tant'è che le direttive europee (sull'incenerimento e sulla riduzione e prevenzione integrata dell'inquinamento) mettono in guardia sia sul semplice trasferimento dell'inquinamento da una matrice all'altra che - proprio nel caso delle emissioni - affermando che il rispetto dei limiti "è una condizione necessaria ma non sufficiente" a garantire "un elevato grado di protezione dell'ambiente e della popolazione", che è uno dei principi della politica europea di tutela ambientale.

Analogamente, l'approccio del "rischio accettabile" (espongo una popolazione, di lavoratori piuttosto che di cittadini, a un rischio ambientale/sanitario stimato "basso" o "moderato" in cambio di un beneficio collettivo, es. la produzione di una data merce o servizio) non dovrebbe far parte del "codice genetico" dell'ambientalismo altrimenti non avrebbero significato molte lotte (per fare un esempio contro gli OGM o le radiazioni non ionizzanti ove gli aspetti di pericolosità intrinseca sono ancora controversi); questo approccio è invece "tipico" dei tecnici che, pagati profumatamente, si trovano a produrre relazioni, documenti, consulenze, Studi di impatto ambientale per organismi pubblici e privati, committenti che non gradirebbero certo delle conclusioni negative rispetto all'opera progettata.

Sarebbe interessante sapere quale ambientalista (facciamo qualche esempio) ritiene che non vi siano motivi ostativi affinché l'EVC potenzi (raddoppi) la capacità produttiva del Cloruro di Vinile Monomero e di PVC (guarda caso una delle plastiche meno riciclabili e a maggior impatto a livello di smaltimento per incenerimento o messa in discarica) a Porto Marghera, contando su tecnologie più avanzate rispetto a quelle che hanno fatto una strage di operai e hanno causato l'ecocidio della Laguna di Venezia.

Sicuramente si tratta, per unità di prodotto, di impianti con minore impatto rispetto a quelli obsoleti (già a livello progettuale e realizzativo, negli anni '50 e '70) che andrebbero a sostituire, ma questa è una condizione sufficiente affinché si continuiaprodurre questasostanza incompatibile con l'ambiente e che ha caratteristiche di tossicità elevata (per i lavoratori e i residenti) ovvero è un cancerogeno, mutageno e teratogeno.

Una situazione analoga può essere riferita alle decine di impianti turbogas che vengono proposti "a pioggia" al fine di ridurre la dipendenza estera per quanto concerne la produzione di energia elettrica e per soddisfare il fabbisogno futuro di energia che vienedato (dal Ministero e da altri organismi pubblici e privati) in progressivo e inarrestabile incremento.

Il Ministero delle Attività Produttive vuole convincere i cittadini (in particolare quelli che si oppongo alla costruzione di grandi centrali termoelettriche a gas naturale) che si possono costruire un numero indefinito di queste centrali e che le stesse, prese singolarmente, rispettando i limiti previsti ed inquinando (per kwh prodotto) meno delle centrali tradizionali (a olio combustibile e a carbone), devono essere accettate pur a fronte di "limitati" impatti locali. Illuminante una nota del Ministro Marzano del 18.11.2003 al Ministro dell'Istruzione, dell'Ambiente e della Salute, ove si addebita a un articolo di due ricercatori del CNR che ha fatto emergere la problematica delle polveri sottili connesse alla combustione anche del gas naturale: per "prevenire un clima di agitazione diffusa" nonché contestazioni sulla "presunta 'carenza' delle valutazioni di impatto ambientale sul tema delle polveri sottili (che) può costituire possibile motivo di ricorso anche nei confronti delle autorizzazioni già rilasciate", viene richiesta una mobilitazione informativa a favore di tali progetti.

Segnalo infine un’altra classe di studiosi, potremmo definirla - solo apparentemente - socratica, che tende a sfuggire da una presa di posizione e si nasconde dietro una presunta neutralità scientifica.

Esemplare in tal senso uno studio di analisi delle conoscenze epidemiologiche in materia che, dopo aver ricordato le evidenze circa gli effetti dei microinquinanti emessi da impianti di incenerimento e aver valutato gli (relativamente pochi) studi (su popolazioni e su lavoratori), alcuni dei quali evidenziano eccessi di alcune patologie nella popolazione esposta ed altri che non evidenziano tali eccessi, conclude per la necessità di “una nuova generazione di studi epidemiologici (con) una migliore definizione dell’esposizione in termini qualitativi e quantitativi, in particolare mediante una evoluzione delle misurazioni ambientali e lo sviluppo di bio-marcatori individuali di esposizione”.

In una intervista due studiosi, di cui uno è tra quelli che hanno sottoscritto lo studio sopraccitato, affermano che “lo smaltimento dei rifiuti è sempre potenzialmente pericoloso”, ma la pericolosità è accertata solo per i vecchi inceneritori e “L’evoluzione della tecnologia, il miglioramento delle modalità di combustione e un più attento monitoraggio hanno fornito ovunque risultati rassicuranti”, con un messaggio ben diverso, tant’è che l’articolista titola Bruciare i rifiuti non è più pericoloso, parola di studioso, senza ricevere smentite o richieste di correzione.

Accettando questo postulato tecnologico, si finisce per dare una “patente” di idoneità alle tecnologie “end of pipe” ovvero ad un approccio al problema dell’inquinamento provocato dalle attività antropiche che tralascia l’aspetto della prevenzione (eliminazione/riduzione della fonte di contaminazione). Ci si concentra sul potenziamento dei “filtri” posti subito prima del rilascio di un contaminante nell’ambiente (nei limiti di legge). L’industria ecologica (il business ecologico dovrebbe rappresentare una bestemmia per un ambientalista) derivante si fonda sulla conferma del modello di produzione e di consumo che origina l’inquinamento e non tollera che sia messo in discussione : nulla cambia ma c’è un filtro in più, fine del problema e della discussione.

Su un piano analogo la questione delle “compensazioni” (che spesso si confondono con le mitigazioni) che, Poggio e Bianchi, ci dicono devono essere non di carattere monetario (beni, servizi, sconti ai cittadini) ma ambientale.

La monetizzazione del rischio è stata contestata negli anni ’60 dai lavoratori, era contenuta in uno dei referendum antinucleari e il principio di compensazioni ambientali (a fronte di un’opera impattante ma comunque indispensabile e la “migliore” possibile) è astrattamente condivisibile.

Va però evidenziato che se si arriva a parlare di compensazioni (ambientali o monetarie che siano) significa che vengono riconosciuti degli impatti irreversibili ovvero permanenti e pesanti (ma i nuovi inceneritori non erano pressoché innocui ?).

Le compensazioni finiscono in realtà per divenire una contrattazione sulla salute collettiva. Ad esempio, lo Studio di Valutazione di Impatto Sanitario (VIS) citato nelle note di Bianchi e Poggio, e relativo al progetto di nuovo inceneritore di Firenze-Osmannoro nonché di altri impianti connessi, arriva a conclusioni del genere: “L’incremento percentuale di ciascun inquinante fra lo scenario attuale e futuro, relativamente ai soli sistemi di gestione dei rifiuti, è positivo per tutte le sostanze considerate ed appare rilevante in particolare per metalli pesanti, diossina e IPA”.

Detto questo gli estensori della VIS, dopo una serie di considerazioni, concludono che “il Piano di gestione dei rifiuti possa risultare in una situazione di bilancio ambientale, e quindi sanitario, in pareggio (o addirittura migliorativa) rispetto alle attuali condizioni se, e solo se, al Piano stesso si accompagnano interventi di mitigazione che comportano scelte di gestione dell’intero territorio finalizzate al miglioramento della qualità ambientale, che si configurano come interne ed esterne al Piano stesso” rimandando quindi ad ulteriori approfondimenti.

Quindi, dato un territorio che ha bisogno comunque di interventi di miglioramento ambientale, gli stessi anziché studiati e promossi come necessari di per sé, trovano la loro strada e compimento solo se accompagnati dalla accettazione dell’inceneritore (o di altri impianti, tipico è il caso delle nuove centrali termoelettriche).

Se vuoi il giardinetto o la pista ciclabile (i riferimenti non sono casuali) devi prenderti anche l’inceneritore (o la centrale termoelettrica o…) .

Alla fine tali interventi verranno compresi in accordi di programma tra gli enti, il gestore ed eventualmente anche associazioni ambientaliste, come nel caso di Brescia e di Milano, per poi essere stracciati alla prima occasione utile.

 

 

 

L’incenerimento come paradigma dello spreco energetico e della perpetuazione dell’inquinamento e del prelievo indiscriminato e illimitato di risorse dal pianeta

 

Uno dei postulati proincenerimento è quello del “recupero energetico” (da cui anche quello della “rinnovabilità” dei rifiuti), peraltro sottoposto a critica da Lucia Venturi sul “Dossier rifiuti” in discussione.

Tale postulato è anch’esso riduzionista e portatore di una falsificazione della realtà con conseguenze disastrose sotto il profilo ambientale ma anche culturale.

E’ fondato sulla considerazione che una merce (ad esempio una bottiglia di plastica) divenuta rifiuto, sia nulla più di un combustibile. Si considera il solo potere calorifico inferiore contenuto nella bottiglia e utilizzabile (in piccola parte) per produrre energia termica e/o elettrica, ove combusto. In realtà se un chilogrammo di plastica equivale,all’incirca, a due chili di petrolio è altrettanto vero che per estrarre, trasportare, raffinare, trasformare e produrre quella bottiglia di plastica, è stata utilizzata una quantità ulteriore ed elevata di energia. Questa energia “invisibile”, se la bottiglia viene bruciata, viene dissipata, “sparisce” (va ad alimentare l’entropia del mondo); viceversa se venisse riciclata una parte anche di questa energia potrebbe essere reimmessa nel ciclo economico e di consumo e verrebbe ridotta l’entropia comunque inevitabile (ovviamente sarebbe meglio non usare le bottiglie di plastica).

Non è solo una questione di recupero energetico, ma proprio di impatto ambientale : il ciclo della trasformazione del petrolio in plastica produce impatti (e non da poco !) lungo tutta la filiera; è strano che degli ambientalisti non considerino questo aspetto : bruciando la nostra bottiglia di plastica non facciamo che perpetuare tutto il ciclo produttivo e di consumo fondato sull’illimitata predazione delle risorse del pianeta e sullo spreco delle stesse.

E’ questo il mondo sostenibile che si ha in mente ? L’incenerimento dei rifiuti è parte integrante di una economia insostenibile, rappresenta esemplarmente un modo per rimandare il problema di altri 25-30 anni (la durata di un inceneritore) ovvero per sbolognare il problema alla generazione successiva (nella presunzione che poi questa abbia ancora abbastanza tempo per affrontare il problema che sarà ancora più grave di oggi) e nel frattempo continuare ad aggiungere inquinamento (un po’ meno per volta rispetto al passato) all’inquinamento esistente. In questa prospettiva le “quattro R” avrebbero un ruolo di sola facciata.

Ancora maggiore è il problema per quanto concerne i rifiuti industriali.

Non solo, ma quello che verrebbe confermato è proprio quello che nel Dossier si dice di voler contrastare ovvero il considerare i rifiuti come fonte rinnovabile.

Si tratta di una prospettiva confermata e promossa in norme recenti, con effetti paradossali e da respingere nettamente.

Per fare un esempio, in recenti studi si parte dalla considerazione che le emissioni di gas serra dall’incenerimento da rifiuti siano “neutre” (come indicato dalle direttive europee con riferimento alla parte biodegradabile dei rifiuti e, per il governo attuale, da estendere a tutti i rifiuti); queste emissioni non vanno pertanto “conteggiate” nei bilanci nazionali dei “gas serra”. Anzi, l’incenerimento determinerebbe di per sé anche una riduzione di emissioni ad effetto serra in quanto questo combustibile sostituisce (fa risparmiare) le emissioni corrispondenti alla combustione di combustibili fossili per produrre la stessa quantità energia con una centrale termoelettrica tradizionale o, ancora peggio, se i rifiuti venissero posti in discarica (quindi l’effetto benefico della combustione dei rifiuti viene “contato” due volte).

In pratica i rifiuti vengono considerati aventi il medesimo effetto di fonti rinnovabili “vere” come il sole, il vento, il moto ondoso, la geotermia.

Da un contributo neutro all’emissione (l’emissione c’è ma vi sarebbe comunque in relazione al ciclo del carbonio) si passa a un risparmio di emissione e, dulcis in fundo, questo risparmio viene posto equivalente a una capacità di assorbimento di anidride carbonica che in natura viene svolto dalle piante. In sintesi, si arriva a dire che se venissero inceneriti in Italia 21 milioni di tonnellate di rifiuti all’anno (la quantità di rifiuti che oggi finiscono in discarica) i tanti camini svettanti nel cielo equivarrebbero alla forestazione di una superficie pari a 18.842 kmq ovvero quasi pari a quella della regione Veneto! (L’effetto benefico della combustione dei rifiuti sull’effetto serra viene contato tre volte !).

Questo è il risultato logico della accettazione dell’incenerimento dei rifiuti, al posto di foreste e camini, bisogna anche essere contenti perché si raggiunge così l’obiettivo posto dal Protocollo di Kyoto !

A conferma di questo aberrante meccanismo, il recupero energetico (e la conseguente mancata emissione di gas serra dovuta ai rifiuti come alla filiera produttiva delle merci corrispondenti se venissero ogni volta realizzate a partire da materiali vergini) ottenibile dal riciclaggio e dal recupero come materia, non viene conteggiata, vale zero per la contabilità stabilita internazionalmente nella regolamentazione del Protocollo di Kyoto. Incenerimento - riciclaggio, 3 a 0 !

Ogni ulteriore commento in proposito appare superfluo.

 

 

 

Nimby, Banana, Nima, Prometeo oppure un altro mondo possibile ?

 

Per chiudere queste note, pur parziali, va da sé che chi scrive è conscio che nel campo dei rifiuti (ovvero delle merci), come in altri, non vi sono miracoli attivabili solo con la buona volontà dei più consapevoli e sensibili.

Occorre una “transizione” tra l’attuale situazione grandemente viziosa (l’usa e getta) e una virtuosa (di chiusura del cerchio); chi scrive è però convinto che lo strumento dell’incenerimento non è idoneo a tale passaggio.

I principali motivi sono stati qui illustrati in termini di impatto ambientale (non solo degli impianti ma della filiera sottesa) quanto di perpetuazione dello spreco e di irrigidimento delle forme di gestione dei rifiuti. In sintesi l’incenerimento rappresenta una ipoteca difficilmente sopportabile per un percorso di fuoriuscita dal perverso ciclo aperto dei rifiuti e delle merci. Anche perché la questione non è solo tecnica ma è principalmente sociale, non vi sono scorciatoie : l’incenerimento finirebbe per essere una scorciatoia che conduce però in un vicolo cieco.

Possiamo indirettamente rendercene conto da alcuni esempi lombardi : nel 1994-1995 la prospettiva era la realizzazione di 21 impianti di incenerimento (10 esistevano già) per bruciare il 150% dei rifiuti urbani e assimilati allora prodotti (la raccolta differenziata era al livello del 5% in regione).

E’ stata l’opposizione diffusa della popolazione a questi impianti (e la relativa crescita di conoscenza e consapevolezza) a costringere gli amministratori a iniziare la strada di una raccolta differenziata efficace con risultati spesso oltre le aspettative (la regione Lombardia attualmente è intorno al 40% ma vi sono estese realtà che hanno raggiunto valori ben oltre il 50% e anche oltre il 70%).

Le realtà che sono a livelli molto più bassi di raccolta (Brescia, Pavia, la città di Milano) sono quelle ove l’incenerimento ha vinto o comunque la fa da padrone del sistema.

Nella vicenda lombarda vi sono ovviamente luci ed ombre, a fronte di ampi margini di miglioramento nelle raccolte nonché negli interventi di riduzione; tornano alla carica i fautori dell’incenerimento (un partito trasversale molto più dell’ambientalismo).

Ma basta por mente al fatto che oltre il 70% del potere calorifico (l’inceneribilità) di un rifiuto urbano è rappresentato da plastiche e materiali cellulosici(carta) per individuare dove va indirizzato lo sforzo maggiore per rendere inutili gli inceneritori, ancor prima di aver risolto in toto il problema della gestione di rifiuti (che poi significa non avere merci a fine vita che non possono essere in alcun modo reimmesse in cicli produttivi, ovvero che possano essere unicamente destinate all’abbandono).

Nel confronto sul tema dei rifiuti - proprio perché è un tema sociale - ha peso anche lo spregio nei confronti di chi si oppone (come stanno sperimentando gli acerrani, accusati anche di essere filocamorristi) con l’accusa di essere preda della sindrome di NIMBY (Not In My Backyard - Non nel mio giardino) o, ancora peggio, della sindrome BANANA (Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything - Assolutamente non nel giardino di nessuno).

Premesso che chi scrive si annovera tra i bananisti, potrei contrapporre a tali epiteti, lo spirito prometeico (il fuoco come purificatore del mondo) o quello NIMA (Not In My Appointment - Non nella mia legislatura) adottati per definire come il problema sia già risolto (con gli inceneritori) o, allargando le braccia, per dichiarare che al momento non siano possibili radicali interventi sulla questione e pertanto qualcun altro, in futuro, potrà attuare forme di gestione diverse dall’incenerimento (e dalle relative discariche di supporto, non dimentichiamolo mai).

Comunque sia, deve essere chiaro che chi si scaglia contro l’opposizione agli inceneritori (o altri impianti di elevato impatto) chiamando in causa le sindromi NIMBY o BANANA, a significare una vera e propria malattia sociale degli oppositori, a ben guardare, adotta un modello di pensiero simile a quello dei totalitarismi (di destra o di psuedosocialismi) che considerano l’opposizione una forma di malattia, quasi inspiegabile.

In realtà l’utilizzo di questo strumento di spregio all’opposizione qualifica chi lo usa e non chi lo subisce.

Inoltre non appare considerato (ma in realtà è questo quel che fa più paura per i businessmen ecologici pubblici e privati) che “A motivare l’opposizione del pubblico agli inceneritori non è stata la preoccupazione per la santità del proprio cortile, ma piuttosto la qualità dell’ambiente che gli oppositori condividono con il resto della società…”, sta anche all’ambientalismo nostrano far divenire una istintiva opposizione in una critica al modello di produzione e di consumi e nella affermazione di altro mondo possibile, senza inceneritori e senza rifiuti.

 

 

Marco Caldiroli (Medicina Democratica - Movimento di Lotta per la Salute)

21 Ottobre 2004

 

 

(per la bibliografia si rimanda al documento in PDF)

 

 

 

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