Filosofia per tutti

Il trionfo del risentimento

 

C'è nell'aria, diffuso, uno spirito di risentimento, talvolta accumulato per le vicende della vita, altre volte coltivato ad arte, come atteggiamento che prende le distanze nei confronti dell'«altro», visto come nemico, avversario, concorrente.

L'ombra della sconfitta, mai sanata pienamente, la traccia dell'invidia e del disprezzo, che si premura di neutralizzare qualsiasi scomoda presenza: queste sono le radici possibili del risentimento.

Ciò che lo contraddistingue è il suo tratto astioso, una rabbia malcelata, il dispetto di chi si sente minacciato dagli eventi e dalle persone che lo circondano.

Molte volte è la vita che fa nascere il RISENTIMENTO.

Essa può annientare e uccidere progetti, desideri, sogni. Vittime inconsapevoli sono gli uomini e le donne che «sentono» il loro isolamento e l'abbandono, incapaci di opporre resistenza alle forze che si ergono come muri di separazione tra progetti e realtà, tra rinascenti speranze e delusioni cocenti.

Non ci sono «ragioni», «motivi», che riescano a persuadere della verità dell'accaduto. Ci si ritrova ai margini; tutto è diventato ostile; è inutile ribellarsi e combattere.

Ferite non rimarginabili, un dolore che brucia, mentre «l'altro» (gli altri), di contro, dispiega la sua energia, trionfa, l'ha sempre vinta.

Sottile come una lama che lacera la carne e rincrudisce il male, il RISENTIMENTO corrode e penetra profondamente, traccia disumana di inquietudine senza confine, che tutto inficia, ammorba, distrugge: come un fiume in piena, una vampata di fuoco che incenerisce, l'onda che travolge ogni resistenza.

«Perché proprio a me?»: l'inimicizia lambisce Dio e il prossimo, entrambi accusati di portare con sé un infinito, immotivato rancore.

Chiusi in sé stessi, donne e uomini, come don Chisciotte, si ritrovano a combattere contro i mulini a vento, diventati nemici da battere, in un mondo di relazioni precarie o, addirittura, fallite.

Ma c'è un altro RISENTIMENTO, perfino più insidioso e pervicace, che attanaglia le donne e gli uomini nelle loro storie vissute.

L'insofferenza per l'altro, la voglia di sconfessarlo in ogni momento diventa, infatti, un disegno di «delegittimazione», un coltivato progetto di seminare sospetto e disprezzo nei confronti di coloro che vengono bollati come avversari e nemici. Un frutto maligno della mente e del cuore, contemporaneamente.

Ho conosciuto uomini, in questi ultimi decenni, anche di elevata condizione sociale, costituiti in autorità e responsabili, perciò, del cammino materiale e spirituale del loro popolo, che esercitavano il loro «potere» in un modo a dir poco «originale»: prima amavano selezionare dentro la comunità i «fedeli devoti» da una parte e i «nemici riottosi» dall'altra (i «nostri» e gli «altri») e poi avrebbero preteso che questi ultimi si riconoscessero come tali, cioè ostili alle loro persone e ai loro progetti di governo.

Un perverso gioco di delegittimazione che è ancora in atto e che ha trovato nuovi protagonisti!

Ma è interessante anche quello che scrive l'acuto sociologo (cattolico) Italo de Sandre, a proposito del RISENTIMENTO nel nostro paese.

Egli afferma che a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, dalla «pancia» della società italiana c'è stato un continuo crescere di RISENTIMENTO: un disagio sempre più grande, una insofferenza che ha portato a delegittimare l'avversario politico, qualsiasi esso fosse, o il governo, o la magistratura, o la costituzione repubblicana, definita essa stessa, di recente, «comunista».

In quel clima prese piede il costume, a cui tutti hanno potuto assistere in tanti dibattiti pubblici, specie televisivi, e non ancora dismesso, del non far parlare l'avversario, insultarlo o dileggiarlo, senza troppe argomentazioni.

Lì, secondo de Sandre, è riaffiorato quello che potremmo chiamare il «neo-autoritarismo»: cioè il vedere complotti e minacce dappertutto, la voglia di riversare sul nemico ogni sorta di male e la responsabilità di ciò che non va, il desiderio di far ordine e di punire, «il bisogno» di un capo cui appellarsi in ogni momento, che salva e che protegge e a cui dare ogni delega.

Nascono, qui, il sospetto e il disprezzo nei confronti di quelli che non sono considerati propri simili e la voglia di punizione (di gogna) per chi viola i propri spazi e quelli dei propri «referenti».

In fondo il RISENTIMENTO mette in luce il grave problema della radicalità di certe faglie di non - riconoscimento e di disprezzo, che interrogano con urgenza le persone attente allo stato delle relazioni umane nell'ambito pubblico e privato, civile e religioso.

 

Marcello Farina

l’Adige, 13 maggio 2006

 

 

 

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