Vallorz, l’artista tra la «mala»

Quegli avventurosi anni parigini del pittore solandro

 

Veste - ha 71 anni - come un uomo qualunque, in maniera ordinata e semplice, pantaloni di velluto grigio, camicia sportiva. Pensa, anche, come un uomo ordinato e semplice. Forse lo è davvero ordinato e semplice. Chissà. Forse lo è, se lo è, per riequilibrare una vita giovanile sgangherata. Vasco Rossi non cantava ancora “Voglio una vita spericolata”, ma Paolo Vallorz, la vita spericolata, anche se non l’ha voluta, non ha fatto poi tanto, almeno nei primi anni, per evitarla.

Me la racconta adesso nel tranquillo tinello, caldo di legno e di tende, della sua casa a Caldes in una delle sue periodiche, rare e quasi segrete visite al paese natio. Siede su una panca tenendo le braccia spalancate sul davanzale interno di una finestra sulla vallata a cui egli dà di spalle e la cui luminosità lo mette un po’ in controluce e a tratti in chiaroscuro. Soltanto quando si muove e gesticola per poi riallargare pacificamente le braccia sul davanzale si possono osservare bene le espressioni del viso illuminato a intervalli. Certo, però, che anche nel buio del controluce i suoi occhi di un azzurro ghiaccio risplendono e i radi capelli grigi e soffici completano una figura che ha un po’ del severo uomo tedesco. Anche il suo racconto, come il suo viso che appare e scompare, impone alcune zone d’ombra, alcuni inevitabili omissis che lui, magari, preferirebbe non fossero considerati tali.

Ne è passato di tempo da quando, andatosene (o fuggito?) a Parigi a meno di venti anni, ha dormito sotto i ponti, sulle panchine, nelle auto posteggiate e lasciate incustodite, o forse nel letto di qualche ragazza che, quella sera, aveva conosciuto anche biblicamente. Chissà se in quelle notti ha fatto sogni premonitori di diventare un grande della pittura, lui a cui i colori già da ragazzino gli bollivano nel sangue, la matita fremeva tra le mani, lui che aveva guadagnato i primi e, fino ad allora, unici soldi facendo una pittura muraria su una chiesa di un paese trentino.

A Parigi non poteva lavorare alla luce del sole perché non era regolare. Aveva da pagare il conto in Italia con la naia che doveva fare e che non ha fatto. C’erano quindi divieti burocratici incrociati tra Italia e Francia perché lui potesse starsene tranquillo a Parigi dove era considerato un transfuga, un dissidente, un traditore. Tornato per una visita a Caldes, aveva dovuto rientrare precipitosamente in Francia dopo un lungo giro a piedi varcando i confini sulle montagne come uno spallone che porta sigarette di contrabbando o valuta all’estero. Non potendo lavorare regolarmente faceva, in nero, il garzone di una bottega di una signora, pensando tra una consegna e l’altra, in bicicletta, a come avrebbe potuto sbarcare il lunario la settimana successiva.

Aveva conosciuto cinque tipi di nazionalità diverse, ma dalle intenzioni identiche: le rapine. Avevano la pistola svelta, ma non altrettanto svelta avevano l’intelligenza. Facevano le rapine che lui, Paolo, studiava e organizzava nei dettagli a tavolino, riscuotendo, a cose fatte, la sua parte di malloppo che “fatturava” come prestazione professionale di “architetto” dell’impresa. Tre, quattro giorni di, più o meno, bella vita spendendo quei franchi e poi allez!, un altro piano, un’altra rapina, un altro dividendo. Lui, però, non ha mai partecipato. Erano tipi, quei cinque, tanto inaffidabili da dover metterci del bello e del buono per dissuaderli a rubare la Gioconda, in quanto, duri di comprendonio, non avevano capito che non si sarebbe potuta piazzare. E, infatti, uno alla volta, quando Paolo già si era allontanato da questa vita, questi cinque, privi della loro “mente”, sono finiti prima sulle foto segnaletiche della polizia, poi in quelle della cronaca nera dei giornali francesi, morti nei conflitti a fuoco durante le rapine, se non addirittura morti “sparati” a vicenda nel timore che uno dei due si arrendesse e “cantasse”.

La sua vita, a ben vedere, è stata sempre un tiraemolla, un misirizzi come il susseguirsi di giornate luminose e bigie, calde e fredde degli inizi di questa primavera quando il sole scalda la terra e le nuvole la raffreddano in un istante. Lui è vissuto così, non tra alti e bassi, ma tra rifiuti e innamoramenti improvvisi, tra abbracci e vomiti, tra strapazzi e riposi bucolici. Da ragazzino, nascostosi per tre giorni nei boschi della Val di Sole, ha minacciato di suicidarsi affascinato dalla natura nel cui ventre voleva rientrare. Da artista per due volte ha lasciato la pittura perché stomacato di se stesso per essersi lasciato abbindolare dal vuoto dell’astrattismo e, un’altra volta, dalla improbabilissima carriera di pilota di auto da corsa. Aveva costruito con le sue mani un’automobile avveniristica con cui ha corso finanche la famosa “24 ore” di Le Mans”.

Misirizzi, certo. Cosa si può dire di un artista che smette di disegnare e dipingere per fare società e lavori edili in nero nelle case private di Parigi? Lui che, a tutto voler concedere, poteva essere un fabbro e faceva invece l’idraulico, e il suo amico, scultore, faceva il muratore e il falegname. Per sbarcare il lunario, certo. Misirizzi, certo, perché, veduta una donna, “perno di tutta la vita”, anzi della “Vita”, Paolo Vallorz prende un suo vecchio quadro astratto e, quasi affannato dalla rabbia e dall’ispirazione, lo copre con quella figura femminile. Una metafora della sua rinascita? Quell’improvviso bagliore nell’animo, destatogli dalla Donna di cui ha un altissimo e giusto concetto, gli fa rifiorire dentro la voglia di pittura. Ah la donna, la donna che piace e che è più stimolante di una verità filosofica. Sì, perché la donna la puoi raggiungere e possedere mentre la verità è sempre all’orizzonte ma mai la raggiungi.

«Sono ricchissimo - confessa con gli occhi che perforano i miei - non per i soldi che guadagno, ma perché faccio comunque e sempre ciò che voglio». Tace, sorride un po’ amaro, ma poi la voce si addolcisce. Agita le mani alle estremità delle braccia distese tali quali fossero due marionette che confrontano le proprie idee. Una dice: «Mi fido più di un animale che di un uomo». L’altra chiosa: «Il più sacro dei valori umani rimane il rispetto della natura». Poi, a sottolineare il suo concetto, Paolo gira la testa verso la finestra e guarda giù nella vallata verdissima e su su verso i boschi e verso gli alberi che talvolta sono stati tutta la sua pittura.

La chiacchierata sta per finire. Me ne accorgo dal suo ripiegare la schiena su se stesso, dall’intrecciare, ora, le mani sul tavolo quasi volessero tirare la somma. «Ebbene sì, a Caldes ritornerò soltanto... per morire. Ma forse no, anche per vivere accanto a questa forza della natura che è il mio amico Luciano Zanoni. Rospi, nella vita, ne ho ingoiati tanti e sputati tutte le volte che ho potuto. No, io non ho mai tradito la mia donna, semplicemente perché fin dall’inizio della relazione le ho chiarito che non mi sarei mai lasciato scappare l’occasione di fare l’amore con una donna che mi sarebbe piaciuta. E dunque i miei non sono stati tradimenti. Finirò, lo so, all’inferno, ma troverò la compagnia di molti colleghi. Di una sola cosa avrò nostalgia: di non essere riuscito a fare ciò che volevo».

 

Giorgio Dal Bosco

Trentino, 20 maggio 2006

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