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L’INCENERIMENTO DEI RIFIUTI : DOMANDA O RISPOSTA ?

E se fosse una scorciatoia che conduce in un vicolo cieco ?

 

 

Queste note sono un contributo alla discussione aperta con il Dossier Rifiuti del n° 54 de la Rivista. Il merito è la contraddizione tra le premesse "canoniche" (per gli ambientalisti) su riduzione, prevenzione, riciclaggio e recupero dei rifiuti - la critica del modello di produzione/consumo - e la proposta/accettazione dell'incenerimento ("termovalorizzazione") dei rifiuti.

Veniva affermato che "Le tecnologie e le pratiche gestionali (...) hanno radicalmente modificato il potenziale impatto ambientale sia di una discarica che di un inceneritore o di un impianto di compostaggio. Questi impianti (se hanno la tecnologia adeguata e se hanno una gestione corretta !) hanno emissioni e provocano comunque qualche disagio, ma non sono più una importante fonte di inquinamento"; ed anche che "noi di Legambiente saremmo i primi a spiegare ai cittadini che il termovalorizzatore (di Acerra, ndr) non significa necessariamente emissioni di diossina o veleni simili.”

 

 

 

Gli inceneritori, un modello di inquinamento  portato a sistema

 

 

Gli impianti di incenerimento emettono sostanze pericolose in quanto il combustibile è eterogeneo e non esistono depuratori al 100%. Sono stati censiti nei fumi, per le sole sostanze organiche, oltre 250 individui chimici.

Molte di queste sono tossiche, cumulabili nell'ambiente e negli organismi, poco degradabili, bioaccumulabili nella catena alimentare, sono cancerogene, mutagene, teratogene e disturbatori endocrini.

Sul rapporto tra emissioni, limiti e tossicologia, la Commissione UE ha evidenziato che, a fronte dei progressi che hanno ridotto l’immissione di diossine e PCB, le nuove conoscenze determinano la necessità di ulteriori interventi:

  • “Sembra che le caratteristiche tossiche delle sostanze siano state sottovalutate: recenti studi epidemiologici, tossicologici e sui meccanismi biochimici riferiti in particolare agli effetti sullo sviluppo cerebrale, sulla riproduzione e sul sistema endocrino hanno dimostrato che gli effetti delle diossine e di alcuni PCB sulla salute sono molto più gravi di quanto precedentemente supposto, anche a dosi estremamente ridotte”;
  • “L’esposizione a diossine e a PCB … supera la dose tollerabile settimanale (TWI…) e la dose tollerabile giornaliera (TDI…) in una parte considerevole della popolazione europea”; “dati più recenti e rappresentativi sull’assunzione giornaliera indicano che i valori medi di diossine e PCB diossino-simili assunti con la dieta alimentare nell’Unione europea sono compresi tra 1,2 e 3 pg/kg di peso corporeo/giorno” (l’OMS indica un TDI pari a 1 -obiettivo- e 4 picog/kg di peso corporeo/giorno come limite massimo).

In merito alla gestione corretta, oltre a casi recenti di impianti con superamento dei limiti (Sesto San Giovanni, Pietrasanta, Figino 2), è esemplare il caso belga : “I primi campionamenti in continuo (delle diossine, ndr) sono stati installati nel Belgio nel 2000 dopo uno studio condotto sugli inceneritori. La ricerca ha evidenziato che l’ambiente circostante ad un impianto di incenerimento era inquinato da diossine. Però da misure effettuate risultava che l’impianto (…)  emetteva ben al di sotto del limite di legge dei 0,1 nanog/TE/Nmc. (…). Dopo che l’esercizio dell’impianto è stato vincolato all’installazione di sistemi di campionamento in continuo - sorpresa - sono stati trovati tra gli 8,2 e 12,9 ng TE/Nmc”.

 

Si ammette la pericolosità degli inquinanti emessi ma, nel contempo, si chiede di considerare il rischio reale e non il pericolo ipotetico: una valutazione del rischio completa, dall’entità della ricaduta delle emissioni, l’analisi dei percorsi ambientali (inalazione, ingestione o contatto dermico con il suolo, catena alimentare) fino all’uomo, il confronto con standard internazionali (anche per i cancerogeni che non hanno soglia), da qui si parla di accettabilità del rischio (con le relative incertezze per molte ragioni: tecnologiche, di conoscenze tossicologiche, etiche, economiche e politiche).

In altri termini: “… la prassi ambientalecorrente è un ritorno all’atteggiamento del Medioevo di fronte alla malattia, quando questa - e con essa la morte - era considerata uno scotto inevitabile, un debito da pagare a causa del peccato originale. Questo tipo di filosofia è stato ora rielaborato in forma più moderna: un certo livello di inquinamento e un certo rischio per la salute sono il prezzo inevitabile da pagare per i vantaggi materiali offerti dalla tecnologia avanzata…e il problema della fissazione degli standard diventa un campo di battaglia in cui si scontrano interessi economici, politici e morali contrapposti. Questi scontri sono elaboratamente ammantati di statistiche, in modo da poterli far passare per <<scienza>>”.

La richiesta di una valutazione del rischio, fa emergere i limiti dell’affermazione per cui erano i vecchi inceneritori, con emissioni elevate, ad essere pericolosi mentre quelli moderni non sono più un rischio.

In alcune recenti valutazioni, gli inceneritori di Trento, di Forlì e di Faenza, rispettivamente, sono stati utilizzati dati autoridotti, la via espositiva considerata è stata solo inalatoria (quella alimentare, per esempio, “pesa” per il 95 % dell’esposizione umana a diossine), a Faenza è stata omessa ritenendo sufficiente il non superamento dei limiti di qualità dell’aria (come se ciò sia un criterio idoneo per valutare l’impatto di una singola fonte).

Sono casi in cui è stato possibile valutare almeno degli studi di impatto ambientale, il più delle volte questa possibilità non c’è (es. terza linea inceneritore di Brescia) grazie a norme emesse dall’ex ministro Ronchi, e oggi contestate anche dalla UE.

Nel caso di Acerra(mai svolta la VIA), chi scrive, adottando metodi di valutazione del rischio sopra richiamati e nonostante le emissioni garantite fossero molto al di sotto dei limiti di legge, ha ricavato un rischio cancerogeno aggiuntivo pari a 6,5 casi per milione (6,5 volte il criterio di accettabilità dell’EPA).

 

 

 

Il riduzionismo sotteso all’incenerimento dei rifiuti

 

 

 

L'affermazione che la tecnologia abbia risolto i problemi di impatto è un errore di "riduzionismo tecnologico". Per gli inceneritori i progressi sono stati per lo più nei sistemi di abbattimento: gli inquinanti vengono spostati nei residui solidi non meno inquinanti (ad ogni inceneritore è "accoppiata" una o più discarica; "nulla si crea e nulla si distrugge").

Un altro errore è considerare il rispetto di limiti (compromesso raggiunto in un dato periodo tra esigenze di tutela ambientale/sanitaria, economiche e livello tecnologico) condizione sufficiente di accettabilità anziché "una condizione necessaria ma non sufficiente" per "un elevato grado di protezione dell'ambiente e della popolazione" (direttive UE).

Il "rischio accettabile", inoltre, non dovrebbe far parte del "codice genetico" dell'ambientalismo, altrimenti non avrebbero significato lotte come quelle contro gli OGM o l’elettrosmog.

E’ accettabile che l'EVC raddoppi la produzione di CVM a Porto Marghera, in quanto adotta tecnologie nuove rispetto a quelle che hanno causato una strage di operai e l'ecocidio della Laguna di Venezia ?.

Così pure per le decine di centrali turbogas proposte per soddisfare un fabbisogno di energia elettrica che viene dato (dal Ministero e da altri) in inarrestabile incremento. Il problema energia è tutto qui, turbogas anziché impianti a vapore ad olio ?

Accettare l’approccio “end of pipe”, tralasciare la prevenzione e confidare sui “filtri” è perdente, per l’ambiente e gli ambientalisti. L’industria ecologica è la conferma del modello di produzione e di consumo che origina l’inquinamento: nulla cambia ma c’è un filtro in più, fine del problema e della discussione.

Anche “compensazioni” ambientali anziché monetarie, implicano una contrattazione sulla salute collettiva. Ad esempio, la Valutazione di Impatto Sanitario (VIS) citata, dopo aver evidenziato incrementi per tutti gli inquinanti a causa del progetto di inceneritore, afferma che “il Piano di gestione dei rifiuti possa risultare in una situazione di bilancio ambientale, e quindi sanitario, in pareggio (o addirittura migliorativa) rispetto alle attuali condizioni se, e solo se, al Piano stesso si accompagnano interventi di mitigazione che comportano scelte di gestione dell’intero territorio finalizzate al miglioramento della qualità ambientale ….”

Un territorio che ha bisogno di interventi di risanamento; li potrà ricevere solo previa realizzazione dell’inceneritore, tramite un accordo di programma tra enti, gestore e magari anche associazioni ambientaliste, come nel caso di Brescia e di Milano, per essere stracciato alla prima occasione.

 

 

 

L’incenerimento, paradigma dello spreco energetico, della perpetuazione dell’inquinamento e del prelievo indiscriminato  di risorse dal pianeta

 

 

 

Il “recupero energetico” dall’incenerimento, è stato criticato da Lucia Venturi nel dossier rifiuti.

Tale postulato considera una merce-rifiuto solo come potere calorifico (combustibile). Se un chilo di plastica equivale, circa, a due chili di petrolio è anche vero che per estrarre, trasportare, raffinare, trasformare e produrre quella bottiglia, è stata utilizzata non poca energia e sono stati causati degli impatti. Questa energia, se la bottiglia viene bruciata, “sparisce”; mentre l’inquinamento per produrre un’altra bottiglia, si rinnova. Se venisse riciclata anche parte di questa energia verrebbe recuperata, riducendo l’entropia e l’inquinamento della filiera produttiva (meglio comunque non usare  bottiglie di plastica).

L’incenerimento di rifiuti è parte integrante di una economia insostenibile, rimanda il problema di altri 25-30 anni, alla prossima generazione (sempre che abbia ancora tempo per affrontare un problema ancora più grave di oggi), ancora maggiore è il problema dei rifiuti industriali.

Ancora più grave considerare i rifiuti fonte rinnovabile.  Si parte dal considerare le emissioni di gas serra dall’incenerimento come “neutre”; da non “conteggiare”. Poi si dice che vi è una riduzione di emissioni in quanto i rifiuti fanno risparmiare combustibili fossili (l’effetto dell’incenerimento viene “contato” due volte).

Infine lo si equipara all’assorbimento di gas serra dalle piante. Si finisce per dire che se incenerissimo 21 milioni di tonnellate di rifiuti l’anno (che oggi finiscono in discarica) i tanti camini svettanti equivarrebbero alla forestazione di una superficie pari al Veneto! (l’effetto benefico dell’incenerimento viene contato per la terza volta).

Il risultato finale: camini al posto di foreste, nel rispetto del Protocollo di Kyoto !

La mancata emissione di gas serra da rifiuti e dalle filiere produttive corrispondenti, ottenibile con riciclaggio, recupero, prevenzione, vale zero per la contabilità del Protocollo di Kyoto. Incenerimento - riciclaggio, 3 a 0 !

 

 

 

Nimby, Banana, Nima, Prometeo oppure un altro mondo possibile

 

 

 

Occorre una “transizione” tra l’oggi, vizioso (l’usa e getta) e un domani virtuoso (chiusura del cerchio), chi scrive ritiene che l’incenerimento non è uno strumento idoneo perché è una ipoteca insopportabile nel percorso di fuoriuscita dal ciclo aperto delle merci/rifiuti. E’ questione principalmente sociale: l’incenerimento finirebbe per essere una scorciatoia che conduce in un vicolo cieco.

Se si pensa che oltre il 70 % del potere calorifico di un rifiuto urbano è costituito da plastiche e carta, si capisce dove indirizzarsi per rendere inutili gli inceneritori, anche prima di aver risolto in toto il problema dei rifiuti. Se si accetta che i rifiuti vengano bruciati si finisce per mandare all’aria anche la raccolta differenziata.

Sul tema ha peso anche l’invenzione delle sindromi di NIMBY (Not In My Backyard – Non nel mio giardino) o BANANA (Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything – Assolutamente non nel giardino di nessuno), vere e propria malattie sociali degli oppositori.

Chi si scaglia contro l’opposizione agli inceneritori usando la clava del NIMBY, adotta un modello di pensiero che considera l’opposizione una forma di malattia. Questo modo di spregiare l’opposizione, qualifica chi lo usa e non chi lo subisce.

Va considerato che “A motivare l’opposizione del pubblico agli inceneritori non è stata la preoccupazione per la santità del proprio cortile, ma piuttosto la qualità dell’ambiente che gli oppositori condividono con il resto della società…”: sta anche all’ambientalismo nostrano far evolvere una istintiva opposizione a un impianto nella critica al modello di produzione/consumo e nella affermazione di altro mondo possibile, senza inceneritori e senza rifiuti.

 

Marco Caldiroli (Medicina Democratica – Movimento di Lotta per la Salute)

(medicinademocratica@libero.it)

 

 

 

Busto Arsizio, novembre 2004

 

 

 

 

 

 

 

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