Lacune al festival

E l’economia della guerra?

 

Mirco Elena in un recente commento apparso sull'Adige, ha ricordato che uno dei temi assenti al Festival dell'Economia di Trento è quello dell'energia. Vorrei segnalare ai promotori dell'iniziativa anche un altro settore dimenticato: l'industria militare e della produzione di armamenti.

Il tema è ostico - ne sono cosciente - e proprio per questo il più delle volte viene discusso in dibattiti tra "addetti ai lavori" spesso a porte chiuse. Ma, come quello dell'energia, ha rilevanze "strategiche", tocca direttamente la vita di migliaia di lavoratori dell’industria italiana e non può essere dimenticato da un Festival dell’Economia che intenda non solo fotografare ma porre sul tappeto alcune questioni che riguardano lo sviluppo del nostro Paese.

Nel comparto militare-industriale (l’espressione è del presidente americano Eisenhower) primeggia Finmeccanica che - riporto dal suo sito - "è il primo gruppo italiano nel settore dell’alta tecnologia, leader nella progettazione e produzione di aerostrutture, elicotteri, satelliti, infrastrutture spaziali, missili ed elettronica per la difesa".

Quotata alla borsa di Milano, Finmeccanica opera in Italia e all’estero attraverso 16 società e 6 joint ventures, per un totale consolidato di circa 55 mila addetti, non tutti del settore militare ovviamente. Azienda ancora in parte a partecipazione statale (32,5%), Finmeccanica nel biennio 2002-3 ha comunque realizzato vendite di armamenti per oltre 9 miliardi di dollari che la pongono al decimo posto nella classifica mondiale e al quarto in Europa delle industrie produttrici di armamenti, informa il Sipri, l’Istituto di ricerche sulla pace di Stoccolma. Dal punto di vista del comparto militare, Finmeccanica è la seconda industria per l’elettronica della difesa in Europa e la quinta nel mondo e negli ultimi anni ha acquisito la Aermacchi (1800 dipendenti, il 65% del fatturato nel militare), il 100% di Agusta Westland (era suo il 50%), divenendo leader mondiale degli elicotteri, la Avio (già della Fiat) e assieme alla statunitense Carlyle controlla altri nomi storici dell’industria italiana come Oto Melara. Ce n’è abbastanza, credo, per invitare l’amministratore delegato dott. Guarguaglini ad un dibattito, magari il prossimo anno. Al quale non mi spiacerebbe chiedere qual’è la partecipazione dell’azienda nella produzione del missile nucleare aria-terra ASMPA, visto che Fimneccanica controlla per il 25% la MBDA, ditta produttrice di quel sistema missilistico.

Ma mi permetto di segnalare anche un altro dato, non di poco conto, considerata la materia.

Come documenta l’ultimo rapporto del Sipri, con un’esportazione di 261 milioni di dollari (in valori costanti) l’Italia nel 2004 è il nono esportatore mondiale di armi. In calo, rispetto all’inizio degli anni novanta, ma la fase discendente sta volgendo al termine visto che il Governo Berlusconi nel suo quinquennio ha fatto balzare le autorizzazioni all’esportazione di armi dai 904 milioni del 2000 agli oltre 1.361 milioni del 2005, dopo aver toccato un picco di 1.631 milioni di euro nel 2004. Nel contempo sono aumentate anche le consegne che passano dai 554 milioni di euro del 2001 agli oltre 897 milioni del 2005, documenta l’ultima Relazione sull’esportazione di armi della Presidenza del Consiglio.

Armi, e qui il ragionamento si fa ovviamente politico, che per il 45% vanno a finire nei Paesi del Sud del mondo e nelle aree calde del pianeta: la Relazione 2006 ci informa, infatti, che tra i primi dieci acquirenti di sistemi militari “made in Italy” ben sette stanno tra Medioriente e Asia: Turchia (116 milioni di euro), India (104 milioni), Singapore (88 milioni), Egitto (77 milioni), Oman (55 milioni), Emirati arabi (54 milioni) e Pakistan (49 milioni) e solo questi fanno più del 45% degli ordinativi. E il principale esportatore è, ovviamente, Finmeccanica.

Insomma, quello della produzione militare - che gli addetti ai lavori chiamano “industria della Difesa” - è un settore "strategico". Che non pochi cittadini vorrebbero però vedere convertito al civile, come testimoniano le 15 mila firme raccolte in Lombardia per una proposta di legge d’iniziativa popolare che la giunta Formigoni pare nemmeno voglia discutere in Consiglio.

Un tema che concerne direttamente il rapporto ricchezza-povertà, nel nord come nel sud del mondo, ma su cui, per alcune implicazioni alle quali qui ho solo accennato, a pochi piace sollevare il velo e aprire il dibattito: ne sarà capace il Festival dell’Economia del prossimo anno?

 

Giorgio Beretta - Rete Italiana Disarmo

l’Adige, 31 maggio 2006

 

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