I tempi per trovare una alternativa

alla discarica di Malagrotta stanno scadendo

Nel 2006 sarà satura, e c'è chi preme per il gassificatore

I municipi protestano, Marrazzo traccheggia

e intanto le ruspe hanno ripreso a scavare

Eco balle

 

Dune verdi, prati, campagna arata, orti, bestiame. E villette con giardini ben curati, viottoli che sembrano di montagna. Tutto questo a qualche chilometro dal centro di Roma, sull'Aurelia, lungo via della Pisana e da lì in fondo, verso Ponte Galeria. A indicare che qualcosa non va in quell'idilliaco panorama è il tanfo che ti si attacca addosso: puzza di marciume, di liquami, di spazzatura che impesta tutto e si spande per chilometri, soprattutto d'estate ma anche quando è umido. Arriva a nubi dense e compatte anche nei palazzi del Consiglio regionale, soprattutto verso sera e a volte è tanto forte che prende allo stomaco. A quel punto, non resta che scappare, tornarsene a casa. Ma chi la casa ce l'ha lì? Chi abita proprio a due passi da Malagrotta, la più grande discarica d'Europa? Chi su quelle dune - che altro non sono che stratificazioni di «mondezza» accumulata e sepolta nell'arco di quarant'anni ­ vive?

La ragione per la quale decidiamo di compiere un sopralluogo, in compagnia di Sergio Apollonio, del Comitato di Malagrotta, sabato 7 gennaio, il giorno dopo la Befana, è la pulce nell'orecchio che qualcuno ci ha messo sul fatto che nel bilancio regionale, tra poco in discussione nell'aula della Pisana, alcune forze di maggioranza [soprattutto la Margherita] vogliano infilare a forza il gassificatore di Malagrotta: un braccio di ferro che si protrae da anni.

La discarica di Malagrotta esiste da oltre quarant'anni ed è cresciuta su se stessa gonfiandosi come un orribile rospo grazie alle disattenzioni, alle inerzie e forse a colpevoli incurie. Dall'84, ci racconta Sergio Apollonio, ha cominciato la sua mostruosa espansione, mangiando terreno lotto dopo lotto fino ad arrivare agli attuali 200 ettari di terreno interamente sommersi da rifiuti: 4500 tonnellate al giorno più altre 500 di fanghi. Una quantità che, in altezza, è pari a un palazzo di otto piani. A gestire il «rospo» è il Consorzio laziale rifiuti Colari, il cui presidente, l'«avvocato» Manlio Cerroni, piuttosto noto alla politica e all'imprenditoria del Lazio anche perché possiede, oltre ad altri megaimpianti di trattamento rifiuti, la televisione Roma Uno Tv.

«L'avvocato» ama ripetere di essere un benefattore per Roma dal momento che riesce a mantenere i costi a carico del comune relativamente bassi.In cambio, ottiene praticamente carta bianca, almeno fino al 2000 quando si verifica un «incidente» che solo per caso non si trasforma in tragedia. Quel giorno, era domenica, il terrapieno che gira tutt'attorno alla discarica letteralmente esplode a causa dell'accumulo di biogas. Precipita sulla strada, la sommerge. Ma ben presto i rifiuti sommergono anche lo scandalo. La discarica è pur sempre un monumento all'imprenditoria laziale da salvaguardare e così, per arrivare ai giorni nostri, nel marzo scorso ci pensa l'allora vicecommissario ai rifiuti della Regione Lazio, Verzaschi, a quindici giorni dal voto regionale, a indicare la strada. Con due ordinanze, dispone l'allargamento dell'area della discarica fino a comprendere la zona detta Testa di cane e l'autorizzazione alla costruzione di un gassificatore per la produzione di energia elettrica.

Di un sistema di «smaltimento» dei rifiuti non è la prima volta che si parla. Anche se, in passato, era il termovalorizzatore, da costruire un po' più in là, verso Ponte Galeria. Le proteste dei comitati di quartiere e del quindicesimo e sedicesimo municipio avevano bloccato quella proposta. Anche se, di recente, il capogruppo della Margherita in Regione, Mario Di Carlo, ha sottolineato che «la raccolta differenziata da sola non può bastare. Devono esserci altri interventi, come l'uso di termovalorizzatori che bruciano la spazzatura ricavandone energia».

A questo punto, arriva Piero Marrazzo che, in sede di nomine, preferisce avocare a sé la delega ai rifiuti, non riuscendo a dirimere il contenzioso tra gassificatori sfrenati e oppositori e assicura che, prima di qualsiasi decisione, aprirà un tavolo di consultazione. Quel tavolo non si è mai riunito.

Ed eccoci a sabato 7 gennaio. Con la nostra guida, Sergio Apollonio, un garbato signore non più giovane con una grande passione per quei luoghi, una bella villetta e un delizioso cagnone, compiamo un meticoloso sopralluogo: in fondo, la discarica con i rifiuti ospedalieri e l'annesso inceneritore, di competenza dell'Ama. Fumi oscuri salgono al cielo, in quella limpida e fredda mattina. Più in là, gli insediamenti più recenti di Cerroni, datati 1998 e mai utilizzati appieno, installati in vista del gassificatore, destinati agli impianti di separazione. Una lunga fila di «ecoballe» piene di porcherie [Cdr e Fos] è la sola cosa che mostra una qualche attività del luogo.

Anzi no. C'è un altro indizio: un custode che, per la prima volta, ci assicura stupefatto Apollonio, viene a chiederci conto del nostro sopralluogo. Ce ne andiamo. Tutti gli altri ingressi alla discarica sono sorvegliatissimi e assomigliano tali e quali a caselli dell'autostrada con tanto di sbarra e telecamere. Eccoci davanti alla Raffineria di Roma: di nuovo fumi, puzzo, pericolo [avverte un cartello] e naturalmente divieto di accesso. Proprio di fronte, ecco, è lì che sarebbe dovuto sorgere il gassificatore che Verzaschi [e Di Carlo] volevano e che Marrazzo ha bloccato. Apollonio ci avverte del pericolo moltiplicato di un gassificatore proprio di fronte alla raffineria: in caso di fughe di biogas, cosa potrebbe succedere? Ma, allora, perché ci sono le ruspe? Perché lavorano sabato 7 gennaio? E perché il custode continua a seguirci?

 

Anna Pizzo

Carta Qui, 16 gennaio 2006

 

 

 

LA BOLLA DI BRESCIA

 

A Brescia esiste da tempo un inceneritore ritenuto il più grande d'Europa: 8000 tonnellate al giorno, in funzione da sette anni. Ora si scopre che si tratta di una colossale macchina dello spreco, come rivela il Comitato cittadini per il riciclaggio di Brescia. In questi sette anni, la quantità di rifiuti prodotti è schizzata a livelli record: due chilogrammi di rifiuti a giorno a testa. Stesso record per la quantità di rifiuti raccolti non selezionati, perché la differenziata è scesa all'ultimo posto nella graduatoria regionale. In cambio, aumentano quelli importati che si aggirano sulle 400 mila tonnellate l'anno. Quanto alla produzione di energia vantata, l'inceneritore è costato circa 300 milioni di euro, alimenta una centrale elettrica di circa 80 Mw, un decimo delle moderne centrali termoelettriche a turbogas. Perché? La resa di un inceneritore è di poco più del 20 per cento del potere calorifico contenuto nei rifiuti, a fronte di oltre il 50 per cento di una turbogas a metano. Inoltre, ci sono rifiuti che non bruciano e sono preziosi come ad esempio il ferro. L'impianto di Brescia spreca circa cinquemila tonnellate di ferro l'anno.

 

 

 

600 CHILI A TESTA NEL LAZIO

 

GLI INCENERITORI possono funzionare soltanto bruciando sostanze dotate di potere calorifico, cioè principalmente carta e plastica, proprio le sostanze che potrebbero alimentare processi di raccolta separata e di riciclo. In altre parole, la scelta di costruire inceneritori riduce e preclude l'efficacia delle azioni di riciclo: o si ricicla o si brucia», sostiene Giorgio Nebbia, professore emerito di merceologia e membro, nel 2002, di una commissione nominata dal comune di Roma sul problema dello smaltimento dei rifiuti, in una lettera inviata a suo tempo al sindaco di Roma Veltroni. Al contrario, suggerisce Nebbia, si può agire diversamente «se l'amministrazione avrà il coraggio di superare e rimuovere le pigrizie dei cittadini, della burocrazia, delle stesse imprese di raccolta e riciclo e le potenti pressioni dei venditori di inceneritori, potenziali fonti di affari anche nella profittevole vendita dell'elettricità, e fonti sicure di nocività ambientali sotto forma di inquinamenti atmosferici e di produzione di ceneri inquinanti».

Nonostante la regione sia commissariata dal 1999 per l'emergenza rifiuti e a fronte di situazioni ormai sul punto di esplodere [Malagrotta a Roma piuttosto che Cupinoro a Bracciano o Borgo Montello a Latina], non si conoscono ancora i piani della Regione Lazio e dei Comuni, innanzitutto Roma. Possiamo intanto fotografare la situazione qualè a partire da qualche significativo dato. Il Lazio, secondo solo alla Lombardia nella produzione di rifiuti solidi urbani, ne sforna almeno tre milioni di tonnellate l'anno, circa 600 chilogrammi per abitante. Ovviamente, il contributo maggiore lo dà Roma, con il 78 per cento dei rifiuti prodotti. La media regionale di raccolta differenziata non raggiunge neppure il 6 per cento, con minime dell'1 per cento a Terracina, poco più del 2 a Bracciano e Colleferro, mentre la gran parte dei rifiuti finisce in discarica. Nel Lazio, le discariche autorizzate, quasi tutte sull'orlo del collasso, sono: Borgo Montello in provincia di Latina, Cerreto a Roccasecca in provincia di Frosinone, Le Fornaci in provincia di Viterbo, Leonessa in provincia di Rieti e, per la provincia di Roma, Cecchina ad Albano, Cupinoro a Bracciano, Fosso del prete a Civitavecchia, Colle Fagiolara a Colleferro, Inviolata a Guidonia, Malagrotta a Roma. Tre i termovalorizzatori, a Colleferro, a Frosinone e quello di Roma per i rifiuti ospedalieri.

La discarica di Cupinoro è un caso esemplare. La sua chiusura, prevista nel 2000, è stata prorogata di anno in anno. Sequestrata nel 2003 dai carabinieri del Noe [nucleo operativo ecologico] per smaltimento illecito di rifiuti, è un esempio di malgoverno da parte del Comune, che la gestisce in proprio. Diventata ormai una montagna malsana e puzzolente, continua a raccogliere rifiuti e a rilasciare quantità di liquido scuro [tecnicamente si chiama percolato] che si infiltra nei terreni causando degrado e grave rischio, come denuncia costantemente il Coordinamento per la tutela della salute e dell'ambiente di Bracciano. La Regione però sembra lontana dal deciderne la chiusura e la bonifica mentre il sindaco vorrebbe addirittura ampliarla. Ma, parlando di rifiuti, non si può dimenticare l'altro fronte caldissimo rappresentato dall'illegalità diffusa nel settore tanto che, secondo i dati di Legambiente Lazio, la nostra regione risulta fra le prime in Italia per numero di infrazioni, che vanno dalle discariche abusive alle bolle false per traffico di rifiuti. «La criminalità organizzata ha un controllo capillare in molte parti del Lazio che le consente di usare cave, alvei dei fiumi, terreni agricoli come discariche abusive di rifiuti» denuncia l'associazione Libera. Cassino, Latina, Formia, ma anche Pomezia, Anzio, Nettuno e Ardea le città dove più forte è la presenza di questa criminalità.

 

 

 

PORTA A PORTA, RACCOLTA VIRTUOSA


Oltre il 50 per cento di raccolta differenziata in tre-quattro settimane: è stato questo il risultato raggiunto da alcuni comuni pontini, con amministrazioni di opposto orientamento, grazie all'avvio della sperimentazione porta a porta, con immediati effetti positivi. Primi a far partire questa pratica virtuosa nel 2004 sono stati i comuni di Sonnino e Sermoneta, seguiti da Roccagorga e Monte San Biagio; nel 2005 si sono aggiunti Lenola, Bassiano e Castelforte.

«Una scelta mutuata dall'esperienza ormai consolidata del consorzio Priula nel trevigiano, che con il sistema porta a porta ha raggiunto il più alto livello di differenziazione e, quindi, il minimo di smaltimento - dice Giovanni Iudicone, responsabile rifiuti del Wwf Lazio - Con 26 Comuni, 210 mila abitanti serviti, 85 mila utenze, il suo 75 per cento di raccolta differenziata può essere considerato una specie di benchmark della raccolta dei rifiuti urbani. Diversa è la via praticata a Roma e provincia, dove ancora si continua a effettuare la raccolta differenziata mediante cassonetti stradali con risultati scarsi in quantità e qualità dei materiali separati e mantenendo alto il conferimento in discarica». Anche perché, sostiene l'associazione, la raccolta differenziata dei rifiuti urbani tramite cassonetti e campane stradali attraversa una crisi di sistema da cui si esce soltanto abbandonando tale metodologia e intercettando i materiali post consumo più vicino possibile ai luoghi di produzione. Per questo, la Rete regionale rifiuti [un cartello di una trentina di associazioni ambientaliste e di tutela consumatori, di organizzazioni sindacali e di comitati locali, nato nel luglio del 2004] ha proposto l'avvio di progetti di raccolta porta a porta in alcuni municipi romani e nei comuni della provincia. E anche l'invito a recarsi a Treviso per conoscere da vicino l'attività del Consorzio Priula, dove sono arrivati, il 6 ottobre, la presidente della commissione ambiente del comune di Roma Ivana Della Portella, la vicepresidente della Provincia di Roma, Rosa Rinaldi, l'assessore all'ambiente del comune di Roma, Dario Esposito, dirigenti dell'Ama e rappresentanti della Rete. «Il nostro augurio è che, dopo la visita a Treviso, si avvii subito la sperimentazione nei municipi romani: l'alternativa all'incenerimento sappiamo che è possibile», conclude Iudicone.

Un auspicio andato a segno, almeno per quanto riguarda la Provincia di Roma. Che ha infatti deliberato la prossima emanazione di un bando rivolto ai Comuni affinché presentino progetti per servizi «integrati» rifiuti con l'obiettivo minimo del 50 per cento di raccolta differenziata. La Provincia rende disponibili assistenza e contributi.

 

 

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