Parla Letta: «Più futuro nel Trentino»
Letta: «È ora di farla finita con furbizie e sotterfugi
Rifiuti e consumi energetici sono temi non rinviabili»

 

DRO - Nel programma di veDrò, il meeting che riunisce alla centrale di Fies giovani imprenditori, docenti universitari e politici - s'incontrano parole quasi antiche come responsabilità e regole. Rivoluzionaria sembra anche l'idea di «sessione di studio» , almeno nel Belpaese dei tuttologi, dove l'improvvisazione è un valore e la serietà un fardello. Quattro i temi affrontati nell'edizione 2006: l'utilizzo consapevole delle risorse naturali, l'integrazione delle diversità, la rottura dell'immobilismo sociale e la necessità di trasparenza negli ingranaggi che governano l'Italia. Enrico Letta fa parte del consiglio direttivo di veDrò: ex ministro, oggi sottosegretario alla presidenza del consiglio nell'attuale governo, ha compiuto quarant'anni cinque giorni fa e non sembra affatto sentire la necessità di essere splendido. Al tempo della politica da salone di bellezza, quella che non affronta mai problemi ma snocciola luoghi comuni e rinvii al posto delle decisioni, il rigore è un'esperienza quasi peccaminosa.

Sottosegretario Letta, a proposito della prima area di lavoro del vostro workshop, è obbligatoria una domanda sull'inceneritore, uno dei nodi più complessi della politica trentina negli ultimi anni. Uno dei dibattiti s'intitola proprio «da Nimby a Pimby (please in my back yard)». Come dire, è necessaria un'assunzione di responsabilità sull'emergenza rifiuti?

«Credo che ogni situazione locale meriti di essere studiata singolarmente, valutando le singole particolarità. Quindi non intendo scendere nello specifico della questione dell'inceneritore a Trento. Noi ci occuperemo più in generale dell'urgenza di individuare criteri, a livello nazionale, per dividere i pesi della modernità. E non penso solo ai rifiuti, ma anche all'impressionante aumento dei consumi energetici: dei rigassificatori sarà necessario occuparsi, è un tema non più rinviabile. Le responsabilità vanno condivise e per far questo la capacità di comunicare è fondamentale: all'interno delle comunità locali, con il governo centrale e con l'Europa. Quel che è accaduto in val di Susa l'anno scorso fa capire come senza dialogo il corto circuito sia inevitabile».

A proposito di integrazione e diversità, l'orizzonte globale genera sempre più spesso tensioni, istanze pseudo nazionaliste e grandi difficoltà di convivenza. In Trentino Alto Adige si discute - a distanza di sessant'anni – di una cattiva gestione dell'Accordo di Parigi perché i sudtirolesi imputano a Degasperi di non averli tutelati a sufficienza…

«Il caso della vostra regione è senza dubbio unico, regolato come è da norme che sono, appunto, speciali. Noi ci occuperemo della situazione dell'immigrazione. Ogni anno in Italia ci sono mezzo milione di abitanti in più, che vanno a compensare i cittadini italiani che diminuiscono. Però si pone il problema della convivenza di civiltà differenti per storia, fede religiosa, lingua e stili di vita. Tra dieci anni in Italia le classi elementari saranno composte solo per metà da cittadini italiani nati in Italia. Di questo, anche dal punto di vista della formazione, bisogna farsi carico».

Voi dite «rompere l'immobilismo». E così fotografate un sistema sociale, economico e culturale ancora ingessato. Se applichiamo queste considerazioni al mercato del lavoro ci accorgiamo che dove si è attuata la strada del co.co.co più disinibito, poi si è tentato di correggere il tiro con percorsi di deprecarizzazione. È possibile un equilibrio tra flessibilità e garanzie?

«L'Italia ha visto - come spesso accade a queste latitudini - una oscillazione tra due estremi in pochissimo tempo. Fino alla metà degli anni Novanta il mercato del lavoro era bloccato da un modello che garantiva molto i lavoratori ma aveva anche le controindicazioni naturali derivate da una sostanziale inerzia. Poi, questo ideale pendolo si è spostato con un moto fulmineo che ha determinato la situazione opposta. Ora bisogna riportare il pendolo nel mezzo, ricordando che il problema principale del lavoro in Italia è legato all'occupazione femminile. La flessibilità attuale entra in collisione con la maternità. Per una donna oggi diventare madre spesso significa perdere il lavoro».

A proposito dell'ultimo cantiere, quello che ruota attorno al concetto di modernizzazione delle regole, colpisce l'ammissione della necessità di ridefinire il dialogo tra i poteri e tra gli attori del sistema. Colpisce perché per esempio l'Italia è tra i Paesi con il più basso coefficiente di percezione della corruzione al mondo, piazzata dopo molte nazioni che noi definiamo del terzo mondo. Come si fa a rieducare una società che preferisce la furbizia all'etica?

«Credo che l'unica strada sia rendere trasparenti i meccanismi di scelta della classe dirigente, sapendo che la cooptazione non è un buon metodo: affatto. Educazione? Vorrei che tra dieci anni gli italiani sapessero fare una fila, normalmente. Senza provare a fregare, senza cercare sotterfugi e furbizie. Non voglio essere lusinghiero, però mi piacerebbe che nell'Italia del futuro ci fosse più Trentino Alto Adige».

Silvia Truzzi

Corriere del Trentino, 25 agosto 2006

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